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ebook di ArchigraficA

lunedì 1 dicembre 2014

Lettera agli umani



di Claudio Cajati

Elefantuzz, prima che si ribellasse al Circo e fosse scelto come guida per il gruppo di animali in cui si parla in questa storia

 
  Questa sicuramente non ve l’aspettavate, vero? Una lettera di noi animali.
  Non è stato facile. O meglio, è stata faticosa la concezione – ognuno voleva dire la propria – e ardua la stesura materiale – non abbiamo penne, biro o stilografiche, né tastiere di computer, noi.
  Io che sono Elefantuzz, un elefantino sveglio, ordinato e imparziale, ho avuto dall’assemblea, a stragrande maggioranza, l’incarico di raccogliere le proposte per cosa mettere nella lettera. E siccome, come del resto tutti quelli della mia specie, ho una memoria di ferro, non ho avuto bisogno di prendere appunti: tutto quello che, freneticamente e disordinatamente, mi veniva segnalato e caldeggiato, io, perbacco, l’ho conservato intatto nella mia capiente capoccia.
  Tutti si affannavano intorno a me per dire i loro problemi e i loro desideri: dalla balena con voce cavernosa al topo che squittisce acuto, dal ruggito minaccioso dei grandi felini all’abbaiare petulante dei chihuahua, dal grido regale dell’aquila al sommesso brusio del calabrone. Insomma c’era da impazzire di fronte a tanta diversità. Ho dovuto imparare in fretta mille linguaggi. E sono diventato in poche ore, non fo per dire, un linguista e interprete insuperabile.
  Il problema più grave, però, è stato quello della stesura materiale della lettera. Bisogna che io lo ammetta: fra noi animali c’è molto spirito competitivo. Ma senza presunzione, senza accanimento, sempre con l’unico e sano proposito di fare le cose il meglio possibile.
  La prima a proporsi come scrivana è stata Lemmelemme, una lumaca generosa e socialmente impegnata. È venuta da me più veloce che poteva, insomma lenta invece che lentissima. E mi ha fatto presente che con la sua scia argentea poteva tracciare consonanti e vocali: il risultato sarebbe stato delicato, aggraziato e romantico. L’ho guardata benevolo dall’alto della mia mole, attento a non muovere un passo per non calpestarla. E con la morte nel cuore le ho detto: “Ma Lemmelemme, ti rendi conto quanto tempo ci vorrebbe?” Lei ha fatto la mossa di rispondere per perorare la sua causa. Poi però si è resa conto e si è allontanata mogia mogia. Più lenta che mai.
  Il secondo a proporsi è stato Telafina, un bel ragno nero e peloso, che mi si è arrampicato spavaldo su una zampa. Subito ha cominciato a farsi propaganda: lui con ben otto zampe avrebbe fatto presto a scrivere la lettera. “Ma scusa” gli ho fatto rilevare con tutto il tatto possibile “le tue ragnatele sono bellissime, per carità, hanno una geometria prodigiosa. Ma non assomigliano a nessuna consonante o vocale dell’alfabeto umano.” E lui, che è permaloso, si è sottratto al dialogo e sprezzante si è ritirato al centro della sua ragnatela.
  Poi è stato il turno di Picpic, un picchio dal becco appuntito e trasiticcio che, per farsi notare nella folla di questuanti attorno a me, mi ha beccato sul cocuzzolo della capa. “E come faresti a scrivere?” gli ho chiesto, fingendo curiosità ma già perplesso. Lui, di rimando: “Con il mio becco posso traforare il foglio. Sono già allenato con la corteccia degli alberi, lo sai no?” “E quanto dovrebbe essere grande il foglio della lettera, secondo te?” gli ho contestato. Picpic ha esclamato, sfacciatamente: “Grande certamente, ma un foglio così me lo so procurare… volo dentro una cartiera e…” “Però” l’ho subito stoppato “noi la lettera la dobbiamo mettere in una busta, così si usa. Intendi…?” Picpic ha inteso. Se n’è volato via, non prima però di avermi dato una beccata dispettosa in un orecchio.
