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ebook di ArchigraficA

giovedì 15 settembre 2011

Parola scritta, artificio, emozioni, pensieri

di Giacomo Ricci














"Ho impiegato anni a cercare di sbloccarmi, a rimuovere ostacoli, a cercare di creare una trasmissione chiara fra il passato e la mia penna. Allora, come oggi, scrivevo pagine e pagine di semplici note; parole, frasi, paragrafi, biografie di personaggi, tutto per il momento slegato.  C'era molto materiale, ma era piuttosto caotico. Ci voleva ordine, ma troppo ordine, troppo presto, poteva essere più pericoloso del caos. Non volevo soffocare la mia immaginazione  proprio mentre stava esplodendo, anche se la cosa mi faceva sentire instabile. 
Un controllo ferreo fa sì che niente di interessante si verifichi. In qualche modo devi mettere insieme tutti i pezzi del tuo rompicapo senza sapere se combaceranno. Il disegno o l'immagine complessiva è qualcosa che devi scoprire più tardi. Devi crederci, anche quando la sola base per credere è la vaga intuizione che una storia completa alla fine emergerà."
Hanif Kureishi, Da dove vengono le storie?

Un pezzo che spiega l'enorme complessità e l'indecisione che accompagnano l'esperienza di crescita di uno scrittore e la costruzione di una storia. Appunti, pagine e pagine, frammenti slegati. Lo sforzo poi, alla fine, è mettere tutto insieme in un complesso coerente e stabile o dotato di una certa instabilità "controllata". 
L'instabilità "controllata" è quella che permette la definizione di crepe e varchi attraverso i quali il lettore si possa infilare e procedere con la sua immaginazione.
Straordinaria collaborazione-complicità che si stabilisce tra due persone lontane e sole. Perché l'esperienza di lettura è altrettanto sola e individuale che quella della scrittura. Sono due menti che si trasmettono pensieri, sensazioni. Ma non esiste sensazione più falsa di quella scritta. Perché è l'estratto ragionato, soppesato, calibrato, artefatto al massimo di quella che era un tempo una sensazione. 
Artificiale e naturale si fondono in un tutto indistinto e pluriconnesso dal quale è assolutamente difficile, se non impossibile, estrarre, distillare la sensorialità immediata della prima esperienza. Ciò che ne resta è un sublime artificio che, per fare in fretta, chiamiamo arte, ma che è molto difficile da definire.
Eppure sta là. Quando due individui,  mondi lontani comunicano in questo modo avviene una specie di prodigio. Da una rarefazione intellettuale e scritta con segni stabiliti per convenzione astratta e rarefatta si distilla un'emozione che si trasforma in pensiero. 
E l'immaginazione si mette in moto. E non la puoi fermare.
Straordinario. 

2 commenti:

  1. Quando ero ragazzino , la prima volta che mi fidanzai, lo ricordo come se fosse adesso, la prima cosa che dissi a quella ragazza fu: "guarda che dovrai sopportare i miei silenzi, perché io non so parlare".
    E' vero, dissi proprio così. Proprio con queste parole.
    E' stato sempre un mio cruccio quello di parlare, allora preferisco dire quello che devo dire per iscritto.
    Mi sento più sicuro, anche se poi molte volte mi pento tantissimo di quello che ho scritto, anche perchè quando dici una cosa per scritto sembra dargli un valore diverso e se sbagli, e nel tempo che passa, da quando l'hai scritta a quando quella cosa viene letta, se hai cambiato idea diventa complicato far capire a chi legge che hai scritto quella cosa perché in quel momento la stavi pensando e ci credevi e siccome non sai parlare l'hai scritta, ma poi ti sei riveduto e mentre lui sta leggendo, dopo che è passato del tempo da quando l'hai scritta, pensi il contrario!
    Questo mio "problema" l'ho ritrovato, pari pari, esposto in maniera brillante in un racconto da Calvino, esattamente in Vento in una città. nella raccolta Prima che tu dica pronto.
    Era la stessa identica mia condizione.
    Era la storia di un giornalista che diceva di scrivere perché non sapeva parlare. A volte si svegliava la mattina preso dai sensi di colpa di quello che aveva scritto, perché durante la notte aveva cambiato idea, ma non poteva far niente per tornare indietro perché il giornale era già stato stampato.
    Allora se ne andava nei pulman a guardare gli occhi della gente mentre leggevano le sue parole. e mentre leggevano gli voleva dire: aspetta in quel punto non volevo dire questo, ma quest'altro" pentendosi e vergognandosi di quello che aveva scritto.
    Ecco perché un grande scrittore è un grande: qualsiasi cosa pensi,vai a vedere e lui l'ha gia pensata e scritta!
    M.S.

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