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ebook di ArchigraficA

giovedì 4 dicembre 2014

E vi ho amati tutti




di Claudio Cajati

Ora che ho settant’anni, dicono che sono ancora bella. Come lo può essere una donna con le rughe, con i tessuti cadenti, con le forme ingrossate e sformate. Ma con due occhi felini verde chiaro e due labbra rosso fuoco anche senza rossetto: sì, queste, occhi e labbra, sono le mie residue tenaci armi di seduzione.
Da giovane ero uno schianto. Mio padre, che pure era una brava persona, mi guardava a volte con uno sguardo inquietante, e le sue carezze avevano qualcosa che non era tenerezza. Mia madre, che pure era carina, si lasciava andare talora a qualche sfogo aggressivo verso di me, in cui mi sembrava di leggere la sua invidia, piuttosto che il suo orgoglio per avermi generato. Gli uomini poi, anche se badavo a vestirmi con ostinata pudicizia, mi mangiavano con gli occhi, e facevano anche qualcosa di più. Una volta in un parco, seduta su una panchina a leggere un romanzo, sorpresi un uomo maturo, in un cespuglio proprio di fronte a me, a masturbarsi furiosamente, senza ritegno. Ne fui molto impressionata. E capii quali emozioni, turbamenti, desideri, smarrimenti, senza che neppure lo volessi, potevo suscitare con il mio corpo.
I miei spasimanti erano una folla, scomposta e impazzita. Quando dovevo uscire, mio padre pretendeva che mi accompagnasse, come una specie di guardia del corpo, mio fratello Ruggero. Un tipo deciso, violento, palestrato. Ma, devo dirlo, anche lui era in balìa di me: ogni tanto, con il fare più disinvolto e innocente che sapeva, mi metteva una mano sui fianchi, e quella, come per sbaglio, scendeva sul mio fondo schiena e lo carezzava a lungo. Allora la sua espressione, di solito tremenda, si scioglieva in una contemplazione inerme, non dissimile da quella di tutti gli altri uomini. Di ciò mio padre non poteva rendersi conto, e continuò a farmi accompagnare da lui.
Un giorno c’era una festa a casa di uno della mia classe, la terza H del Liceo Sannazzaro. Naturalmente mio padre mai e poi mai mi ci avrebbe mandata da sola. Toccò ancora una volta a Ruggero accompagnarmi: a lui, sette anni più di me, laureando in Medicina, non garbava per niente una serata in compagnia di quelli che considerava dei mocciosi con cui non poteva condividere niente. Mi accompagnò quindi molto di mala voglia. Alla festa circolava molto alcool e anche molti spinelli: inopinatamente Ruggero, che avrebbe dovuto solo badare a controllarmi e proteggermi dalla libidine dei tanti maschietti arrapati, si ubriacò e si fece almeno uno o due spinelli. All’improvviso due ragazzi mi presero e, approfittando della confusione e della musica ad alto volume, mi trascinarono in una stanzetta su un letto dove tentarono di stuprarmi. Io misi tutta la mia forza per resistere. A un certo punto sbucò la faccia infuriata di Ruggero che si era precipitato buttando a terra i due ragazzi. Gli sorrisi, lui era il mio salvatore, pensai. Ma un istante dopo era lui sopra di me. E poi dentro me. Piangevo e strillavo, lui però continuò, stravolto, irriconoscibile. A casa non dissi niente della cosa ai miei genitori. Ma a mio padre comunicai che non mi sarei fatta più accompagnare da Ruggero: mi inventai che ormai ero grande e sapevo come badare a me stessa. Mio padre protestò debolmente, poi smise. Credo che avesse intuito.
In seguito mi incoraggiò a fidanzarmi: “Mi raccomando, Gloria, con un bravo ragazzo, uno che ti voglia veramente bene, che non veda in te soltanto una splendida bambola, uno che capisca la tua natura sensibile, seria, riservata, prudente… perché tu dentro, nell’anima, sei perfino più splendida che fuori, io e mamma lo sappiamo bene, ma gli altri no, se non sono speciali… ecco, ti ci vuole un ragazzo speciale…”
Io intanto mi ero iscritta all’università, ad Architettura. Il motivo della scelta? Stravagante, si potrebbe dire: mi avevano entusiasmato le opere di Antoni Gaudì, con le loro morbide sinuosità, convessità e concavità, con quella geometria che definirei fluidamente sensuale, in cui mi piaceva vedere una parentela, se non una similitudine, con le forme fluidamente sensuali del mio corpo. Al primo anno, circondata da una moltitudine di maschi incantati, continuavo a vestirmi attenta a coprire più che a mostrare tutto quel bendidìo di cui la natura mi aveva dotato.
