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ebook di ArchigraficA

giovedì 1 agosto 2013

Storielle contemporanee e senso della lettura






di Giacomo Ricci




I lettori di libri sono sempre più falsi è un ebook di Gianni Celati edito da Feltrinelli, in offerta a 0,99 euro su Amazon.it.
Mi verrebbe voglia di non parlarne. Ignorare un autore che scrive un libretto che non ci piace è una buona strategia, anche piuttosto diffusa.
Si evita di parlarne così si spera che tutti gli altri lo ignorino.
Ma avere speso un euro su Amazon per comprare I lettori di libri sono sempre più falsi di Gianni Celati mi brucia.
«Nientedimeno,  rimpiangi di aver speso un euro per un libro? E che tipo sei? Quanto il costo di un caffè» dirà qualcuno di voi.
E già. Perché ho pensato, giunto alla fine della storiella (si fa fatica a chiamarlo “libro” visto che è di poche pagine e si legge nello spazio di qualche minuto), che quell’euro era molto  meglio se l’avessi speso per un buon caffè. Magari uno di quelli che fa Pansa ad Amalfi.
Sì, avete ragione voi il paragone con un caffè regge. Ma a tutto vantaggio del caffè.
I caffè di Pansa ti lasciano un buon gusto in bocca che te lo porti per quasi tutta la mattinata. Specie se poi accompagnati da una scorzetta di limone o di cedro candito, squisitezze in cui Pansa eccelle.
Invece la storiella inventata da Celati ti lascia un sapore in bocca che è metà strada tra quello della muffa, amara, acidula della roba andata a male  e del cartone pressato. Un sapore sgradevole di una cosa che se n’è scesa giù a forza e non sai nemmeno tu perché sei arrivato fino alla fine. Poi lo sai: per irritazione e per vedere se qualcosa che condividi alla fine c'è.
No. Devi arrenderti. Non sei proprio d'accordo. Ti senti solo preso per i fondelli.
Così mi sono precipitato a scrivere una recensione su Amazon. Non proprio benevola. Mi dispiace per Celati. Bravo in altri scritti. Ma con questo ha, per me, fatto proprio flop.
Vedo qui di renderne conto.
Chi compra su Amazon sa quanto valore gli altri acquirenti diano alle recensioni. I recensori dei prodotti in vendita su Amazon sono spessissimo una garanzia e, se ti mettono in guardia da qualcosa, lo fanno a ragion veduta. In poche parole ti spiattellano perché è conveniente o no.
Innanzitutto, in via preliminare,  conviene mettere in evidenza quella che non ho problemi a definire  una vera e propria scorrettezza editoriale. 
Quello di Celati è solo un raccontino tratto da un libro dove, in origine, si trovava in compagnia di altri tre, Quattro novelle sulle apparenze, sempre edito da Feltrinelli nel 1987. Invece che “compri quattro e paghi uno”, come si conviene in un buon mercato che ha in qualche modo affezione per il suo cliente, qui accade esattamente il contrario: si ricicla un prodotto vecchio di quasi trent’anni sotto forma di ebook ma che ebook non è. Nel senso che non regge il paragone con ebook ben più ponderosi sul piano della lunghezza e della fatica impegnata per stilarli. Gli esempi che potrei citare sono numerosissimi. Valga per tutti il lavoro di Germano Dalcielo e Elvio Bongorino Lettere dal buio, 146 pagine a 0,89 euro.
So che questo modo di ragionare, a “peso”, manda in bestia chiunque. Quando mai s’è visto che la letteratura si misura a peso? Il peso è il valore culturale. Bene alla fine credo che sarà evidente anche questo. Intanto accontentatevi del raffronto di peso (in termini di bit visto che si tratta di ebook). Poi in chiusura tireremo le somme.
Ma se questo, sotto il profilo del prodotto e del suo, per così dire, “riciclaggio” in solitaria è un cattivo servizio per il lettore, si rischia di farne uno, anche più grave, all’autore. Estrapolando, infatti, il racconto dal corpus iniziale nel quale era stato raccolto, se le scelte editoriali sono fatte secondo un qualche ragionamento e non soltano a “peso” come ho fatto io pocanzi in maniera volutamente “scorretta”, si rischia che il lettore ne travisi il senso che, c’è da supporre, era assicurato proprio dalla vicinanza e confronto con gli altri tre.
Cosa che io credo sia accaduta. 
Il cattivo servizio il racconto l’ha indubbiamente subito.
E, dunque, innanzitutto guardatevi da queste maldestre manovre  editoriali che non bene fanno alla casa editrice che, in questo caso, è la Feltrinelli e, naturalmente, ai lettori. E' bene tenerlo a mente per i prossimi acquisti. Cosa che farò con la dovuta attenzione, invitando tutti voi a fare lo stesso.
Allora il primo consiglio è quello di leggere, dalla scheda del “prodotto” editoriale che si vuole acquistare, non il prezzo orientandosi sempre verso il più basso (che è una specie di esca per il lettore di ebook che compra tutto quello che costa meno) ma il numero di pagine. In sintesi: pagate poco, ma rischiate di avere meno. 
Fatto ciò entro nel merito della “pubblicazione”.

