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sabato 31 agosto 2013

Ancora menzogne storiche su Napoli



Carlo III di Borbone, Re di Napoli




di Giacomo Ricci


Alla fine del TG 3 delle 19.00 di  ieri andò in onda un servizio su Achille Lauro e la rapina edilizia della città di Napoli che  con lui sindaco si ebbe.
Faccenda nota, magistralmente raccontata dal film di Rosi Le mani sulla città e che, ogni tanto, viene rispolverata con il dovuto folklore, i riferimenti alla plebe napoletana di tutti i tempi, la rapina della città, lo scempio paesaggistico, la cosiddetta “muraglia di via Aniello Falcone” e così via.
Roba nota e, direi, vecchia abbastanza per entrare nella storia comune delle disgrazie subite da questa città.
Ma la cosa che ci fece letteralmente saltare sulla sedia, a me e mia moglie, fu un’affermazione gettata lì, con grande disinvoltura, dal commentatore del servizio in onda. Il comportamento di Lauro, disse proprio così,  non era stato diverso da quello dei Borbone, sul piano della rapina del territorio e del malgoverno.
Eccolo lì, di nuovo, fare la sua apparizione lo svarione, a dir poco, d’interpretazione storica. Che poi, a voler essere corretti, di svarione non si tratta e nemmeno di una battuta estemporanea. 
No, nient'affatto. A voler essere rigorosi si tratta di un vero e proprio “falso” storico, anzi, diciamola così com’è, di una vera e propria menzogna.
Una menzogna che, anche se probabilmente il malaccorto commentatore di RAI3 non se n'è reso pienamente conto, circola ad arte, assieme ad altre, per dare corpo a un vecchio principio bellico.
Che è, papale papale: quando si sconfigge un popolo e la sua forma politica bisogna che la distruzione sia radicale, fisica, assoluta,  perpetrando un vero e proprio genocidio, sul piano morale e su quello della storia.

Il Parco della Reggia di Caserta

“La guerra è la guerra”, dice un vecchio adagio. Ma noi, nel commentare la storia a posteriori sembriamo sempre dimenticarcene.
Se si sconfigge un popolo sul piano militare si deve proseguire, fino in fondo. Non basta che il suo esercito sia distrutto, che le città siano state messe al sacco e che la popolazione “nemica” sia umiliata non solo nei suoi guerrieri e nel suo esercito ma anche, e soprattutto, nelle sue donne e nei suoi bambini.
Bisogna infierire sui vinti. Bisogna ucciderne quanti più possibile, umiliarli, azzerarne la coscienza, distruggerli. E se non si può per tutta la popolazione, allora bisogna cancellarne la memoria. Questo l'imperativo, questa la necessità. 
Lo dicevano i romani: «Vae victis!».
«Guai ai vinti!»
Che poi non si tratta soltanto di un “beffardo accanimento” dei vincitori sui vinti, come a torto si ritiene. Si tratta sempre, c’è poco da fare, di un vero e proprio progetto di annullamento. Perché la sconfitta non si trasformi in un boomerang, in un feroce insegnamento a quelli che sopravvivono per prendersi la rivincita, è necessario distruggere fino in fondo popolo, memoria e storia.
Riempire la storia futura di una quantità sufficiente di menzogne: i nemici? Sporchi, pidocchiosi, malvagi, affamatori, inetti, imbelli, senzadio, arroganti, incapaci e chi più ne ha più ne metta. 
Dunque «Guai ai vinti».
Così si dà fondo a tutta la libido turpe che se ne sta nel  fondo dell’animo dei vincitori, che si trasformi  in fenomeno concreto, in un vero e proprio atto di sottomissione totale dei vinti, ma soprattutto di un vero e proprio progetto di annullamento dell’alterità, del nemico.
Ché si sa, il nemico è da distruggere in toto, e dunque, nella sua cultura, nella sua stessa antropologia.
Il progetto di annullamento è sempre presente dopo una guerra. Non c’è politica che tenga, non c'è mediazione possibile. Ciò che si deve distruggere e la storia dell’altro, del vinto. A qualsiasi costo.
Ecco che allora lo svarione preso dal cronista del TG3 appartiene  a qualcosa di più grande che lui stesso, nella sua ristrettezza storica e totale disinformazione (vera? falsa?) contribuisce a perpetrare.
Ma noi abbiamo il dovere, a centocinquant'anni di distanza, di chiederci come siano andate veramente le cose. 
Ma diciamolo con chiarezza.
Può esserci paragone storicamente accettabile tra i Borbone e Lauro? Tra Carlo III, primo vero Re che il Regno di Napoli abbia avuto dopo secoli di dominazioni esterne e il buon Achille, imprenditore self-made-man dell'immediato secondo dopoguerra?