Fra la folla di colleghi ho subito notato te, Ernesto: carino, distinto, educato, misurato, intelligente e talentuoso, ma anche egocentrico, un po’ spaccone, molto ambizioso. Tu mi avevi già adocchiata - ma questo era successo a tutti i maschietti, ovviamente – e, appena hai accennato a farti avanti, siccome mi piacevi, ho deciso che ti avrei incoraggiato. Però con garbo, non troppo presto, per non fare la figura della sfacciata, della ragazza facile. Il nostro sodalizio è stato dapprima quasi perfetto. In aula, a letto, in giro per shopping e monumenti. Eppure c’era qualcosa che non quadrava fra noi, c’era nel nostro rapporto una grave asimmetria, che però non riuscivo a mettere a fuoco. Alla fine - siamo stati insieme per tutti i cinque anni del corso di laurea - sono arrivata finalmente a capire: sei stato con me, e così a lungo, per due motivi. Uno: sono incredibilmente bona, ti potevi pavoneggiare in ogni dove accanto a me, suscitando la livida invidia dei maschi, e a letto sapevo come farti impazzire, di desiderio e di godimento. Due: non so disegnare e progettare bene come te, e allora rispetto a me potevi sentire ogni volta ribadita la tua superiorità professionale: questo era per te un fatto prezioso, la tua compensazione, la tua agognata rivalsa contro lo strepitoso trionfo del mio sex appeal.
Tutto quello che ho voluto e saputo darti in più, affetto, tenerezza, premure, finezze, garbate allusioni, prudenti critiche, saggi consigli, perfino protezione e rassicurazione, ebbene tu l’hai tralasciato o non l’hai proprio còlto. In definitiva, non eravamo affatto due anime gemelle: io volavo alto, tu eri terra terra.
Dopo la laurea, mi sono resa conto della mia difficoltà a entrare in un mondo del lavoro sempre più selettivo. Un’altra ragazza, con la mia strepitosa bellezza, avrebbe puntato al matrimonio con un buon partito. E buonanotte alla soddisfazione di lavorare e guadagnare. Ma io non sono fatta di quella pasta. Non sono stata a compatirmi. Ho studiato per mesi l’inglese e sono volata a Londra a seguire un Master in Bioarchitettura. Come me la sono cavata economicamente? Dai miei genitori ho accettato solo gli euro per il volo aereo e le prime spese – euro che, gliel’ho assicurato, avrei restituito loro fino all’ultimo. E subito, con il mio aspetto favoloso, ho trovato un lavoro: cameriera in un ristorante che ha visto un vertiginoso aumento di clienti, tutti maschi, tutti che volevano essere serviti da me.
Quello che trovava ogni scusa per chiamarmi al suo tavolo e trattenermici il più possibile eri tu, William, ricercatore del Corso di Laurea in Scienze Linguistiche: un giovanottone altissimo, magro e ben fatto, biondissimo nei lunghi capelli lisci, con occhi celesti più di un cielo limpido. Parlavi otto lingue e, fra queste, un italiano perfetto. Mi facesti una corte serrata, crescente d’intensità e di fantasia nelle trovate. Credo che m’innamorai subito. Tu non eri il tipo che si attarda in preamboli romantici. Mi portasti sparato nel tuo appartamentino. Lindo, arredato con gusto, e con le pareti tutte tappezzate di poster di femmine nude. Vedesti la mia sorpresa e mi facesti un largo sorriso. Non eri imbarazzato e non avevi l’aria di uno che sta per giustificarsi. Allora io ti sorrisi a mia volta, con un sorriso franco e complice: pensai che mi ero innamorata di uno che ci sapeva fare con le donne. Niente male, quindi. A letto eri un maestro, perfino più esperto e fantasioso di me. Ad ogni incontro alzavi l’asticella, come si suole dire. Ti facevi più ardito, sperimentatore instancabile di nuovi giochi erotici. Dove saremmo arrivati? Non ci sarebbe stato comunque un limite a questa escalation? Certo. Il limite un giorno arrivò, ma non mi sembrasti contrariato o preoccupato. Il tuo viso rimase sereno, occhi maliziosi, sorriso radioso. E annunciasti trionfante: “Domani ti aspetta una bella sorpresa”.
