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ebook di ArchigraficA

giovedì 2 maggio 2013

L’acropoli

di Umberto Di Porzio



Nella metà degli anni cinquanta la mia famiglia aveva dovuto lasciare la casa di Napoli per problemi finanziari. Ci trasferimmo a Licola, a poche decine di chilometri a nord della città, in una casa sulla spiaggia che veniva insieme ad un ristorante estivo gestito dai miei genitori. D’inverno, mia sorella ed io, e nel seguito anche il mio fratellino, eravamo condotti a scuola a Napoli da un autista che, a rischio delle nostre vite, ci accompagnava correndo a tutto gas lungo la pericolosa Via Domiziana, per venirci a riprendere all’uscita e riaccompagnarci a casa, come dei deportati.
Per cinque anni qui noi trascorremmo i nostri pomeriggi e serate, isolati, facendo lunghe passeggiate sulla spiaggia o pedalando in bici per decine e decine di chilometri. In primavera andavamo nella bellissima pineta a cogliere ciclamini.
Fu un’eccellente formazione culturale. In quegli anni lessi tutti i classici russi e ascoltai tutta la musica classica esistente in casa. Divenni un ragazzino colto e musicofilo.
In quel luogo di mare, allora ancora bello, d'inverno vivevamo solo noi, io, mia sorella, il fratellino più piccolo che ogni tanto si perdeva sulla spiaggia e noi a cercarlo col cuore in gola, la mamma, mio padre che vedevamo poco, e l'interminabile bellissima spiaggia di sabbia fina che giungeva a sud di un promontorio, un tempo sede della più antica civiltà della zona, venuta da lontano, dalla Grecia tra il X e l’VIII secolo AC.
Era una delle mie frequenti passeggiate solitarie.


Sul piccolo promontorio che scalavo a piedi, c'erano le rovine degli antichi templi e una grotta, un antro, dalle pareti scavate a forma di parallelepipedo, dove, secondo un'antica leggenda, risiedeva una sacerdotessa, una sibilla, vecchissima, divenuta ormai solo voce per aver chiesto ad Apollo l’immortalità, dimenticando di chiedere anche di conservarle la giovinezza.



Ella leggeva l’oracolo nelle foglie ed era poi in grado di predire il futuro ma in termini del tutto incomprensibili ai suoi ascoltatori. Le foglie di leccio o di alloro venivano presto disperse dal vento, quindi i responsi erano soggetti all'interpretazione individuale, ed alla personalità del questuante, come le conseguenti decisioni che da essi traevano coloro che, spesso venuti da lontano, interrogavano l’oracolo.



Tremante entravo nel luogo sacro, una terrazza di tufo e i pochi resti del tempio di Apollo, una scalinata monumentale che raccorda alla via sacra che conduce al tempio di Giove. Qui si era rifugiato Dedalo, dopo la caduta del figlio che era volato troppo vicino al sole e aveva così fuso le ali di cera, costruite dal padre per sfuggire al re Minosse a Creta.