  Subito allora si è presentata, tutta impettita, Furfa. Una gazza più ladra che mai. “Posso scriverla io la lettera” ha gracchiato lei spavalda “piglio tanti tanti semi, che io sono brava, lo sapete bene, e con la resina dei pini li incollo sul foglio… Che ne dici, Elefantuzz?” “Dico” ho replicato severo “che tu sei, oltre che notoriamente ladra, anche golosa e mangiona: già m’immagino quanti semi finirebbero lungo il tragitto nel tuo gargarozzo invece che sul foglio della lettera!” Furfa, quanto mai indispettita, ha cercato qualcosa da rubacchiare prima di decidersi a volare via.
  A questo punto si è fatto avanti Zamparazzo, topo minuscolo ma velocissimo e intraprendente. “Senti, Elefantuzz, te la offro io la soluzione: tu sai che noi topi usiamo la coda per vari scopi. Per esempio, per farci tirare mentre teniamo un uovo sulla pancia.” “E allora?” ho sbottato io che stavo cominciando a irritarmi per queste proposte velleitarie. “Allora” ha squittito lui sicuro “io la coda la posso intingere nell’inchiostro e passarla sul foglio per tracciare consonanti e vocali.”
  Stavo valutando se la cosa era davvero fattibile, quando all’improvviso Zamparazzo si è beccata una zampata in testa. Era opera di Miciobel, il gatto che lo insegue da mesi: “Ué, topastro maledetto” gli ha gridato senza riguardo “fila via se non vuoi fare una brutta fine.” Poi, con un sorriso accattivante rivolto a me, ha sostenuto: “Scrivere la lettera tocca al sottoscritto. Ho le unghie fatte apposta, una volta intinte nell’inchiostro, per tracciare consonanti e vocali come si deve. Altro che la coda moscia e lunga di un topuncolo presuntuoso!”
  “Okay” ho ammesso, più per stanchezza che per convinzione “ma l’inchiostro come ce lo procuriamo?” Miciobel ha gonfiato il petto e ha fatto l’espressione più furba che poteva. Poi ha continuato: “Caro il mio elefantino, noi gatti, se vogliamo, sappiamo essere una famiglia. Una famiglia attrezzata, ogni membro con un proprio compito. E così abbiamo, all’uopo, Pescato’. Uno dei pochissimi mici che non hanno paura dell’acqua: lui non ha problemi ad andare dentro i fiumi e il mare a pescare. E pesca anche le seppie… Hai già capito, vero? Seppia vuol dire nero di seppia. Ecco il nostro inchiostro! Ok?” Ero frastornato ma contento. Sono riuscito solo a dire, anche io: “Ok”.
  Quando Pescato’, di ritorno dall’immersione, finalmente ha portato il nero di seppia, Miciobel vi ha intinto con allegra disinvoltura un’unghia della zampa. E ha scritto, in discreta grafia, questa benedetta lettera:


  Cari umani (cari non in senso affettuoso, ma nel senso che ci costate caro),
  abbiamo alcune cosine da dirvi. Scusate se ve le diciamo senza un ordine preciso. Ma vi tocca essere indulgenti: troppo urgente imperiosa fremente disordinata, premeva da dentro i nostri petti la voce del dolore, dell’indignazione, della rabbia.
  A noi farfalle ci catturate con impietose retine. Come se fosse un gioco o uno sport grazioso per bambini e fanciulle. E poco vi importa se, toccandoci le ali, ne rompete le nervature sicché più non possiamo volare. Ma nemmeno questo vi basta: siete per natura amanti e collezionisti di cose belle e, siccome noi siamo belle, ecco che anche noi dobbiamo entrare a far parte di una vostra collezione: ci fissate, trafitte da spilloni, in vetrinette che adornano le vostre confortevoli case perbene. La nostra morte come spettacolo per allietare la vostra vita.
