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ebook di ArchigraficA

sabato 8 novembre 2014

Il mestiere di scrivere



Georges Simenon


Un'intervista di Simenon su Youtube

di Giacomo Ricci

Ho visto, tempo fa, su Youtube (click per vederla) un’intervista a Simenon che, con l’immancabile pipa, spiega alcune caratteristiche del suo essere scrittore.
Innanzitutto accenna alla sua storia. Una lunga gavetta nella quale si è fatto le ossa scrivendo romanzi «popolari», di vario genere, rosa, per ragazzi, di avventura, un po’ osé.
E poi sottolinea, con una certa enfasi, che il mestiere dello scrittore è quello di un artigiano, non di un artista.
Insiste sul suo lavoro di «lima», di aggiustaggio e di messa a punto continuo. E poi le sue matite, il suo «buco», lo studio  dove passa la maggior parte del suo tempo, la sua calligrafia minuziosa e ordinata, microscopica, le bozze e i manoscritti, che poi sono rilegati in volume e la sua fase di battitura  a macchina, fatta essenzialmente di pomeriggio.
Quello che emerge è, dunque, un lavoro metodico.
E poi afferma candidamente che non ama parlare con gli scrittori di letteratura. Non avrebbe da dirsi molto.
E’, per lui, più importante parlare con il sindaco del paese nel quale vive, con gli operai. Perché da loro ha da imparare. Dai letterati nulla.
Un quadro complessivo di una persona tranquilla, che svolge il suo lavoro lontano dal clamore, metodico, attento, con le sue manie, che dedica alla scrittura lo stesso tempo e lo stesso impegno che un impiegato in un ufficio del catasto dedica alle sue carte, alle sue pratiche.
Sconvolgente?
Per me no. Perché credo che questo sia il lavoro di uno scrittore prolifico. Piano, quieto, mansueto. Anche Stephen King rimanda  di sé, in On writing, un’immagine molto simile.
Sono gli scrittori contemporanei italiani che mi lasciano perplesso, che girano con frenesia in varie città per presentazioni, che frequentano salotti, che sembrano essere delle star in continua fuga.
E’ per questo che i loro libri sono, quasi sempre, illeggibili, sbagliati, densi di stupidaggini e gag mal riuscite. Ed è per questo che non riesco a leggerli. Con estrema franchezza.
Simenon, con il suo «mestiere» raggiunto con tanta applicazione e costanza, è molte spanne sopra. Ed è un vero piacere leggerlo. 
E so che quando lo leggo mi trovo in buona compagnia. Tra gli altri lo amava Sciascia. E lo  ama Camilleri. Montalbano è un tributo dedicato al maestro. Ed ha la stessa umanità di Maigret.
E trovo che ci facciano tantissima compagnia. Che ci aiutino a sopportare la vita e le sue inutili angosce. Che è, poi, uno degli scopi più alti della letteratura, della narrativa: staccarci  dal mondo, concederci alla fantasia, al racconto come percorso entro di noi e nei nostri desideri, allentando le spire di una realtà che facciamo di tutto per rendere sempre più insopportabile.

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