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ebook di ArchigraficA

martedì 25 novembre 2014

Letteratura Disegnata: lezione due


Alfabeti e disegni
La calligrafia di Ugo Pratt







di Giacomo Ricci



«Il mio disegno cerca di essere scrittura. Disegno la mia scrittura, scrivo i miei disegni».
Straordinarie queste parole di Hugo Pratt, come ho già detto in precedenza. A questo proposito vorrei esporvi una mia particolare teoria. La quale suggerirebbe che Pratt abbia avuto tanto successo perché, sul piano del disegno, sia riuscito a costruire, libero da ogni inibizione «realistica», un alfabeto completo e complesso di simboli iconici.  Proprio come fa un bambino.   E che la sua «scrittura di parole disegnate» rappresenti una consapevole e deliberata ricostruzione dello spazio creativo-compositivo tipico dei bambini.
Anzi, diciamola meglio: in cui i bambini eccellono.
Dimensione spaziale e immaginativa che  artisti famosi, per tutta la vita, tentano disperatamente di riconquistare, riuscendoci solo in alcuni casi limitati e molto particolari.  Sto, per esempio, pensando a Marc Chagall e le sue deliziose figure che volano in cielo o Paul Klee e alla sua Storia naturale infinita, ai segni elementari che compongono le sue creazioni grafiche, le sue calligrafie, i suoi preziosismi iconici, i suoi alfabeti inusitati e fantastici.
Quando un bambino s’impossessa di un foglio di carta e compone in piena libertà non ha nessuna paura del vuoto del bianco del foglio. E’ come se i segni già ci fossero e lui, michelangiolescamente, non facesse che ricalcarli, portarli alla luce. Paura, vero e proprio horror vacui, che, al contrario, appartiene ad ognuno di noi, del mondo adulto.
Il foglio di carta bianca è spiazzante, spaesante, disorienta. Per ricomporci dobbiamo subito creare confini, cornici, punti di riferimento, direzioni da seguire nel nostro percorso.
Un bambino che disegna lo fa con grande maestria e disinvoltura, ponendo esattamente ogni elemento al suo posto. Ognuno con il suo significato univocamente fissato, stabile. Il sole è il sole, la linea di terra è la base sulla quale poggiano i piedi e il fondo tutti i personaggi e le cose che entrano nella sua “storia disegnata”. Non fa niente che i raggi del sole siano stortignaccoli e questi somigli più a uno scarrafone che non al nostro astro splendente nel cielo. E così le gallinelle stanno con le zampe a terra e magari beccano, il cavallo ha la coda al posto suo e le colline si alzano dolci sullo sfondo con tante verzette spennate che, li riconosciamo subito,  sono tanti splendidi alberi di un bosco lontano.
Ogni cosa ha il suo senso e lo acquista anche e soprattutto dal rapporto che stabilisce  con gli altri elementi presenti nella scena.  Cioè, architettonicamente parlando, tutto è «composto», giustapposto, piazzato, cioè, al «posto giusto» nei confronti delle altre entità vive che lo circondano.
I bambini sono eccellenti compositori. Hanno il senso della composizione e dello spazio.
E mai parola come «scena» fu più adatta per descrivere un’opera compositiva di questo tipo, perché quella del bambino è una rappresentazione teatrale dove ogni personaggio recita il suo ruolo e lui, il bambino-regista,  integra, con le parole, con il racconto che fluisce sicuro dalla sua testa, quello che sta accadendo sul foglio di carta.
Calligrafia pura, quella di un bimbo che disegna. Forma e significati coincidono e sono inscindibili. Un’unità semantico-linguistica inattaccabile, inespugnabile da qualsiasi attrezzo critico, per quanto affilato e crudele esso possa essere.
Per Pratt, l’area in un frame, in una vignetta circondata dal suo bordo quadrato-rettangolare, è, dunque,  spazio semantico riguadagnato. Espressione riacciuffata da un’infanzia lontana, che sembrava perduta per sempre. Corto Maltese si muove in un universo simbolico significante di segni catalogati e fissati. Il suo berretto, i lunghi favoriti, l’anello all’orecchio, il sorriso enigmatico e romantico, i capelli ricci e la sua giacca, le lunghe gambe, quasi due pertiche,  infilate in lunghi pantaloni bianchi  a campana che svolazzano al vento fittizio della scena sono i segni di un alfabeto grafico-immaginifico stupendo e coinvolgente, che ci porta lontano con lui a navigare in mari salatissimi che circondano isole e terre di sogno. Tra un’umanità selvaggia e pulita. Proprio come fece Stevenson andandosene a vivere nelle isole Samoa l’ultimo periodo della sua vita.
E qui fu ripagato. Tusisala lo chiamavano gli abitanti di quei lontani mari, «raccontatore di storie», ripagandolo, gratificandolo molto più della civiltà che aveva abbandonato che considerava la sua splendida letteratura d’avventura con sufficienza critica, sottovalutandola, impoverendola di significato.
Nel bambino e in Pratt i segni, per la loro fissità mobile e la loro stabilità concettuale danno, a un tempo, sicurezza a chi legge, perché privi di qualsiasi ambiguità semantica, e aprono, proprio come le parole a volte sanno fare, lo spazio della poesia.
Poesia, quella di Pratt, che appartiene, dunque, a un mondo dell’infanzia rivisitato.  In un’essenzialità vibrante e musicale.
Su questa base di segni carichi di significati,  Pratt costruisce i tratti che caratterizzano i suoi personaggi.
La sua narrazione eredita, a parere mio, le dinamiche proprie di Robert Louis Stevenson, come si sarà capito, autore nel quale  i personaggi , pur nel loro contrapporsi-completarsi, sono derivati dal tormento e dalla complessità dell’animo umano che non è tutto bianco o nero, ma frutto della contraddizione. Mi sto riferendo, ovviamente, alla situazione descritta in Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr. Hide. Straordinaria anticipazione di inconscio, Es, conflitti, complessi, SuperIo che solo più tardi sarebbero stati teorizzati e sistematizzati da Freud. Il male, dice Stevenson non è altro da noi. Il fratello terribile, la bestia, l’orrore è tutto dentro di noi. E basta poco per scatenarlo in tutta la sua ferocia e dal nostro profondo passare ad invadere la terra e gli uomini, seminando orrore, tormento, sterminio.
Ecco qui, in forma poetica e di racconto, anticipata la sorte dell’Europa di qualche decennio di lì da venire, con gli orrori e gli stermini nazisti e la devastante figura del fratello più nero di qualsiasi immaginazione possibile, Hitler e la sua «follia».

