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ebook di ArchigraficA

lunedì 17 giugno 2013

Conviene metterci la faccia?




di Claudio Cajati




Mi chiamo Italo Annarumma, e faccio il pugile.
Veramente è un ripiego perché io volevo fare qualcosa meno banale, meno violenta, più intellettuale, ecco.
Per esempio il politico o lo scienziato o il docente universitario. Mi è sempre piaciuta la Facoltà di Lettere e Filosofia. E, facendo grandi sacrifici economici perché sono di famiglia umile, mi ci sono pure laureato, a pieni voti: ho cervello e volontà, io.
Ma la carriera che mi sarebbe piaciuto fare, non me l’hanno permessa: bisognava stare in un certo giro, praticamente una ristretta lobby dai modi mafiosi; leccare il culo alle persone giuste e dare addosso a quelle, diciamo così, sbagliate; stare sempre a disposizione di Preside e Direttore di Dipartimento; sacrificare idee e ricerche personali pur di fare gioco di squadra; essere disposto ad accettare perfino le avances di qualche professoressa bruttina ma decisiva per i concorsi e le pubblicazioni.
E io tutto questo non ho saputo, non ho voluto farlo. Così la mia laurea è rimasta un fiore all’occhiello – per sfottò in palestra mi chiamano Italo ‘o professo’ – e quel fiore è appassito miseramente in un cassetto.
Intanto ho scoperto presto che, oltre a essere un bel ragazzo (sempre un esercito di ragazze a farmi il filo), ero capace di fare a pugni. Un talento naturale. Una macchina micidiale, perfezionata poco alla volta con le istruzioni tecniche del mio maestro, un pugile navigato.
Ho solo ventun anni, e ho già sostenuto più di dieci incontri. Tutti vinti prima del limite, con ko spaventosi. Praticamente, nella mia categoria, i mediomassimi, sono il terrore del ring. E al soprannome ‘o professo’ se n’è sostituito un altro: Attila.
La mia ragazza, Loredana, di buona famiglia, è laureata in Scienze Politiche. Lei è sempre preoccupata che io possa farmi male sul ring, ma ho preso finora talmente pochi colpi che la mia faccia è integra, e rimango il bel ragazzo di sempre.
Con Loredana mi piace parlare di cose importanti. Letteratura, filosofia, giornalismo, politica. Soprattutto di politica, argomento di cui lei è particolarmente esperta. Mi fa capire tante cose, mi aggiorna sulle questioni che il governo sta affrontando. Lei si infervora, io mi appassiono.
Ultimamente mi ha colpito ed entusiasmato questo concetto, che è diventato come un tormentone in tv e sui giornali: “Metterci la faccia, e lottare”. I politici, che spesso enunciano una battaglia da condurre, ma poi si defilano, tornano nell’ombra, e lasciano cadere quegli obiettivi per cui avevano promesso di volersi battere, adesso fanno autocritica e promettono, spavaldi: “Ci metto la faccia, per questo risultato mi batto a viso aperto... io ci metto la faccia”.
La cosa mi è piaciuta tanto che mi sono sentito inadeguato se non la adottavo anche io. E io potevo farlo da pugile, ho pensato. Cosa significava per me, sul ring, “metterci la faccia”? Certamente non adottare una tattica attendista, prudente, con la guardia davanti alla faccia chiusa a serranda. Se dovevo metterci la faccia, ebbene dovevo combattere a viso aperto.
E così ho deciso di fare. Senza avvertire il mio allenatore, sin dal prossimo incontro. Quello con Romano Ferraro, che l’ho sempre battuto facilmente.
. . . . .

Italo Annarumma non l’avevo mai battuto.
Anzi con lui non ero mai riuscito ad arrivare alla fine dell’incontro. Era sempre la stessa storia: un ko, anche parecchio prima dell’ultimo round. I suoi pugni erano pesanti, fulminei, micidiali. E, per quanto tentassi di scansarli con abili schivate, con movimenti elastici sul tronco, lui mi beccava sempre. Finivo con il muso sul tappeto, senza speranza di rialzarmi.
Ma stasera è stato diverso. Stasera l’ho battuto facilmente. Ho fatto proprio un figurone.
Però è stata una vittoria strana. Lui non ha pugilato come al solito. Di solito ha una guardia alta e praticamente impenetrabile, da dietro alla quale improvvisamente porta i suoi jab micidiali. E allora l’unica possibilità è cercare di colpirlo basso, al fegato.
Ma stasera teneva la guardia bassa, bassissima, avanzava spavaldo verso di me, con la faccia in avanti, come se mi volesse provocare. Colpiscimi, colpiscimi. Per un momento ho pensato che si fosse montata la testa, che volesse imitare, nientemeno, il grande Cassius Clay.
E siccome lui, per quanto bravo, della classe di Cassius Clay non ha nemmeno un briciolo, subito mi sono detto: Ora lo castigo, ‘sto presuntuoso. E così ho fatto. È stato un gioco da ragazzi: lui continuava a venire avanti con la faccia nuda, indifesa. Io l’ho tempestato di pugni, agli occhi, agli zigomi, alla mascella. L’ho ridotto una maschera di sangue, che mi faceva impressione anche a me.
Mi è crollato giù, ko, già al terzo round. Devo dire che sono stato contento di batterlo finalmente, questo è ovvio, ma non ne ho cavato poi una grande soddisfazione: è come se lui mi si fosse consegnato, come se con la sua tattica scriteriata avesse voluto farmi vincere.
Vai a capire perché!

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