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ebook di ArchigraficA

venerdì 23 agosto 2013

Mondi Possibili

Terre di Utopia

progetti immaginari, storie, idee


Ho pubblicato il catalogo di alcuni miei disegni che contiene scritti di Benedetto Gravagnuolo, Pasquale Belfiore e miei. 
Ve li propongo.
Il catalogo in formato pdf è scaricabile da qui

(clik sull'immagine per scaricare il catalogo)



Disegni di fantasia

di Benedetto Gravagnuolo




Nel 1499 il monaco domenicano Francesco Colonna diede alle stampe un libro dal singolare titolo arcaicizzante: Hypnerotomachia Poliphili. Riallacciandosi alla tradizione allegorica del Roman de la Rose, la favola narrava le avventure di Polifilo che, perso d’amore per Pilia, inseguiva nel sogno l’amata inoltrandosi in un immaginario paese delle meraviglie, costellato di architetture fantastiche. Benché illustrato con splendide xilografie ed apprezzato da uomini di cultura come Albrecht Dürer, che acquistò una delle pochissime copie vendute, il libro andò incontro ad un insuccesso di mercato, anche a causa del linguaggio criptico “inventato” dal frate dottissimo mescolando parole greche, latine e italiane. Solo con la traduzione francese nel secolo successivo divenne noto in tutt’Europa, considerato (non a torto) come un trattato di architettura sui generis, una sorta di supplemento onirico a Vitruvio.
Questo episodio mi è tornato alla mente vedendo i disegni di architettura di Giacomo Ricci, pubblicati  nel romanzo Il sogno  Jeronimus Bauknecht. Intuendo i prevedibili interrogativi dei lettori, l’autore gentilmente ci offre tra le mani la chiave di decodifica dell’enigma.
Bauknecht sarebbe stato un giovane architetto tedesco amico di Gropius che, dopo aver preso parte al Novembergruppe e ad altri movimenti d’avanguardia, era partito per un viaggio senza ritorno nel Tibet, alla ricerca di un’antichissima città esotica della quale si erano ormai perse le tracce. Il romantico intellettuale non solo era riuscito a raggiungere la meta anelata, ma anche a rilevare con meticolosa precisione le case  e le strade di quella città orientale, scoprendo alla fine che essa corrispondeva, con sorprendenti analogie, alla città ideale fantasticata dai suoi coetanei espressionisti. Tuttavia Bauknecht morì in quelle terre lontane dimenticato da tutti, perfino dai suoi più intimi amici. Per un caso fortuito, Ricci, avrebbe ritrovato quei disegni preziosi e stava per pubblicarli. Sarebbe stato uno scoop, ma un maledetto incendio li ha definitivamente ridotti in polvere. In preda ad una sorta di transfer medianico, l’autore li avrebbe perciò ridisegnati, finendo con l’identificarsi con lo sfortunato architetto tedesco.
Si tratta di un gioco letterario, che dà il pretesto a Ricci per spiccare un volo icarico nel cielo delle fantasie oniriche. In queste case immaginarie può accadere di tutto: gli interni si trasformano in paesaggi urbanistici e viceversa. Su un tavolo sorgono case e templi; una sedia diventa un campanile; una porta dischiusa apre il sipario su archetipi ancestrali.  Come nel sogno, lo spazio e il tempo perdono il rigore delle coordinate cartesiane. E negli occhi di una donna amata può brillare un mondo utopico in miniatura.
Ma c’è un’altra faccia della medaglia che la favola di Bauknecht rivela a chi la sa intendere. E’ l’attrazione irresistibile che Ricci prova per gli eroi perdenti, per i poeti disarmati, sconfitti dalla storia a causa del loro ostinato attaccamento all’utopia di una città del sole, sospesa tra il cielo e la terra, ed abitata da un’umanità libera dalle catene di quella prigione quotidiana nella quale ci siamo assuefatti a vivere, fino ad accettarla  come l’unica realtà possibile.  Non a caso Ricci ha eletto Le Mont analogue di Renè Daumal ad emblema della sua crociata utopica. Né credo sia casuale il fatto che egli abbia dedicato attenti studi monografici ad architetti “visionari” come Hermann Finsterlin ed il giovane Taut della “collana di vetro” e della “Stadtkrone”.
Non vorrei, dunque, deluderlo con le mie conclusioni ottimistiche. Eppure, nella recente Mostra del libro che si è tenuta lo scorso aprile a Milano, una copia del Polifilo è stata valutata più di cento milioni. Non so quanto potrebbe valere - in termini monetari - il racconto illustrato da Ricci. Ma molto, ne sono certo, in termini culturali.