In breve: la storia, che gira intorno ai “lettori di libri”, ai venditori di enciclopedie alla povera gente di periferia, e al mondo dell’editoria in genere,  appare abbastanza inconcludente. Proprio nel senso letterale del termine, che, cioè, non ha una conclusione, come mi sforzerò di mostrare. Ed è, per questo,  in qualche modo irritante.
Il suo contenuto appare conforme alle tante lamentazioni sulla mancanza di senso della nostra epoca contemporanea, della perdita di valori, della mercificazione  di ogni cosa, nell’azzeramento della cultura e così via.
Ma soprattutto appare subito come una critica serrata a un certo modo di scrivere, a certi autori di “moda” e a una certa editoria attenta al mercato e ai suoi gusti che, ancorché riprorevoli,  si preoccupa di seguire e soddisfare, rinunciando, di fatto, alla tradizionale funzione dell’editoria, di fare da filtro, di assicurare una certa congruenza e qualità del prodotto, teso all'acculturazione, all'educazione del lettore, che, spesso, è un giovane in cerca di guida. E la ricerca proprio sui libri.  
"Educare", proprio questo termine nel suo significato etimologico di ex ducere, condur fuori, dall’ignoranza, ignavia, indifferenza di un certo pubblico, oggi, a parere di Celati, sembra venir meno.
Considerazione, quest’ultima, con la quale mi sento di essere pienamente d’accordo.
Ma..., ma c’è un ma…,  che interviene nel nostro ragionare.
Perché la logica del racconto di Celati sembra non dare alcuna alternativa. La realtà ivi descritta appare tutta, senza alcun rimedio, vuota, banale, mercantile, infingarda, truffaldina. Non ci sono possibilità per venirne fuori.
Io, ma credo tutti noi che dedichiamo parte del nostro tempo alla lettura, leggiamo perché vorremmo alternative che la realtà ci nega. Ma qui, nei Lettori di Celati, in una perfetta aderenza con un certo stile della sinistra nostrana, si dice male di tutto perché si pensa – a torto – che il disvelamento della realtà, il raccontare tutto il suo negativo senza mezzi termini aiuti il lettore a recuperare una consapevolezza critica.
Al contrario, io sono convinto che che dalla sconsolazione, senza aspetti positivi sui quali poggiarsi, non si esce. Di disperazione si muore. Non c’è via.
Io sono convinto, ancora, che lo scrivere, oltre ad essere atto di denuncia anche impietosa debba essere soprattutto  operazione costruttiva.
I libri, quelli veri, quelli solidamente impegnati sotto il profilo culturale hanno, a mio parere,  proprio questa funzione. Aiutare a uscire dalla disperazione, proponendo riflessioni profonde sull'animo umano e le sue possibilità di riscatto. 
Fare come fa Celati e, cioè, dire male, oggi, del mondo degli aspiranti scrittori sempre in continua crescita sotto il profilo quantitativo ma non su quello qualitativo che quasi sempre lascia molto a desiderare, dei professori universitari che non capiscono un cacchio di letteratura e che citano libri soprattutto per citare se stessi, presi, come sono, soltanto dalla libido della propria “crescita” professionale e accademica, dei lettori onnivori che non capiscono nulla perché profondamente ignoranti, dei critici che fanno stroncature solo per apparire e fare carriera nei giornalacci sui quali scrivono, è, alla fine,  come sparare sul pianista.
Anche perché vedo volutamente sottovalutato, in questo panorama, tutto il fenomeno dell'autopubblicazione (e sto tornando in qualche modo all’esempio che prima citavo di Dalcielo e Bongorino) che, di fatto, sfugge totalmente a questa trafila produttivo-editoriale. 
Certo. A prima vista sembrerebbero non esserci garanzie sulla qualità culturale di scritti così "liberi", lasciati al solo giudizio dei lettori. E allora mi chiedo: ma che significa il solo giudizio dei lettori se non la liberazione dal giudizio dei critici di professione che Celati sembra stimare proprio poco? E su questo non posso che dargli ragione.
E che dire, allora,  di attori come Totò che, nella sua folgorante carriera sono stati compresi ed apprezzati soprattutto dal pubblico e meno che niente dalla critica? Il buon Totò, sappiamo, è stato rivalutato dalla critica solo dopo morto o comunque solo negli ultimi anni e a opera  di un regista nient’affatto inserito, e digerito da una certa critica,  come Pierpaolo Pasolini.  