Il giorno dopo, quando bussai e tu prontamente venisti ad aprirmi, vidi la porta della camera da letto ruotare. Comparve una ragazza belloccia, rossa di capelli, prosperosa e perversamente sorridente. Disse: “Sono Jocelyn, qui per voi.” Ero interdetta, non era certo la sorpresa che mi aspettavo. Era chiaro cosa significava la sua presenza. Avrei dovuto rifiutare, indignarmi, protestare e fuggire via. Ma ero talmente innamorata, povera me, che feci di tutto per dirmi che potevo accettare anche questo. Nell’ammucchiata avrei mostrato a te, William, e alla tipa che doveva essere una escort, qual era la differenza fra fare sesso a pagamento e fare sesso per amore. Inutile dire che vinsi io. Tu invece equivocasti: pensasti che io avevo molto gradito l’incontro a tre. E rilanciasti, con la tua incredibile faccia tosta. Un giorno mi facesti trovare, assieme a Jocelyn, un’altra escort, Gilda, non meno procace e perversa. Anche questa volta accettai la sfida. E trionfai.
Intanto mi ero finalmente resa conto, seppur accecata dall’amore, che tu eri un inguaribile spendaccione, i soldi non ti bastavano mai, eri sempre in bolletta. Ed ecco il motivo di quello che avesti il coraggio di propormi: “Senti, Gloria, la tua bellezza è tanto rara che è un peccato non farla fruttare a dovere…” Non capivo, chiesi: “Farla fruttare a dovere? In che senso?” Tu, imperturbabile, continuasti: “La tua avvenenza è tale che potresti entrare nel mondo del cinema…” Ti interruppi, irritata: “Ma per fare che? Io non so recitare e non ho la vocazione…” Allora tu mi lanciasti un’occhiata accattivante e allusiva: “Ma quello che ti propongo non richiede nessuna capacità recitativa; basti tu come sei…” Ti aggredii: “Se ti spieghi una buona volta!” “E va bene” concludesti “saresti perfetta a fare film porno…” Ecco la tua brillante soluzione per non essere sempre in bolletta. Mi venne spontaneo darti uno schiaffone. Ma già le lacrime scendevano a dirotto, rifiutavo le tue finte scuse, scappavo dall’appartamentino e da te. Mi avresti incontrata altre volte al ristorante dove lavoravo, ma mi sarei rifiutata sempre di servirti, avrei pregato l’altra ragazza addetta ai tavoli di farlo lei.
Finito il Master in Bioarchitettura, partecipai a vari concorsi per architetto in strutture pubbliche. Partecipai anche, ma solo per scrupolo, a una selezione per un posto come arredatrice nel Teatro Bolshoi di Mosca. Non so come, ma vinsi io, pur con i pochi titoli che avevo presentato. Non fu un caso fortunato. Fu uno scherzo del destino: lì incontrai te, Ygor, danzatore classico solista. Piccolino di statura, asciutto e scolpito con una muscolatura frutto solo di allenamento, occhi misteriosi quasi mongoli, pelle scura e capelli neri e spessi. Alla prima dello Schiaccianoci di Tchaikovsky, lasciati da parte i miei disegni, ero nel loggione ad ammirarti: leggero come una piuma, elegante, corretto e misurato nei passi, travolgente nelle rapide rotazioni su te stesso, disinvolto nel sollevare la ballerina come se a sua volta non pesasse. Mi colpisti al cuore, una freccia precisa scagliata da un abile Cupido.
Da quella sera faticai a mandare avanti il mio lavoro di arredatrice. Appena potevo, venivo a vedere le tue prove. E non mi sedevo nelle poltrone più dietro, come la gerarchia avrebbe voluto, lasciando quelle di prima fila al produttore, al regista, al coreografo e insomma a tutti i principali protagonisti dell’evento artistico. Mi mettevo spavalda in prima fila e, quando c’era una pausa nelle prove, anche breve, ti guardavo fisso, intensamente, e cercavo di calamitare il tuo sguardo su di me. Nell’ambiente correva voce che, come tanti altri ballerini classici, eri gay, che andavi regolarmente a letto con uomini. Non ci volli credere. Un giorno io, che ero provocante anche vestita da suora, mi misi addosso pochi panni. Ero più spogliata che vestita, e venni direttamente nel tuo camerino. Il tuo sorriso fu enigmatico, inquietante. Per un lungo attimo immaginai che stavi per dirmi: “Sei bellissima, per carità, ma, forse non lo sai, a me piacciono soltanto gli uomini. Quindi, scusami…” Ma tu non dicesti questo. Tu non dicesti niente. In un attino mi attirasti a te, come facevi con la prima ballerina, ma non per un passo di danza: con incredibile eleganza, anche se con un qualche impaccio, mi spogliasti, ti spogliasti. Avesti qualche difficoltà per l’erezione, ma riuscisti a portare a termine il rapporto. Pensai che non eri uno stallone, ma nemmeno un gay. Eri solo molto emozionato, ti piacevo fin troppo.