Visioni di città

di Pasquale Belfiore

Si racconta che il frate Niklaus von der Flüe ebbe la visione di un mandala diviso in sei parti, con al centro l’incoronato volto di Dio. Fu una esperienza terrificante, come tutte le esperienze di presentimento della verità, dice Jung che racconta l’episodio. Frate Klaus non avrebbe potuto resistere alla tremenda esperienza del numinoso se non elaborando, traducendo il simbolo.

“La chiarificazione – racconta sempre Jung – fu raggiunta sull’allora granitico terreno del dogma, che mostrò la propria forza di assimilazione trasformando qualcosa di spaventosamente vivo nella bella intuizione dell’idea originaria.  Essa però avrebbe potuto avere luogo su un terreno completamente diverso: quello della visione stessa e della sua spaventevole realtà, probabilmente a danno del concetto cristiano di Dio e indubbiamente ancor più a danno di frate Niklaus che in quel caso non sarebbe diventato beato, ma magari un eretico (se non addirittura un folle) e avrebbe forse terminato la sua vita sul rogo”.

Qualcosa di simile è forse capitato a Giacomo Ricci, storico e critico dell’architettura, che una decina di anni fa ha avuto anch’egli qualche terrificante visione.  Cosa abbia visto non è dato saperlo. Di certo, anch’egli ha trasformato qualcosa di spaventevolmente vivo nella bella intuizione di disegnare da allora (ossessivamente, come si conviene alla traduzione di un simbolo) immagini di architettura (come si conviene ad un architetto). La silloge è trasparente e sarebbe perfino banale – un architetto che disegna architetture – se non fosse poi intervenuto il “diavolo” ad intrigare le cose.  Perché se il simbolo (sun-ballo) mette insieme, fa coincidere visione e disegni, il diavolo (dia-ballo) li disunisce, aprendo a Ricci spazi di ragionata follia o, meglio, spazi folli governati dalla ragione.
Le opere di Ricci  sono infatti dimostrazioni per assurdo della possibilità di rappresentare il sogno, l’oscuro, il gratuito, le personali nevrosi e manie, lo sberleffo, l’illazione, il diavolo appunto. Ricci vuole dimostrare che il diavolo esiste e parte dall'ipotesi della sua indimostrabilità. Ipotesi vera se c’è un rapporto logico tra disegno e significato: ipotesi falsa se il rapporto c’è ma non è logico. E nulla di “logico” v’è negli ultimi inquietanti quadri di architettura esposti in mostra perché i disegni di palazzi e città non significano rappresentazioni di palazzi e città, ma qualcosa d’altro: significano il sogno, l’oscuro, il gratuito, le personali nevrosi e manie, ecc., il diavolo appunto.
La scissione luciferina tra visione e rappresentazione è fatta da Ricci con due semplici artifici: concatenazione irreale di cose reali, rigorosa coerenza della illogica concatenazione. Che, ad esempio, una scena di città, passando attraverso uno strizzapanni, ne esca appiattita e stirata è ragionevole pensarlo; come è possibile che palazzi e chiese possano stare comodamente assisi sul tavolo da cucina (ed infatti i cantori della metropoli parlano di galvanizzazione) o che nuvole e palloncini facciano decollare fabbriche e campanili (come da qualche tempo accade nelle basi spaziali).
Tutti elementi reali, realisticamente disegnati, concatenati tuttavia in modo irreale. Stando così le cose, nulla v’è di più indiscreto che chiedere il “significato” di tutto ciò. Esiste, certo, ma a noi non è dato saperlo.
Talento grafico, cultura, referenti autorevoli, gran lavoro sulle tecniche di rappresentazione: tutti registrabili.  Il significato no, esistente ma indicibile, come si conviene al diavolo.