Ricordo il rumore della risacca del mare, che mi porta alla mente quella dell'oceano, vissuto anni dopo in un altro continente. Il suono del mare e dell'oceano fanno parte di me. Se porto una conchiglia o la mia mano all'orecchio sento lo stesso suono e rievoco le stesse sensazioni ed emozioni. Il nome Cuma, in greco significa appunto “onda", anche per la forma della penisola sulla quale è ubicata l’acropoli.
Il mare, la sabbia, le stelle, le sere passate con i miei giovanissimi coetanei stesi sulla spiaggia, a scrutare il cielo sperando di vedere una stella “cadente” e riuscire a esprimere il desiderio prima che essa scomparisse all'orizzonte. Un attimo. Un'eccitazione sorprendente e un rapido pensiero, prima che il cammino visibile di un meteorite entrato nell'atmosfera, una meteora, scomparisse, per unire due anime che la vedessero allo stesso momento e pensassero l'una all'altra.
Ed ecco ritorna il ricordo angoscioso di quel piccolo aereo da turismo che sorvolò quasi ad altezza d’uomo la spiaggia popolata da rari bagnanti. Il rumore dell’urto della ruota del biplano contro la testa di un’adolescente, il corpo a terra, le urla degli altri bagnanti, la testa bionda della ragazza fracassata, l’odore acre di una morte assurda e l’incredulità disegnata sui volti dei presenti.
Il cadavere sulla spiaggia fino a notte, coperto da un panno scuro, la polizia dovunque, l’aereo abbandonato sulla sabbia dove aveva atterrato a malapena rischiando invece di finire in mare.
Aveva perso il controllo per un guasto tecnico”.
La spiegazione stupida e banale, che non significava nulla, era bastata a calmare gli animi degli atterriti spettatori. Affidare a un “guasto tecnico” una morte così assurda li tranquillizzava, era quasi diventata un problema meccanico e così non li riguardava più da vicino.
Io invece era rimasto impietrito per ore, finché mia sorella non mi aveva riportato a casa. Lì la mamma mi aspettava e con poche dolci parole e un tenero abbraccio riuscì a sciogliere la mia infinita tristezza. Avevo dodici anni e avevo assistito alla morte improvvisa di una ragazza piena di vita. Un attimo prima  correva felice sulla battigia, poi l’assurdo incidente. Poi era giunta l’ambulanza e aveva portato via il corpo inanimato.
La notte la mamma mi lasciò dormire con lei.
L’indomani, nonostante il caldo estivo, non volli uscire sulla spiaggia, o guardare fuori l’uscio di casa.

Infantile illusione

Una lunga spiaggia deserta
percorreva solitario il fanciullo
e scalando il piccolo monte
furtivo all’antico sito accedeva

Tra i templi di Zeus e d’Apollo
nell’antro oscuro dimora di dea
che al vento affidava i presagi
coraggioso entrava tremando

Uscito alla luce splendente
nel bel giorno di primavera
immerso tra gli asfodeli
fantasticava di terre lontane

Dall’alto colle la baia scrutava
incantato dal mare tranquillo
la melodia dell’onde ascoltava
distante come la vita futura

Dodici anni aveva e sognava
la dea che su foglie di leccio
gli predice un destino radioso
dalla vita comune discosto

Ma il grecale soffiando impetuoso
le foglie gli strappa di mano
non saprà più che cosa l’aspetta
in quel mondo sognato e lontano

Non conosce ancora le pene
nè il piacer dell’amore profano
se l’attendano gioie e onori
o una vita di assenze e dolori

Disceso giù alla riva le dune scandaglia
prende in pugno granelli di sabbia
illudendosi che tanti saranno
i suoi anni i suoi mesi i suoi giorni felici

Ma il ragazzo ignora il suo fato
ché l’umana società ancor nega
i diritti di uguali a chi una
vita diversa viver vorrà.






1 commento:

  1. Posto per mio fratello Piero:

    Non mi perdevo sulla spiaggia. Ma, immerso nelle mie proprie infantili fantasie/emozioni di mare/spiaggia/cielo infinito, a volte mi nascondevo sotto le barche capovolte dei pescatori a sognare sulla sabbia, o a spiare la strana fauna che all'improvviso per tre mesi l'anno si accalcava sugli asciugamani, correva dietro un pallone, o amoreggiava al sole.
    Ricordo le passeggiate a Cuma, troppo lunga la strada per le mie corte gambe, finivo in gran parte a essere portato sulle spalle, tue o di uno dei Lamanna. E l'antro oscuro era un po' agghiacciante per la mia impressionabile età, ancora ignara di Apollo, Sibille e mitin greci. Specialmente quando facevate i cretini lanciando urla che l'eco rendeva raccapriccianti.
    Dell'incidente aereo ho memoria, ma non diretta. Non l'ho visto accadere e sono stato certamente schermato dal vederne le raccapriccianti conseguenze. So che era un evento notevole, ma non sapevo che tu ne fossi stato testimone e che ti avesse talmente colpito.

    il fratellino più piccolo

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