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ebook di ArchigraficA

venerdì 9 agosto 2013

Una sera a Venezia


di Michéle Oceane


Antonio Vivaldi

Luglio a Venezia.  Di sera. Passeggiavo lungo il canale.
Le porte della «chiesa»  erano aperte.
Era lì che si tenevano i concerti di Vivaldi.
Stavano suonando. Un concerto free.
Americani di San Francisco erano venuti a suonar musica e cantare delle arie di Vivaldi…

Mi avvicinai. Per curiosità.
Uno sguardo dentro, gettato in fretta. Forse  per riconoscere ancora una volta quell’interno, e ricordare quello che avevo visto l’anno prima, nella chiesa vuota...

Ero da sola. Ebbi come una visione. Fortissima. Un’allucinazione. La mia sensibilità era acuita da tutto quello che avevo letto su Vivaldi, dal ricordo, dalle parole, dalla  musica.
Avvertii una pena enorme nell’anima. Qualcosa si strinse nel petto e, improvvise le lacrime rigarono la mia faccia

Ma quella sera di luglio non ero sola. Tanta gente s’affollava davanti all’ingresso. Tutti tentavano di entrare per ascoltare.
Ho provato ad infilarmi tra la gente per arrivare almeno fino alla soglia. Ecco. Così potevo scorgere dentro.
Ma quale fu la mia sorpresa! Avevano ricoperto  le pareti. Non  ricordavo quelle tende rosse, quei grandi quadri appesi, quei mobili da chiesa, quei mobili da sagrestia.
Strano. Tutto strano.
Quella musica e quelle voci suonavano lontane, senza trasmettere alcuna emozione.  
D’impulso sono andata via. Poi, come una forza sconosciuta e invisibile mi spingesse,  sono tornata indietro.
E proprio in quell’istante  la folla si diradò.
Fu facile per me infilare la punta della mia scarpa sul pavimento interno della sala.
Come se una nota m’avesse trapassato il petto, infilandosi nel profondo.
Mi sentii diversa. Non ero più la stessa di sempre. Non più la turista che passeggia e osserva compiaciuta. Un turbamento m’avvolgeva e non capivo…

Ecco. Ho avvertito un peso sulla mia testa. Una massa gravava. E m’è parso di udire una voce . Parlava lieve  alle mie orecchie.
«Cosa fai qui? Come una mendicante sulla soglia? Entra. Il tuo posto è dentro».
Ho avuto paura. Di me, delle emozioni che  laceravano il mio spirito e della mia immaginazione.
«Basta !» mi è sembrato di dire.
Sono scappata via,  il viso bagnato dalle lacrime.
Ho pianto, pianto con  forza, senza poter smettere.
Rabbia e  disprezzo, per me. Vergogna e tormento.
Senza capire.
Immaginazione? Realtà ? Improvviso disagio mentale? Non saprei dire.

Era una sera, in luglio a Venezia.

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