Io, se dovessi, esibirmi in azzardati paralleli storici  mi sentirei di paragonare Lauro, meglio e in maniera curiosamente affine,  a un nostro contemporaneo cittadino della nostra Italia contemporanea, molto discusso, ancora sulla breccia da un po’ di tempo. Stessa età, più o meno (circa ottant’anni) stessi vizi (accanimento di prestazioni su giovani donzelle, nonostante il loro essere vegliardi), moglie e  fidanzata ufficial-ufficiosa in contemporanea, grandi guadagni e fortune colossali accumulate, patron di squadre di calcio (il Milan e il Napoli rispettivamente), napoletanitudine come "aura" culturale (?), autentica per il primo, acquisita per il secondo per scelta e vocazione/formazione musical-cultural-crocieristica.
Ma allora chiediamoci: quale sarebbe  il rapporto tra l’edilizia realizzata nel periodo laurino  e quella promossa dal primo Borbone?
Nessuno, ovviamente, come ognuno dotato di cervello e di un minimo di informazione può notare. 
Faccio un rapido elenco?
Per Lauro valgano:
La cosiddetta “muraglia cinese” situata in Via Aniello Falcone, una delle strade panoramiche più felici e belle di Napoli, orribile schiera di palazzacci di speculazione in un posto dallo straordinario valore ambientale, paesaggistico e naturalistico.

La cosiddetta "Muraglia cinese" a Via A. Falcone

Il cosiddetto  Rione Lauro a Fuorigrotta, un lager a dir poco, un orrore edilizio spaventoso.
La palazzata a piazza Mercato che grida ancora vendetta davanti a Dio e gli uomini, in disprezzo del luogo storicamente più rilevante della Napoli del passato e delle passate dominazioni. 

Palazzata a Piazza mercato. In fondo lo storico  campanile del Carmine

Il palazzaccio a Piazza Cavour che sostituì due splendide palazzine neoclassiche e così via.

E per il  Borbone? Allora per Carlo III, il cosiddetto “buon Re” elenchiamo:
La Reggia di Capodimonte e il parco.

La Reggia di Capodimonte
La Reggia di Caserta e il parco. (ricordo per inciso il lavoro fatto dall’architetto per alimentare la cascata, spostando il letto di un fiume e convogliandone le acque in maniera da ingegnere dell’Ottocento. Solo un Eiffel ci avrebbe pensato e ne avrebbe avuto lo spessore. Ma siamo a metà del Settecento, un secolo prima. Questo per sottolinearne il carattere innovativo).

La reggia di Caserta

La trasformazione dell’ex-cavallerizza in Museo Archeologico Nazionale (per inciso Re Carlo avviò gli scavi di Pompei e donò la sua intera collezione “personale” di Cammei e l’intera collezione farnese di statue che gli veniva da sua madre Elisabetta Farnese, per l’appunto).

L'ercole farnese
La Reggia di Portici.

La Reggia di Portici

La Villa Comunale.
E mi fermo qui ricordando che uno degli architetti da lui chiamati per le imprese di cui sopra fu nientedimeno che Luigi Vanvitelli, autore tra l’altro delle opere di ingegneria cui prima facevo cenno.
Ricordo ancora la “speculazione” dell’Ospedale dei Poveri e per i suoi successori la colonia di San Leucio.

L'Ospedale dei Poveri

Il primo rappresentò una delle più grandi opere filantropiche concepite all’epoca atteso che non si parlava ancora di socialismo né tanto meno delle idee illuministe di Fourier che sono più tarde.
La colonia di San Leucio, è una delle idee più “rivoluzionarie” mai realizzate, sotto il profilo tecnico, produttivo e sociale. E metto un particolare accento su quest’ultimo aggettivo. Si trattava nientedimeno che della costruzione di una colonia di lavoro, indipendente e autosufficiente,  per giovani diseredati, facendovi costruire  la macchina tessile più avanzata al mondo come tecnologia. Progetto che diede  inizio ad un esperimento sociale, urbanistico, antropologico, produttivo e innovativo di amplissimo respiro, mai più eguagliato neanche nei regimi cosiddetti “comunisti” contemporanei o appena tramontati.

San Leucio, la grande macchina tessile

Ah, per inciso. Tutti i luoghi di cui fu promotore il buon Re Carlo (stavolta senza virgolette)  sono attualmente musei, tra i più grandi al mondo e che invece quello che sopravvive dell’edilizia laurina è ancora un perfetto pugno nello stomaco.
E a propositi di pugni sullo stomaco, non arriverei a tanto (sotto il profilo metaforico, s’intende) col commentatore di RAI 3 per le stupidaggini che ha detto. Mi limiterei a una buona tiratina d’orecchi, come si usa fare con gli allievi somari, pregandolo di andarsi a studiare  meglio la storia urbanistico-architettonica di Napoli.
Quando la smetteremo di dire bugie da bassa propaganda postbellica? Quando impareremo a mantenere il rispetto dovuto a organizzazioni politiche che nulla hanno da invidiare ad altre e che, nella buona come nella cattiva sorte, sono la nostra memoria (grande) di popoli del Sud?
Per terminare,  il monarchico Lauro era un fautore della monarchia sabauda. Non mi pare che fosse in qualche modo legato a quella dei Borbone.


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