  A noi formiche ci perseguitate periodicamente, con vere e proprie campagne di genocidio. Niente volete sapere della nostra stupefacente organizzazione sociale, della nostra sana gerarchia, della nostra umile e silenziosa previdenza contro fame e freddo (aspetti della vita in cui siete notoriamente molto scarsi). Con i raffinati micidiali prodotti della chimica moderna, badate a spargere veleni nei nostri formicai e sulle soglie delle porte che non vanno superate. E se, per caso, ci riusciamo, ecco che le suole delle vostre scarpe si abbattono implacabili su di noi: è morte certa, ma inflitta con indifferenza, o con gusto, o perfino con i sorrisetti sadici di chi si sta divertendo a praticare uno sport in più. Togliere agevolmente la vita a piccolissime creature indifese per sentirvi bravi, per illudervi di essere superiori. Ma anche per soddisfare i vostri perversi gusti alimentari. Già, in certi paesi ci cucinate e ci offrite nei ristoranti come prelibatezze. E allora vi chiediamo: Vi piacerebbe se un essere sovrumano, molto ma molto più grande di voi, gongolasse e si gloriasse di schiacciarvi a morte, solo perché ai suoi occhi siete esseri inutili e nocivi, degni soltanto di essere soppressi? O trovasse la vostra carne deliziosa, dolce e digeribile, e vi facesse a pezzi per poi cucinarvi a puntino?
  Noi zanzare siamo condannate già prima di agire. Voi sostenete che è giusto e sacrosanto ucciderci perché noi vi succhiamo il sangue e con le nostre punture vi lasciamo un forte prurito. Ma – basta informarsi – il vostro sangue si ricrea anche soltanto bevendo un bicchiere d’acqua. E quanto al prurito, non avete forse una gamma perfino pletorica di prodotti per eliminare questo fastidio? Ma ciò non vi basta, come al solito: per impedirci di succhiare quel pochino pochino di sangue che ci permetta di sopravvivere, vi dotate di tutti i prodotti anti-zanzare che la vostra cinica industria chimica ha inventato e perfezionato. E così ci strappate la vita, o comunque ci allontanate, e così ci condannate alla fame e alla sete, poverelle noi!
  Con noi vermi, tradite il vostro sprezzante razzismo: per indicare quegli umani che ritenete indegni e insignificanti, usate il termine ‘verme’. Cosa siamo allora ai vostri occhi? Esseri infimi che sarebbe stato meglio non creare, esseri privi di bellezza che strisciano lentamente, senza altro destino che essere torturati e calpestati.
  Noi api siamo sfruttate scientificamente: siamo quelle piccole prodigiose operaie che fanno con fatica e abilità il miele e la pappa reale. Leccornie di cui siete ghiotti e, ladri come siete, ce le rubate sistematicamente ogni volta. Poi però vi meravigliate e indignate se qualcuna di noi vi punge, magari del tutto involontariamente. Allora subito vi armate per farci fuori. La vostra vita è sempre sacra, la nostra mai.
  A noi scorpioni negate il diritto di difenderci. Voi che dalla più remota antichità avete forgiato armi, sempre più potenti e micidiali, vi spaventate per il nostro pungiglione velenoso, che però non vi uccide, può solo provocarvi dolore, gonfiore, sfinimento. Voi invece sì, siete assassini, e disinvolti e freddi ci togliete la vita. In alcuni paesi addirittura per mangiarci: ma che gusti bestiali avete!
  Noi topi siamo proprio sfortunati. A parte i gatti (non tutti ci danno la caccia; alcuni perfino ci adottano), i nostri nemici siete voi umani. Le vostre donne in particolare hanno paura e disgusto di noi. Anche se siamo piccoli e spaventati, loro si precipitano a salire su una sedia o su un tavolo, poi scappano invocando l’intervento di un maschio giustiziere. Il quale, per farsi bello con la donna, si adopera in tutti i modi, con trappole, veleni, bastonate, acqua bollente, per riuscire nell’intento che è ovviamente ammazzarci.
  Noi animali da pelliccia (visoni, zibellini, volpi, ermellini, castori, scoiattoli, lontre) siamo le vittime della vostra vanità e sete di guadagno. Per appropriarvi e ornarvi con le nostre pellicce, ci costringete a una vita d’inferno conclusa soltanto dalla soppressione. Ci chiudete in gabbie strette e anguste per risparmiare spazio, ma soprattutto per impedire il movimento che potrebbe rovinare la pelliccia. Queste condizioni di privazione producono un tale stress da indurci perfino ad automutilazioni, episodi d’infanticidio, aggressione e cannibalismo. Una tecnica particolarmente crudele è quella di esporci al freddo invernale per farci sviluppare una pelliccia più folta.