E qui è necessaria una digressione. Ma si tratta solo in apparenza di divagazione.
Io sono convinto che, oggi, tutto quello che ha che fare con la lingua scritta, almeno qui da noi, In Italia, sia in profonda crisi. Certamente è la conseguenza di una più generale crisi sociale ed economica. Ma è anche una conseguenza del mondo dell’immagine rapida e sfuggente, che non fa a tempo ad apparire da essere già obsoleta e morta. L’immagine di consumo, rapida, effimera, televisiva è studiata apposta per una comunicazione pervasiva, istintuale, profonda, impressionante, coinvolgente e, dico io, devastante.  Si tratta del trionfo-declino di ogni forma di linguaggio che per questo effimero trionfo, si trasforma in puro veicolo di merce. E per questo scopo, per il trionfo del mercato,  stiamo sacrificando sull’altare della sopravvivenza del capitalismo uno dei primati più importanti dell’uomo sul piano intellettuale e conoscitivo. Mi riferisco alla lingua, alla scrittura, la letteratura, in ultima analisi.
Perché tutto il meccanismo di decodifica lingua scritta-significato con la sua faticosa conquista, viene bypassato, messo in secondo piano. Per una comunicazione diretta, istintuale, devastante, basata sull’immagine effimera di cui ho detto.
Sul piano istintuale, dunque, stiamo tornando indietro, a una comunicazione prelinguistica, prealfabetica. O almeno assai semplificata, da apparire rudimentale, imprecisa, scarna, banale, e,  in definitiva, vuota.
Ecco che allora il tentativo del fumetto che ripone in collegamento tra loro immagini e parole appare degno di nuovo interesse.
E appare tale tutto il lavoro di Pratt di cui abbiamo ricordato ora il significato.
Che poi questo lavoro sia intenzionale è esplicitamente evidente in Pratt che interviene moltissime volte  intorno al valore del rapporto icona disegnata-parola. Lo fa con esplicite strip a questo dedicate.
C’è, da parte sua, anche un legame profondo con i miniaturisti medievali, le icone e così via.
Ecco che il lavoro di Pratt nella costruzione di una sua personale calligrafia presenta elementi di grande interesse dal punto di vista del discorso che qui si svolge. Che andrebbero analizzati puntualmente come fondativi di un suo alfabeto personale o, meglio, di un suo vero e proprio vocabolario grafico.
E qui intendo con quest’espressione un qualcosa che noi, nella nostra articolazione linguistica basata su fonemi, non possediamo più e che, nella nostra infanzia, era uno degli elementi caratterizzanti la nostra creatività.
Il vocabolario grafico si basa su ideogrammi o iconogrammi propri delle costruzioni linguistiche più antiche, dove ogni simbolo era figurativamente individuato e corposamente evidente, senza alcuna derivazione basata su fonemi e astrazioni come le lettere dell’alfabeto cui siamo oggi abituati.
Pratt conduce, in maniera del tutto arbitraria, è ovvio, la sua comunicazione scritta-disegnata verso uno status di questo tipo.
Molti simboli, linee che attraversano il quadro, macchie più o meno ondeggianti, ellittiche,  ombre come vere e proprie calligrafie, segno ondulati che delineano abbigliamento e tratti del corpo, chiari stereotipi che individuano un volto, sbaffi arricciati al posto dei capelli, tutto questo repertorio insomma, è classificabile, si ripete, cioè, con una certa frequenza non soltanto nello stesso racconto ma anche in molti altri e finisce per rassicurare il lettore, immergendolo in un mondo di comunicazione definito e delimitato.
Questa permanenza dei segni serve alla coppia autore/lettore,  Pratt/io-che-leggo, per stabilire una forza collaborativa che dà sostanza al testo scritto-disegnato.
Niente più e niente meno di quello che fa un bambino nel suo universo di significanti grafici fino a quando non è costretto a una vera e propria frenesia del realismo e della rassomiglianza.
Allora, se questa teoria in qualche modo si regge, come dicevo all’inizio, il successo di Pratt starebbe tutto nella riconquista del mondo espressivo infantile-adolescenziale che siamo stati costretti ad abbandonare.
E questa digressione favolistica ci rapisce, ci restituisce una dimensione dimenticata ma che, da qualche parte, si nasconde dentro di noi.
E Corto-Pratt diventa un compagno di viaggio che ci conduce per mano verso quel mondo meraviglioso che credevamo di aver perduto e che invece era a due passi da noi. Bastava allungare la mano per afferrarlo di nuovo.
E il sorriso di Corto diventa complice, ci mette sicurezza. E corriamo per i mari con lui, verso isole felici. 

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