Ma torniamo a Celati e chiediamoci quale  il senso di una storiella che racconta di studenti che “leggono libri” e tentano di vendere enciclopedie, di donnette che sfogliano riviste e, spinte dalla curiosità, alla fine leggono anche loro ma, perduto la percezione comune delle parole, ne avvertono solo il significato smarrito senza afferrarlo se non come fantasmi che incutono paura e, per concludere, di ingegneri ignoranti con i baffi che vendono enciclopedie e che quando, per caso o per amore, cominciano a leggere non possono che morire al volante della loro auto lanciata a folle velocità in uno scontro occasionale e forse voluto?
Sì, lo sappiamo che la società tardocapitalistica della  speculazione finanziaria,  del trionfo dei mercati e della pubblicità ossessiva rende tutto piatto e incomunicante. Le teorizzazioni di Georg Simmel ci sono ancora utili dopo un secolo. La  Steigerung des Nervelebens (l’intensificazione della vita nervosa) è uno degli effetti devastanti della vita metropolitana moderna e del sistema capitalistico di appropriazione del mondo e della natura. Al Gemüt, prosegue Simmel,  si sostituisce il Verstand e la spiritualità degli uomini se ne va elegantemente a farsi fottere e, con essa, tutto il sistema di simboli, linguaggi e sentimenti che si porta appresso. Tutto si perde, e, ovviamente, anche il significato delle parole.
Questo, in sintesi, il tramonto dell’Occidente di cui Trakl aveva presentito la presenza e il nazismo poi segna la conclusione.
“E allora?” ci chiediamo “che cosa dobbiamo fare, noi che amiamo ancora la letteratura e la narrativa, che ne abbiamo bisogno? Che cosa dobbiamo fare noi abitanti del dopo disastro continuo, dell’apocalisse infinita che attraversiamo da più di un secolo?".  
E che dovrebbero fare i giovani che iniziano a imparare, iniziano a scrivere, tentano alternative nel piatto panorama che ci circonda?
Dovrebbero tacere, per fare piacere a Celati?
Insomma, il lettore potrebbe chiedersi: “In un mondo di gente  che ha definitivamente perduto il significato delle parole, trasformate in oscuri segni inquietanti, quale strategia bisogna mettere in piedi per chi abbia ancora voglia di fare la carriera dello scrittore? Ci resta solo di soccombere? O qualcosa possiamo fare?”.
Inutile cercare risposte tra le parole di Celati. Non ce ne sono.
Perché nel mondo che ci circonda, afferma Celati,  l’unica spinta è  quella dell’ “apparire”. Istruzioni per il dopo apocalisse. In che cosa consisterebbe la vita secondo Celati? Apparire a tutti i costi, fare finta di essere un critico stroncatore o uno scrittore o un  professore o un lettore. Nient’altro che alludere, mai essere. Apparire, per l’appunto. Non essere.
Apparire, apparire, apparire.
Tutto il resto è andato. Via. Senza speranza alcuna.
Perché la storiella di Celati gira proprio intorno alla perdita di significato di qualsiasi discorso. Il discorrere, le parole, i segni scritti organizzati in sintassi, in quanto dominati  dall’oscuro, dalla piattezza ripetitiva, dalla mancanza di impegno e di  spiritualità o di chissà che altro ancora, hanno irrimediabilmente perduto qualsiasi significato.
Rimangono sulla carta segni indecifrabili, fantasmi, referenti del nulla, alla faccia di Heidegger, mi verrebbe di dire, e del luogo nel quale giace il significato di una parola, della sua tragica Erortërung, ricerca del significato, quella che fanno  poeti come Trakl, Rilke, Hofmannsthal.  I loro mondi sono lontani  dalla società della ripetitività di massa che tutto azzera.
La parola è segno che non vuol dire più nulla.
Ma non ne avevamo già parlato?
Non ne aveva già parlato, e con quanta sapienza,  proprio Hofmannsthal ne La lettera di Lord Chandos?
“Le parole, quelle di uso quotidiano” dice Lord Chandos “hanno cominciato a non avere più senso e mi si sfaldano in bocca come fossero funghi secchi”.
E' il 1902 quando Lord Chandos fa questa terribile scoperta. 
E allora? Ne parliamo ancora oggi a più di cent'anni di distanza? E non siamo arrivati a nessuna conclusione?
Poveri noi, mi verrebbe di dire, se  così fosse.
C’era bisogno di una nuova storiella  che non dà sbocchi, non sa dare soluzioni?
Ma, mi direte, quando mai la letteratura, la narrativa danno soluzioni? Le soluzioni sono di altra natura, politica, sociale.
E qui, come dire?, che casca l’asino. Per dirla alla Totò, che non guasta, principe non solo della risata ma dei qui-pro-quo linguistici per antonomasia, del nonsenso del discorso comune, delle parole che, però in bocca a lui, non si trasformano in funghi secchi ma in grimaldelli creativi per scardinare la stupidità del reale, del quotidiano corrente e standardizzato. Alla faccia di tutti i giudizi critici ci verrebbe da dire. 