  Purtroppo sono tanti anche quelli di noi uccisi in libertà, nei boschi, usando le tagliole. Possiamo rimanere anche per una settimana ad aspettare il cacciatore che verrà ad ucciderci. Nel frattempo la ferita si gonfia provocando dolori inauditi.
  A noi foche ci tocca lo strazio e la disperazione delle madri: voi cacciatori uccidete i nostri piccoli a bastonate in testa, li scuoiate davanti a noi che restiamo impotenti, e ci lasciate lo spettacolo atroce di cadaveri sanguinanti e scuoiati. Ma a voi piacerebbe che una mattanza così feroce e spietata fosse riservata ai vostri figli? I vostri delitti, ricordatevelo, sono abietti e gridano vendetta.
  Con la caccia perseguitate e ammazzate un numero sterminato di animali: quelli di terra (conigli, lepri, volpi, cinghiali, mufloni, cervi, caprioli, daini); quelli di aria (fagiani, germani reali, beccacce, quaglie, pernici, galli cedroni, tortore, storni, fringuelli, corvi, cornacchie, gazze, tordi, merli). E non sempre per nutrirvi delle nostre carni: arrivate a spararci come si spara a un bersaglio inanimato, a un piattello nel poligono di tiro.
  A causa della pesca, il grido di dolore di noi pesci si leva, ma inascoltato. Nelle pescherie lasciati senz’acqua ad agonizzare, sbattendoci disperati negli ultimi guizzi vitali. Noi aragoste gettate nell’acqua bollente ancora vive per una cottura ottimale. E noi polpi sbattuti sulla dura pietra per ammorbidirci o fatti seccare al sole, una lenta atroce morte rovente.
  A noi asini e muli ci avete sempre sottoposti a fatiche immani, caricati di pesi spaventosi, per percorsi impervi e salite erte. Ma per voi non era abbastanza: ci avete pure denigrati e offesi spargendo la falsa notizia che siamo stupidi (“Sei un asino, vai dietro la lavagna!”), mentre invece siamo molto intelligenti e sensibili.
  A noi polli, tacchini, pecore, capre, vitelli ci costringete in allevamenti intensivi, in spazi ridottissimi, condannandoci ad una vita che non è vita prima che infine alla morte. Ma le nostre carni conservano tutta la negatività che ci avete fatto subire, e sono quindi negative anche per voi. Anche se in molti non lo sapete, o non volete saperlo.
  Noi cavalli siamo stati, da millenni, animali da tiro e per rapidi spostamenti. Bestie quindi preziose, ben curate. Ma la vostra fame incontenibile e la vostra inclinazione allo sfruttamento degli altri, ci hanno fatto diventare una carne nutriente per i vostri palati versatili. Quelli di noi che, tirando carrozzelle, hanno dato un rilevante contributo al turismo, hanno cioè allietato le visite di milioni di stranieri, rischiano, alla fine della loro vita di lavoro, di finire anch’essi al macello.
  A noi canguri, a cui concedete una benevola ammirazione per i marsupi e i salti prodigiosi, avete deciso di riservare comunque la morte: il vostro palato avido si è accorto che la nostra carne sarebbe gradevole e nutriente.
  Noi elefanti siamo vittime di una vera e propria , che ci sta portando all’estinzione, a causa delle nostre preziose zanne di avorio. Diventiamo trofei di cui gloriarsi in foto in cui i nostri vigliacchi assassini sorridono tranquilli e orgogliosi accanto ai nostri corpi senza più vita.
  E tutti noi animali esotici ci avete chiusi nelle gabbie degli zoo, strappandoci ai nostri ambienti naturali, alla nostra libertà di movimento, alla nostra spontanea vita sociale. Passate davanti alle gabbie come davanti a un video strano e divertente, e così ci fate avvertire più dolorosamente la nostra prigionia.