Quel tuo modo di fare l’amore, quasi timido e incerto, assomigliava a quello di un adolescente alla prima volta. Ma avevo equivocato. Quando cercai di fare di nuovo l’amore con te, tu diventasti sfuggente, chiuso a riccio. Non capivo il perché. Alla fine te lo chiesi, e tu te ne uscisti asserendo che le prove di danza erano sfiancanti. Un altro giorno, arrivata alla porta del tuo camerino, origliai: si intuiva un colloquio burrascoso fra te e un altro dalla voce femminea. Non capivo bene quello che vi dicevate, ma c’era per mezzo una scommessa fra voi due. Allora intuii. Quella con me era stata soltanto una sfida, anzi una scommessa goliardica sulla mia pelle. Tu eri e rimanevi un gay. Anche se con me ce l’avevi messa tutta ed eri riuscito, per una volta, a sembrare un eterosessuale. Archiviata la sfida, tu saresti tornato dai tuoi compagnucci di letto. Io sarei tornata a cercare un amore vero.
La mia attività di arredatrice languiva. Anzi agonizzava dentro una crisi planetaria che non accennava a finire. Dovevo darmi da fare. L’agonia materiale e spirituale non faceva per me. All’improvviso, come non averci pensato prima, mi resi conto che potevo tentare la carriera della top model. Veramente, avrei dovuto cominciare parecchi anni prima, quando avevo molto meno di trent’anni. E inoltre non avevo mai avuto il fisico asciutto, quasi anoressico, di prammatica in questo mestiere. Ma dovevo tentare ugualmente, cosa avevo mai da perdere? Ripassai il mio francese scolastico, raccolsi gli ultimi soldini che avevo messo da parte (non volli ricorrere ai miei genitori, dovevo ancora restituire loro parecchi euro) e con un volo low cost raggiunsi la favolosa Parigi. In pochi giorni mi feci un giro di tutti i principali atelier di moda. Ogni volta esordivo con il mio approssimativo francese: “Je voudrais faire la Supermodel à votre atelier…” La risposta non era a parole. Un’occhiata sbrigativa, come una concessione e, all’ammirazione per un corpo stupendamente tornito, seguiva un sorrisetto imbarazzato e ironico. Io capivo subito, e giravo sui tacchi. Ma, quando stavo ormai per rinunciare e fare un altro tentativo a Milano, la fortuna mi sorrise.
Il capo del personale dello Studio Élégant Femme, ancor prima che avessi terminato la mia frasetta di esordio, mi guardò compiaciuto. Come chi sa apprezzare una bona da schianto. Poi, con voce suadente e un largo sorriso incoraggiante, disse: “Elle est juste chanceux: nous choisissons généralement des modéles trés maigre et trés jeune, mais nous avons décidé de lancer aussi des modéles opulents et trentaine; est une nouvelle cible commerciale qui devient rapidement connue. Alors nous pouvons passer le test. Ce est bien?” Mi emozionai talmente che risposi in italiano: “Va bene, va benissimo. Quando si comincia?” Lui non riuscì a trattenere un sorriso torbido - solo in seguito capii il perché – e disse: “Même maintenant. Monsier Charles, le couturier et organisateur de les passerelles, a toujours le temps pour une belle femme, encore plus pour une femme incroyablement belle…” E mi fece un sorriso libidinoso. Mi accompagnò con allegra solennità da Monsieur Charles. Entrai nel suo studio rutilante di schizzi di abiti che tappezzavano tutti i muri. Subito tu, Charles, ti alzasti da dietro l’enorme scrivania, mi venisti incontro, mi facesti un baciamano perfetto sfiorandomi appena con le labbra tumide e fissandomi per un istante, inquisitivo ma cordiale, con i tuoi occhi neri. Eri un signore sui quaranta, appena brizzolato, di statura media, asciutto, dai lineamenti finissimi, le mani affusolate come devono essere quelle degli artisti, una carnagione bruna senza essere abbronzata, agghindato con un completo gessato, forse disegnato da te stesso, che ti faceva apparire ancora più magro.