Perché la letteratura non dà soluzioni ma, di solito, apre la mente, dà respiro, aria, profondità al pensiero. Lo alimenta, lo coccola, lo fa crescere. Oppure sfotte, sorniona, getta fango sull'esistente, sul potere.
Certo se voglio queste soluzioni intellettuali e culturali non le vado a cercare nella letteratura di genere, fantascienza, giallo, noir che oggi imperversano con assai dubbi risultati. Ma, a stretto rigore, anche a questi fenomeni devo stare attento se voglio tenere il polso della situazione, se il mio scopo è educare, ex ducere, ripeto,  condur fuori, portare alla luce ciò che è nascosto, ciò che è in nuce, ciò che sarà, che darà corpo al significato di domani. 
Perché sappiamo che non siamo gli ultimi. Guai a quella società e a quegli uomini che si credono gli ultimi depositari del significato. Chi lo diceva? Ricordate?
Di queste mode e degli autori che in esse primeggiano (Dan Brown, Faletti e altri) ne abbiamo fin sopra le orecchie. Robaccia si afferma in giro. E come non essere d'accordo? E' vero. Ma è da qui che parte il nuovo. Non dalle lamentazioni. 
Perchè qui, nella storiella della quale ci occupiamo,  di disperazione inutile si finisce solo per morire.
Un solo pensiero attraversa la mente del lettore:  la convinzione  che non valga la pena scrivere perché lo fanno tutti e quelli che lo fanno pensano ad altro. E che i meccanismi della produzione culturale, in tutte le sue fasi, dall’apprendimento, agli studenti e le loro strategie di resistenza (i quattro napoletani, vai a capire poi perché i “furbi” sono sempre e solo napoletani, un luogo comune che, voglio essere volgare apposta, mi fa letteralmente girare le palle, non potrebbero essere fiorentini o ferraresi, tanto per dire qualcuno a caso?), dai professori e il loro apparire colti, ai critici e la loro voglia di guadagno, ai lettori, agli editori, ai tecnici delle case editrici, tutto il meccanismo insomma sia totalmente marcio visto che  trasuda vergogna, opportunismo, voglia di guadagno e mercato, alla faccia della cultura e di chi ci crede ancora.