  Noi cani siamo in cima alla classifica degli animali più amati da voi. State continuamente a ripetere che siamo intelligenti, fedeli, i vostri migliori amici… Ma voi siete nostri amici? Ecco come ci ripagate per il nostro affetto e la nostra fedeltà. Ci addestrate, con ogni tipo di vessazioni, per combattimenti all’ultimo sangue con i nostri fratelli. Combattimenti che si concludono con gravi ferite o proprio la morte. Come se neppure un poco vi foste affezionati a noi, invece di curarci, ci abbattete: e già, non siamo più buoni a combattere, non siamo più buoni a farvi guadagnare con le scommesse. In certi paesi, Asia Orientale e Oceania, alcune nostre razze sono allevate appositamente per la macellazione, per fornire carne prelibata ai viziosi palati umani.
  Diverse specie di noi scimmie sono usate nella sperimentazione sulla tossicità delle droghe e sull'efficacia dei vaccini. Anche per noi sono riservati trattamenti orribili. Tanto che, in un laboratorio estero, furono rinvenuti i corpi di 30 di noi arse vive.
  E che dire di noi scimpanzé? Siamo stati utilizzati per testare la sicurezza delle auto. Avete capito, vero? Eravamo impiegati al posto dei manichini nei crashtest. Di manichini ce n’erano in quantità, ma si preferiva fare del male a noi!
  Ma ora diciamo la nostra noi, orsi neri asiatici: siamo utilizzati massicciamente in Asia per la produzione di bile. Rinchiusi in gabbie strettissime, veniamo, se così si può dire, “munti” ogni giorno con una sonda che, attraverso una ferita sempre aperta, viene introdotta direttamente nel fegato… Avete un’idea di quel che proviamo?
  E finiamo con noi gatti. Dai tempi dei tempi ci avete usati per uccidere i poveri topi e salvare le vostre vettovaglie. Quale è stato il vostro ringraziamento? Che ci adottate, cosa a prima vista positiva, ma poi ci abbandonate per strada d’estate per farvi in pace le vostre irrinunciabili vacanze. Immaginate che vacanze facciamo noi, intanto.
Veniamo assassinati, da contadini che non sopportano la nostra presenza nei campi, con bocconi avvelenati che ci infliggono una morte dolorosissima. Veniamo sparati da mascalzoni che si sono stancati di dare la caccia ad altri animali, vogliono un’emozione nuova. Veniamo investiti volontariamente da sadici che ci odiano, ci disprezzano o, se stupidi superstiziosi, addirittura ci temono se siamo neri perché porteremmo sfortuna. Veniamo catturati per portarci nei laboratori della vivisezione, assieme a cani, scimmie e altre cavie: per testare medicinali che dovrebbero aiutarvi a guarire dalle vostre malattie, ci sottoponete a inenarrabili prolungate torture. Le cannule di plastica, senza pietà, ce le inserite ripetutamente nella trachea. (Eh, ma lo fate in nome della scienza!) Questo spesso causa emorragie, gonfiori, collasso dei polmoni, ferite alla gola. E infine ci date la morte che a quel punto, paradossalmente, diventa una liberazione.
  Lo sappiamo che voi non vi rendete conto della gravità di quello che ci fate. La vostra violenza è cieca e sorda. Ma noi che la subiamo, da sempre, abbiamo occhi per vedere e orecchie per sentire. Non sopporteremo in eterno il male che disinvoltamente ci infliggete. Noi ci organizzeremo, e tutti assieme faremo, senza dubbi e pentimenti, ciò che ci tocca fare. Non sarà domani, non sarà magari nemmeno dopodomani, ma un giorno vi circonderemo, vi colpiremo, con tutte le armi che madre Natura ci ha dato. Vi cancelleremo, sì, vi cancelleremo dalla faccia della Terra. Voi cosiddetti umani, che siete invece disumani. E sarà un mondo certo migliore quello abitato solo da noi.
  Firmato:
  i Legittimi Rappresentanti degli Animali della Terra
 
  P.S. Moltissimi altri animali si erano accomodati qui in fila, ordinati e pazienti, per far mettere nero su bianco le loro sacrosante denunce e proteste. Ma io, Miciobel, che sono lo scrivano, non ce la facevo più: non tanto a intingere l’unghia nel nero di seppia e a muoverla con accortezza sul foglio, quanto ad ascoltare testimonianze sconvolgenti sulla vostra imperturbabile violenza: troppo mi feriva e deprimeva. A tutti i compagni animali, che perciò non hanno potuto trovare posto nella lettera, chiedo umilmente scusa.           



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