C’è tuttavia un piccolo disegno di stampo leonardesco che, unico, forse tradisce un seme di significato. Si chiama Macchina per parlare alla luna. Sublime “sciocchezza” d’un architetto che studia per diventare poeta e nel frattempo si mostra in una mostra per mostrare che il sonno della ragione genera dimostrazioni. 




Altrove 


di Giacomo Ricci 

 “Come ci afferra il grido degli uccelli
Qualunque grido che sia mai stato creato,
Ma già i bambini, giocando all’aperto,
gridano prossimi alla verità del grido.

Giocano il caso. Negli interstizi di questo,
dello spazio-mondo (in cui l’intatto grido
dell’uccello penetra come uomini nel sogno)
spingono i cunei degli strilli loro.

Ahimè, dove siamo? Sempre più liberi,
come gli aquiloni  strappati via, sospesi
a mezz’aria vegliamo con irrisori lembi

dal vento sbrindellati – Dai ordine a chi
grida, oh dio del canto! Ch’ebbri si destino
portando come corrente la testa alta e la lira.”

Rainer Maria Rilke, Sonetti ad Orfeo, II, XXVI


Credo che, da piccolo, anche a me sia capitato di attraversare uno specchio inseguendo, come Alice, un bianconiglio balbettante che correva come un pazzo per un verdissimo prato con una sveglia nelle mani.
Sinceramente non ricordo come e quando tutto ciò sia accaduto. Tutto si perde in una nebbia grigia. Ma, tra i vapori,  nel passare del  tempo, dei frammenti di quella realtà sono emersi lentamente. I miei disegni provengono da quel mondo al di là dello specchio, sono la testimonianza di un fondo dell’anima perduto sotto l’infinità banalità del quotidiano.
Per molto tempo ho creduto che non fossero opera mia e che, nascosto non so da quale parte, qualcuno mi suggerisse, in una sorta di strana scrittura automatica per simboli, le forme e i personaggi di quei disegni.
A poco alla volta, abituandomi a stare in uno strano luogo di mezzo (forse tra la cornice e lo specchio, con il corpo al di là di questo e gli occhi al di qua) ho capito che ero io l’autore e che quel qualcuno che se ne stava altrove era una porzione di me bambino che ancora scalciava per avere diritto alla sua esistenza.
Credo che ognuno di noi abbia un se stesso-bambino  nascosto da qualche parte che vuole tornare a vivere ed ascoltare storie. Le storie, raccontate dalle nostre nonne,  che ci affascinavano e ci facevano un po’ paura. Le storie nelle quali è perfettamente logico che su di un tavolo di legno se ne stia una piccola chiesa di campagna e, più in  là,  ci appaia  sdraiato sulla sabbia un libro dal quale un fiume se ne esce invadendo il paesaggio e finendo in una bottiglia. Mentre in cielo uno stormo di oche cavalcate da frac vuoti con bombette e sciarpe vanno correndo verso l’orizzonte ed il sole,  per sfuggire alla notte che s’è rinchiusa in un cassetto insieme ad un manichino rosa  che legge versi di Rilke da una piccola pergamena scritta a caratteri dorati.

Tutto questo non accade in questo mondo. Ma basta passare lo specchio per vedere e dimenticare le stupidaggini che ci  circondano asfissiandoci e, alla fine, sorridere. Altrove.

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