Il senso finale che un lettore prova di fronte a uno scritto come quello di Celati? E' di scoramento e  voglia si abbandonare la partita. O sei fuori o abbracci il sistema. Tertium non datur
Perché chi perde, in questa azione critica che si cela al di sotto di questa storiella, è proprio il lettore motivato, il critico che crede nella lettura ed è alla ricerca di significati, è il professore che fa bene il suo lavoro (e ce ne sono tantissimi), e l’allievo che cresce perché crede nel suo percorso (e sono innumerevoli, parlo per conoscenza diretta). Tutti costoro, che pure continuano ad esistere – e spero che Celati non lo metta in dubbio – anche se nascosti da qualche parte, sono un'altra volta sconfitti. E’ a loro che il messaggio è diretto. E’ a loro che Celati dice di essere inutili.
E a loro che suggerisce di abbandonare la partita.
“Ma dove andate se il panorama è questo tristissimo e sconsolato che vi sto raccontando?”.
Ed è così che la cultura di una nazione se ne va a farsi fottere e, con essa, tutti quelli che vorrebbero adoprarsi per il meglio.
In sintesi, la conclusione della quale invoco la presenza dall’inizio di queste mie note? E che nei panorami squallidi, quando tutto sembra perduto non è vero che lo sia.
C’è sempre un significato, profondo, sincero, tragico, importante da rintracciare.
C’è sempre una lettura da fare che non appartenga a un generico “leggere i libri” di cui Celati ci riempie la testa e la fantasia, c’è sempre uno scrivere che va alla radice del significato delle parole.
Anche nelle società di crisi come quella italiana contemporanea, c’è un significato profondo da rintracciare e da portare alla luce. E va fatto, fosse pure soltanto un insieme di frammenti da ricomporre e  identificare.
E’ per questo che vale la pena leggere, scrivere, criticare, insegnare.
Proprio per sfuggire l’ horror vacui nel quale Celati costringe il suo lettore. Allora storia inutile e inconcludente,  da non leggere quella contenuta ne  I lettori di libri sono sempre più falsi.
Perchè è una storia che fa male: non dà soluzioni, non permette progetti di alcun tipo. 
A cominciare dal titolo che scarica la responsabilità delle turpitudini dei sistemi di produzione editoriale sull’ultimo anello della catena, i lettori che, semmai dico io, subiscono la depravazione del gusto e del significato imposto dai mercati.
Io non so dire se tutto ciò appartenga, come a volte sembra, a un più generale decadimento culturale complessivo della società nella quale viviamo che sta giungendo, a poco alla volta, a un capolinea.
Sta di fatto, però, che il ruolo degli intellettuali, in tali situazioni di crisi, non può essere quello della lamentazione o della sola denunzia.  Gli uomini di cultura, come Celati, hanno un compito specifico che è quello di non perdere di vista i reali obiettivi della cultura e di non far venir meno, nei più giovani, il senso di ribellione a sistemi corrotti e senza significato. La cultura, il senso del nostro vivere, il nostro pensiero superano i periodi di crisi. Ne dobbiamo essere certi. Ci dobbiamo credere. Altrimenti il nostro mondo è senza speranza alcuna. Ma è compito di tutti impegnarci in una direzione positiva e di condanna dei meccanismi corrotti nei quali siamo costretti a vivere.
Per questo credo che la storiella di Celati sia inconcludente e da non leggere.
Risparmiate un euro. Preferite un bel caffè.
Magari da Pansa ad Amalfi. Accompagnato da una scorzetta limone-cioccolato. 
Si rischia di scoprire che la vita vale la pena di essere vissuta anche in compagnia di un buon libro.
E che l’esercizio della lettura è esercizio dell’anima. Bene irrinunciabile.
E se non trovate un libro contemporaneo che valga la pena di essere letto, rivolgetevi, come suggerisce Calvino, a un classico. Mi vengono in mente I promessi sposi o La storia della colonna infame o, di Salvatore De Renzi, Napoli nell'anno 1656. Che passione, che impegno civile! Che stoffa di romanzieri! 
Oppure Poe, Stevenson, Dumas se volete leggere romanzi. Non dimenticando Kafka e Proust. Oppure date fiducia ai giovani che si impegnano nel loro lavoro e lo fanno con una dedizione e costanza ammirevoli, come Dalcielo  e Bongorino, che costruiscono racconti di “genere” ma che nulla hanno da invidiare alle storie “colte” di altri, per capacità narrativa, per struttura della narrazione e per profondità dello spaesamento che mi sembra tanto una metafora efficace dello sbandamento culturale dell’epoca che viviamo.
Abbandonate gli italiani come Celati che finiscono per deprimere. 
Alla faccia dei lettori che non leggono, degli scrittori che non scrivono, dei venditori di enciclopedie in crisi, e di Celati che da qualche parte s'è perduto. 