 “Benvenuta” mi disse in un italiano dal gradevolissimo accento francese “Non la invito neppure a sedersi, come vorrebbe la prassi della buona educazione: è che la conduco subito nel salottino per la prova dei vestiti… lei, nel suo esuberante splendore, è quel che si dice una taglia forte ma, come deve averle già spiegato il capo del personale, noi cerchiamo anche femmine strepitose come lei per lanciare abiti destinati a un pubblico di donne tornite e non necessariamente giovanissime… pardon, non volevo dire che…” Stavi per mortificarti, io ti interruppi con un sorriso benevolo: “Ho trent’anni, lo so che normalmente le modelle sono più giovani…” Tu mi guardasti con riconoscenza, poi sbottasti, allegro e pimpante: “Beh, non perdiamo tempo, andiamo a provare degli abiti adatti a te, degli abiti capaci, se mai possibile, di valorizzare la tua rara avvenenza.” Fu lì, mentre mi spogliavo e mi vestivo che capii in cosa consisteva, anche e soprattutto, il provino. Tu mi facevi il provino dei vestiti, certo, ma ancor più eri interessato al provino ‘orizzontale”: con un movimento elegante e armonioso, prima che mi misurassi un altro vestito, mi ribaltasti su un enorme letto che fino ad allora, chissà come, non avevo notato. E potetti provare la sapiente efficacia di un quarantenne molto virile: possedendomi mi esaltasti invece di umiliarmi, arrivasti più e più volte, sempre con la disinvoltura di un uomo esperto, misurato, attento al mio piacere. Dopo, non ti addormentasti come fanno tanti. Mi guardasti con tenerezza e partecipazione, mi sembrò che il tuo fosse già amore. Il mio certamente sì.
Per molti mesi mi sono abbandonata nelle tue mani magiche. Sfilavo in passerella con gli abiti raffinati e originali che tu disegnavi apposta per me. Perché li indossassi io e nessun’altra. Anche se a letto continuavi a soddisfarmi alla grande, la creazione di abiti solo per me era la manifestazione, più consona al tuo talento, del tuo amore. Ero innamorata di te, e credevo che anche tu mi amassi, alla follia. Ma mi sbagliavo. Quanto mi sbagliavo! Un giorno, nella mia stanzetta privata, pensai di telefonare ai miei per raccontare loro tutta la mia felicità. Non so quale tasto pigiai involontariamente, e mi arrivò la tua voce: parlavi con il contabile come fanno i maschi complici quando si confidano fra loro. Parlavate in italiano e tu dicevi: “Sono stato proprio fortunato con questa Gloria, mi è arrivata su un piatto d’argento: bellissima, disposta a tutti i sacrifici che il nostro mestiere comporta, puntuale e professionale sempre, sa sfilare come una veterana… ma non basta, me la scopo ogni volta che voglio, e puoi immaginare che goduria con una così… Sono sicuro che s’è innamorata di me, e le piace credere che io la ami, figurati! Inoltre mi sta facendo guadagnare un sacco di soldi, ed ecco un altro buon motivo per tenermela stretta stretta...” Volevo fuggire, ma le gambe mi tremavano e non mi sorreggevano. Aspettai la sera tardi per raccogliere nella valigia le mie poche cose (non portai via nemmeno un vestito disegnato da te) e nella notte scappai via con un taxi. Sapevo che più tardi mi avresti cercata per un’altra notte di sesso: ma a questo punto, caro mio, non ti restava che farti una sega.
