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ebook di ArchigraficA

venerdì 23 agosto 2013

Gatti e filosofia della vita






Gaetanino

di Giacomo Ricci

Il mio gatto mi sale sempre sulle spalle (come in questo momento). E’ una cosa che gli piace fare assai. Non avevo mai avuto un gatto così legato a me. Nessuno dei tanti che abbiamo avuto in tanti anni lo ha fatto.
E’ lui che mi ha scelto come amico ed è fedelissimo. Come potrebbe essere un cane.
Io l’ho chiamato Gaetanino. Ricordando il cane di Renato Pozzetto in un film del quale non ricordo più il nome.
Devo dire di volergli molto bene anche se il suo attaccamento a volte mi sembra morboso e faccio di tutto per sfuggirgli.
L’affetto e la vicinanza di una bestiola sono cose che non si discutono.  Sono affetti reali, incondizionati.
Legami profondi, gratificanti.
Gaetanino è un gatto bellissimo, soriano con discendenze siamesi abbastanza evidenti, tigrato, grigio perla, con occhi verdi e sguardo languido.
Una vera bellezza.
La serenità degli animali nei confronti della vita è un sentire , anzi, meglio, un sentimento  che ci fa bene, ci rende meno aggressivi.  Ci fa più maturi e tolleranti.
Abbiamo molto da imparare  da loro perché, nella nostra crescita, nella nostra definitiva collocazione come specie di homo sapiens sapiens, per il nostro pensiero calcolatore, abbiamo dimenticato molto della natura e delle nostre origini.
Dovremmo, noi tutti, fare un gran passo indietro e riconsiderare  quello che abbiamo abbandonato. Credo che – se il genere umano non cessi prima – l’unica strada percorribile per noi sarà quella del “ritorno”, alla faccia dei progressisti della tecnica e del moderno, verso un modello di vita più equilibrato con la natura e meno aggressivo.

A volte penso che quando si arriva alla mia età  ogni giorno sereno è tempo guadagnato di cui ringraziare chi ci ha dato la vita.
Io lo so che il nostro modo di intendere la trascendenza è mitologico, letterario, fantasioso, non reale. 
Come i bambini riformuliamo a nostra immagine quello che non comprendiamo.
Ma, aver capito questo – questa nostra ingenuità – non nega l’esistenza di una continuità vitale per ognuno di noi.
Anche se è altro dalla nostra capacità di immaginare.
Questo non vuol dire che non ci sia e che noi non siamo  uno stato (con la nostra vita) di un processo più grande del quale facciamo parte che non comprendiamo ma di cui, in maniera oscura e confusa, intuiamo la presenza.
Tutto qua.
Che poi questo processo sia  Dio, il Tutto, l’Universo, che c’importa? L’importante è che ne facciamo parte, da lì veniamo  e lì andiamo.
Tutto qua, per l’appunto.
La cosa complessa e meravigliosa è la vita come processo intelligente, sofisticato e attento che è alla base e governa tutte le creature e che agisce al di sopra e al di fuori di esse, ne determina finalità e azioni.
Alla fine, tutti i comportamenti delle creature viventi sono motivati dalla conservazione e continuazione ordinata del processo ai vari livelli.  Ed è un processo che intuiamo segua un progetto, uno scopo e una finalità. Quindi è un processo intelligente che però noi non comprendiamo. Lo osserviamo, vediamo che esiste ma perché, come e dove ci sfugge. Solo ora ne intravvediamo alcuni aspetti marginali. Ma siamo soltanto agli inizi.
Sarebbe interessante ipotizzare che il genere umano sia innanzitutto capace di sopravvivere alle forti istanze di autodistruzione che sono in campo e poi sia in grado di comprendere i reali meccanismi della vita, del processo, cioè, di cui si è parte.
Ma il cammino appare difficoltosissimo in ogni caso.
Ammesso che, per l’appunto, il genere umano, nel frattempo, per sua intrinseca stupidaggine, non si autodistrugga come tutto, al momento attuale, lascia intendere.
Che dovremmo fare nell’immediato? Rinunciare al consumo sfrenato, ai falsi bisogni, al danaro, alle ricchezze.
Essere poveri di cose e ricchi di natura. Come tutte le altre bestie che popolano la terra. Usare la tecnica ma in maniera estremamente parsimoniosa. Riservare le grandi conquiste  tecnologiche alla medicina e alla ricerca scientifica.
Tutto il resto  dovrebbe essere  vivere della terra e di letteratura.
Annullare tutto il resto.
Si può immaginare un mondo così fatto? E' verosimile?
Non lo so. Forse ci saremo costretti. Dopo una spaventosa carestia che annullerà tutte le nostre (false e ridicole) sicurezze. 
L'uomo impara soffrendo. 
Strana , ma vera equazione della nostra parabola vitale. 
E allora immagino case rurali, città piccolissime, poca energia, comunicazione adeguata e spazio per l’arte, concentrando tutti i nostri sforzi intellettuali su una scienza tesa alla conoscenza della vera natura dei processi vitali e negata alla superproduzione, all’accumulazione e al consumo.
Perché, poi, alcuni uomini dovrebbero essere ricchi? Che significa esser “ricchi”? A che serve? Perché avere tante cose? Non ne bastano poche, ben calibrate?
Oltre a un tetto dove vivere e cibo adeguato (stile vegetariano decisamente), il resto – se non sia arte e godimento dello spirito – a che serve?
Rifuggo dalle utopie che sono (quasi) sempre trappole subdole e infami. Immaginazioni infantili, preludio a ogni forma di barbarie e dittature insulse. 
Quindi smetto subito qualsiasi tentativo di prefigurare  il futuro e di anticiparne l’organizzazione, come esercizio stupido, pericoloso e improbabile.
Vale però il principio di non legarsi alle “cose” come obbiettivo unico e assoluto. Le “cose” sono un mezzo per esistere, nient’altro.
Al contrario di quello che noi oggi crediamo, che le “cose” siano degli obbiettivi da raggiungere, una qualificazione di status.
La nostra vita è effimera. Le “cose” non la rendono più stabile e sicura. Sono semplicemente strumenti.
Poi guardo gli occhi di Gaetanino e mi concilio con il mondo. E non è cosa da poco.
Siamo io, lui, una tazza di caffè per me, e i suoi adorati bocconcini in un piattino.
E il sole sorge anche oggi.
Lo vedo sbucate a poco alla volta, dietro la punta dei Monti del Cilento, dalla finestrella della mia cucina aperta sul giardino. 






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