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ebook di ArchigraficA

sabato 18 maggio 2013

Quaggiù o lassù, solo



 di Claudio Cajati

Tu ancora non l’hai capito, ma nella vita rimarrai sempre solo. E se pure l’avessi capito, forse non te ne importerebbe. A te va bene così.
Tu non lo immagini, chiuso nel tuo mondo coriandolo, ma io ho già deciso. Lasciarti.
E non perché abbia un altro. Non sono donna capace di tradimenti, io. Ti lascerò perché tu isolandoti mi hai isolata. Hai reso anche me sola, ma non per una scelta. Solo come una conseguenza del tuo errore, del tuo egoismo, delle tue fissazioni.
Stupida io che non l’ho capito quando ti ho conosciuto. Stupida, dovevo capirlo subito che non dovevo fidanzarmi con te. E tanto meno sposarti. Non saremmo mai stati insieme, non saremmo mai stati una coppia. E non lo siamo stati. Tu non puoi fare coppia. O meglio puoi fare coppia solo con te stesso.
Tua madre, brava donna, ci tiene certamente per te, ma provò subito una grande simpatia per me: sapeva, donna lungimirante, che sarei stata la tua vittima. E cercò di farmelo capire, con garbo, con allusioni, appena tu ti allontanavi. Che era meglio se rinunciavo a te: mettendomi con te mi sarebbe toccata una vita di inferno. Una vita in cui sarei stata più sola di quando ero nubile.
Ma io, presuntuosa, pensavo che avrei saputo cambiarti!
(Solo con mio padre mi ero sentita spalleggiata, protetta, amata... lui però era morto giovane. Troppo giovane. Un’esperienza che ho scoperto unica, irripetibile.)
Per te la vita è stata sempre un tirarti indietro. Indietro dentro di te, dentro il tuo guscio.
Quando il tuo trasporto erotico, che mai fu intenso, si affievolì anche di più, io pensai subito – credo l’avrebbe pensato ogni donna, ogni moglie – che avessi una storia con un’altra.
Venni al tuo studio, in un momento che stavi in tribunale. E mi misi a chiacchierare, con fare apparentemente distratto, con i giovani avvocati tuoi collaboratori. Feci capire, cercando la loro complicità magari improbabile, che sospettavo un tuo tradimento.
Loro subito si precipitarono a negare. Lo fecero con un certo imbarazzo, che non mi sembrò di poter attribuire solo alla delicatezza dell’argomento e alla loro condizione di subalterni. Ne dedussi che sì l’amante effettivamente non dovevi avercela, ma qualche scopatina sveltina magari te la facevi – anche se mai avevi mostrato una potente libido – con questa o quella troietta che poteva capitarti a tiro nei tuoi giri di avvocato.
E questo del resto sarebbe stato consono alla tua mentalità: toccata e fuga. Contatto e distacco. Senza rischio di coinvolgimenti affettivi. Subito di nuovo solo, di nuovo avvolto nel tuo splendido isolamento. Di nuovo protetto e tranquillo nel tuo guscio.
Con il tuo lavoro, in questi tempi di crisi, hai pochi clienti, guadagni poco. Così ho deciso di portare un mio contributo economico. E ho trovato un lavoro come dama di compagnia di una vecchia vedova benestante.
Io e lei ci facciamo compagnia. Con lei non mi sento mai sola. Lei sa essere materna, premurosa, si interessa veramente alla mia vita, alla mia salute. Quel che non sai fare tu.
Spesso le parlo di te, del fatto che sei chiuso, introverso, distante. E lei mi dice che dovrò decidermi a lasciarti.
Tu intanto hai sancito più nettamente il tuo distacco. Non mi parli mai del tuo lavoro, non ti interessa che ti parli del mio. Siamo senza figli, io non posso averne, e anche questo ci separa.
La sera, anzi la notte, vieni a raggiungermi a letto sempre più tardi. Quando oramai il mio sonno si è fatto leggero e, non so nemmeno io perché, ti aspetto sveglia. Quasi fossi la sposa desiderata che aspetta fiduciosa il suo focoso amato.
Lo so che cosa sei restato tanto a lungo a fare. Non a vedere i video porno al computer, come fanno tanti mariti prossimi all’impotenza, alla pedofilia, all’erotomania compulsiva. No, tu hai superato da tempo quella fase, la fase dell’uomo porco.
E ti sei scoperto una passione per l’astronomia. Con i risparmi lentamente messi da parte (a quante cose hai rinunciato pur di riuscirvi) ti sei comprato un cannocchiale. Pardon, un telescopio. Ci tieni a precisare con orgoglio che si tratta di un telescopio riflettore, e non rifrattore. Per osservare e fotografare le stelle, anzi proprio le nebulose e le galassie. Passione stramba che ti porta ancora più lontano.
Ora finalmente ho le idee chiare. Una sera di queste, mentre tu stai a contemplare le tue stelle, le tue nebulose, le tue galassie, io scivolerò giù dal letto, silenziosamente. Mi vestirò per bene per affrontare l’umido della notte. Farò un primo bagaglio provvisorio e con un taxi me lo porterò a casa di mia madre che da tempo mi attende. Darò senza rimpianti un’ultima occhiata alla casa che mi ha vista sola e infelice. E dopo infilerò la porta. Uscirò.
Uscirò dalla porta. Ma soprattutto uscirò dalla tua vita.
Non so cosa penserai quando, ritirandoti finalmente in camera da letto dopo la scorpacciata astronomica, troverai il letto vuoto. Non so se ti precipiterai, perplesso e ansioso, a cercarmi per tutta la casa. Forse no.
Ma a un certo punto dovrai pur renderti conto, e capire.
Verrai, lo so, a cercarmi da mia madre. Per convincermi o forzarmi a ritornare con te. Perché a te piace stare da solo se io ti sto accanto.
Ma non mi convincerai. E tanto meno potrai forzarmi.
Ebbene, dovrai restare solo da solo. Quaggiù sulla Terra, o lassù fra le stelle, solo.

1 commento:

  1. Dolce amarezza e melanconia in questi ultimi smartphoneconto di Cajti. Un modo di sottolineare il disagio profondo delle persone sensibili in questo mondo dell'accaparramento, della violenza capitalistica, dell'egoismo forsennato e selvaggio. La domanda che ci si pone è: "Che cosa possiamo fare, noi tutti uomini di buona volontà, per fare in modo che il nostro mondo ritorni ad essere un po' meno crudele, meno violento, più sensato, più semplice, più umile? Cajati se lo chiede e ce lo chiede. Intanto ci aiuta a pensare.

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