Tornai a casa dai miei. A loro non raccontai nulla delle mie cocenti delusioni. Ma loro intuirono che qualcosa di grave mi era accaduto. Mio padre non poté fare a meno di dirmi: “Sei sempre bellissima, bambina mia…” e nel suo sguardo, nelle sue carezze, ritrovai quella ambiguità inquietante che già avevo conosciuto. A casa potevo riposarmi per un poco, ma subito dopo me ne dovevo andare. Lessi di un importante convegno di Bioarchitettura a Barcellona. Decisi su due piedi che sarei volata lì, nella città dove tutto, cultura, turismo, accoglienza, cibo, era ottimale. Negli intervalli del convegno mi dedicai a visitare molte mostre di grafica e di pittura. Nella Galleria Gaudì era esposta l’ultima produzione pittorica iperrealista di un catalano giovanissimo e già affermatosi prepotentemente. Pablo. Un nome che era una promessa e una garanzia. Pablo, mi soffermai a lungo davanti alle tue opere. Mi colpirono soprattutto i nudi femminili, perentori, nitidi, coinvolgenti, e mai volgari. Mentre stavo studiando un quadro, tu ti avvicinasti: avevi un odore di colori ad olio, misto a un delicato profumo per uomo, occhi verdi acquamarina e uno sguardo di adolescente adulto, capelli liscissimi castani che ti fluttuavano sulle spalle, mani affusolate eppure maschie, un sorriso mite e una gesticolazione speciale, come se stessi dipingendo sempre. Mi sorridesti e dicesti: “Usted sería para mi una modelo extraordinaria, como nunca tuve.” Era una sfida, non avevo mai posato nuda. Una sfida eccitante, con un pittore importante e anche un bell’uomo.
Ti dissi di sì. E la sera stessa, dopo una cena sontuosa con tanti amici e acquirenti per festeggiare il vernissage, mi portasti nel tuo studio. Erano le due passate, ma nessuno di noi due aveva sonno: mi spogliasti con studiata lentezza, mi facesti mettere in posa, prendesti tela colori pennelli e, in meno di quattro ore - una notte in bianco che non sarebbe stato possibile dimenticare – mi facesti il ritratto. Nel tuo quadro la mia prorompente sensualità era esaltata, fin quasi al paradosso. Mi venne spontaneo abbracciarti e baciarti. Facemmo l’amore con un furore sapiente, persi in un piacere smemorante, in un abbandono completo che mai prima avevo conosciuto. Eppure non ero una novellina. Ci appisolammo soltanto verso le nove del mattino. Al risveglio accanto a te, seppi subito che mi ero innamorata, ancora una volta. Ma tu, tu ti eri innamorato di me? O per te ero soltanto una femmina stupenda da scopare, una modella diversa dalle solite che ti dava l’occasione per un nuovo percorso artistico? I quadri con me nuda non li esponevi alle mostre: pensavi che non ne erano degni? Ma siccome mi piaceva pensare che eri innamorato di me, immaginai che eri tanto geloso da non volermi dare in pasto agli sguardi viziosi dei maschi.
Mi aspettava un’incredibile amara sorpresa. Tu mi avevi rappresentata, nei primi quadri, immersa in piccoli paesaggi in cui ero, sebbene molto eccitante, soltanto una sommessa protagonista. Poi eri passato a ritrarmi più in primo piano, isolata da qualsiasi contesto, con un iperrealismo che esaltava la mia travolgente avvenenza. Pensavo che ti saresti fermato qui. Un giorno invece mi facesti vedere gli ultimi quadri dipinti senza interruzioni per una notte intera. Erano tutti dettagli, parti isolate e ingigantite del mio corpo: un enorme seno, un gigantesco capezzolo, smisurate grandi labbra, un’immane vagina, un culo mastodontico, un abnorme osceno sfintere anale. Il mio corpo nel suo insieme non c’era più, non era più possibile riconoscermi. Come pezzi di carne dal macellaio… Non ci misi molto a fare il punto: tu certamente non mi amavi. Come corpo intero ti servivo da oggetto per la tua libidine di maschio. Come corpo smembrato ti servivo per un esperimento artistico. Prima di abbandonarti e di ritornare alla mia vecchia casa, distrussi tutti i quadri che mi ritraevano, intera o fatta a pezzi.
Tutti voi, Ernesto William Ygor Charles Pablo, avete adorato il mio corpo. E come potevate non farlo? Generosa come sono, non mi sono limitata a concedermi, vestita o nuda, ai vostri sguardi attoniti e rapiti: mi sono prodigata perché ne traeste il massimo godimento, il tripudio esaltato della carne soddisfatta. Con la vostra insaziabile fame di sesso, mi facevate perfino tenerezza, pensate un po’. Mi sembravate bambini viziosi ma comunque innocui. Sono stata il vostro giocattolo preferito. Non più di uno splendido giocattolo. Nessuno di voi ha mai sfiorato con me la dimensione dell’amore. Ma non importa. Io sono riuscita a non rimanere ostaggio della mia prepotente avvenenza. Io l’amore l’ho conosciuto. Io ho saputo amarvi. E vi ho amati tutti.



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