2 commenti:

  1. In base alla descrizione che lei ha fatto di questo scritto del Celati, mi viene da dire che egli stesso è il frutto della realtà che descrive, quella senza sbocchi e senza luce. Quindi ciò che noi possiamo fare, come anche lei ha fatto, è saper riconoscere chi appartiene a questa realtà dove tertium non datur, e chi invece può darci uno spunto a creare cose migliori. Oggi la maggior parte delle persone non dà il giusto peso ad ogni singola parola pubblicata on line, ed diventato molto facile per tutti comunicare. Ognuno dice la sua. Credo che dovrebbero esserci piu persone competenti e vigili sulla produzione contemporanea, e più recensioni che possano mettere in guardia i lettori e contribuire ad una futura produzione che guardi al meglio degli uomini e della realtà e non al peggio. Senza dare minore importanza agli scritti brevi o agli articoli di minor peso.

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    1. Credo che tu abbia ragione. La questione è tutta lì: saper scegliere e interpretare quello che ci accade attorno. E' vero che molte delle cose che sono on-line sono effettivamente di scarsa qualità. Ma non perchè qualcosa sia pubblicata su carta fornisce maggiori garanzie.
      Ciò detto, io mi sento di dare più spazio e credito ai giovani poco inseriti nei grandi circuiti letterari perché sono certamente più autentici. O, almeno, io sono disposto a scommete su di loro, la loro genuinità e le loro idee. Anche se, spesso, la qualità letteraria lascia a desiderare. Ma non sempre. Ad esempio ho fattp due o tre incontri sul web di ragazzi giovani ma bravissimi sia sotto il profilo delle idee che hanno maturato, sia sotto il profilo letterario-linguistico. Ne faccio i nomi senza alcuna difficoltà: Luca Rubinato mi ha impressionato molto favorevolmente per la lucida capacità delle sue analisi, come Germano Dalcielo per la sua strafottente visione del mondo, dissacrante e libera. Li ho incontrati su Facebook o leggendo i loro primi esperimenti letterari autopubblicati su Amazon. E sono stato contentissimo. Perché mi hanno fatto comprendere delle cose e perché, proprio al di fuori degli schemi editoriali consolidati, mi hanno mostrato una libertà di pensiero, di stile e disinvoltura discorsiva che non mi sarei mai aspettato esistesse in quest'epoca di conformismo, confusione e distruzione ideologica. In ogni caso mi sento di abbracciare questa tesi: Che la maggior parte delle schifezze viene dal circuito editoriale ammaestrato, per così dire, da scelte che pensano solo al mercato e che ammiccano alla pigrizia e a vizi (concettuali, intellettuali) del pubblico. E che quella piccola parte (e neanche tanto piccola) di novità viene anche dal circuito libero, dell'autopubblicazione.
      Un metodo che adopero per giudicare se un testo mi piace o meno? La presenza di metafore del tutto improponibili come i fari che "stracciano la nebbia come lame affilate le carni di un bambino" (o giù di lì presente in un famosissimo e vendutissimo autore italiano di noir) e altre schifezze simili. Al contrario nei giovni, tra qualche tentennamento e qualche ingenuitò, ho letto impegno, parole interessanti, concetti importanti, sperimentazioni linguistiche di tutto rispetto. Insomma la domanda alla quale dare una risposta per tentare di capire il mio punto di vista è: "Se oggi James Joyce si affacciasse al mercato editoriale italiano contemporaneo, con tutta la sua portata rivoluzionaria e la struttura linguistica del suo Ullisse, ci sarebbe qualche editore nostrano disposto a pubblicarlo? E della stragrande maggioranza i lettori di gialli conformisti e omologati quanti sarebbero disposti a leggersi Joyce fino all'ultima pagina? Grazie per il tuo commento.

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