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ebook di ArchigraficA

venerdì 23 settembre 2011

Lazzari, appunti sparsi ..., 5

Gaspar Van Wittel, Palazzo Cellammare (part.)



di Giacomo Ricci

scena cinque: il morto

«Ma il piede mi fa male» feci appena in tempo a dire. Il prof, a valanga, mi tappò la bocca. 
«Jack, non mi far perdere tempo. Corri. Qui tra due minuti!  Fa ‘n culo a sta ccà. ‘E subbeto. Chiù ‘e pressa possibile!».
Giuliano De Luca non mi diede il tempo di dire una parola. Una furia scatenata.  Quando diceva male parole in dialetto stretto  cose straordinarie erano accadute. La fine del mondo come minimo. Un cadavere da qualche parte, forse. Ora che stavo imparando a conoscerlo, potevo essere certo. 
«Che perfetto italiano!» osai scherzare. Poi la buttai lì: «Un morto? Dead people?».
Il gelo di un lunghissimo attimo di silenzio. 
Gesummio, my God! Avevo indovinato!
«C’è anche qualcos’altro. Cchiù liéggio, ma pure tiene l’importanza sua. Vieni più presto che puoi»  disse, voce bassa,  le ultime parole in perfetto italiano. Serio, glaciale.
Riattaccò, lasciandomi con la bocca aperta.
Guardai l’orologio della cucina. Le sei. Cazzo, un morto, pensai.    Ma uccidessero lui, il prof! Alle sei già caricato come una molla pronta a scattare, a settant’anni e passa. Io, a quarantadue, ridotto a una specie di rudere. La natura non è giusta. Fa schifo. Ma bisognava sbrigarsi. Scendere in fretta. 
“Una parola, con quest’impiastro”, pensai, guardandomi il piede. 
Non vale chiedersi che c’entravano i morti con il nostro lavoro di universitari. Lui vecchio ordinario di filosofia della “Federico II”, interprete di antiche scritture, esperto nel restauro di vecchie pergamene e manoscritti. Io, non più giovanissimo ricercatore,  antropologo, italiano e americano allo stesso tempo,   con il pallino dell’arte medievale,  mandato a Napoli dalla Italian Accademy della Columbia University,  per una ricerca sul campo, inseguendo un’idea strampalata di affinità tra i lazzari seicenteschi e la manovalanza bruta della camorra contemporanea. 
«Exotic but interesting» aveva detto il manager del dipartimento di storia della Columbia della mia idea, con un mezzo sorriso compiacente, mentre firmava il mio lasciapassare culturale per l’Italia e l’assegno di ricerca necessario alla mia sopravvivenza.
Mi era venuta in mente l’idea, che  si potesse ipotizzare l’esistenza di invarianti mentali che definirebbero i comportamenti umani, in particolari strati di popolazione, anche al di là delle contingenze storiche e geografiche. Una di quelle cazzate che gli antropologi, in vena di una qualche malcelata metafisica, s’inventano di continuo  per dare spessore a una disciplina impalpabile e sempre più inconsistente. 
Argomento rarefatto, lo ammetto. Magari una vera e propria panzana. Ma era funzionale alla mia voglia di riscoprire la città natale di mia madre, e il popolo al quale per metà appartenevo. Non da turista, ma penetrandone i meccanismi più segreti. 
De Luca mi aveva accolto nell’Università di Napoli, accettando di seguire la mia ricerca sul campo. Così mi ero trasferito, da qualche anno, nella  città dei miei nonni materni. E, per tutta una serie di scambi e interdipendenze accademiche troppo complicate da spiegare, lui, in qualche modo, era diventato il mio capo, qui a Napoli. 
Interessante averci a che fare. Ma assai pignolo, esigente, o, come dicono i Napoletani, un vero scassacazzo. 
I morti col nostro lavoro c’entravano. Più spesso che non si creda. Altrimenti mai, per nessuna ragione al mondo avrebbe preteso che, con un piede fracassato, mi precipitassi a rotta di collo da lui, in dipartimento. Dittatore sì, ma illuminato.
Come avrei fatto? 
Le stampelle, innanzitutto. Poi buona volontà.  A strafottere. Quella non mancava mai, o quasi. E poi Minichiello, la mia salvezza. Di professione portiere, ma factotum per vocazione. Proprio come i barbieri latini del Bronx. Tutte le volte che poteva si rendeva disponibile. Miniera, vulcano di soluzioni improvvisate, geniale furfante nell’arte di arrangiarsi. L’essenza del napoletano, internazionale per vocazione e genio.
Lo chiamai al cellulare.  Incrociai le dita. Speravo che avesse il telefono con sé. Rispose subito.
«Eccomi qua. Buongiorno».
«Minichie’?».
«Sì, professo’, dimmi tutto». 
«Ho bisogno di te, subito. Immediately». Mi accorsi che quel “subito” era alla De Luca. Il prof mi stava plagiando.
«Che’, professo’, s’è scassata la wash machine?».
«Minichie’ non sfottere».
Palazzo importante di Monteroduni quello dove Menico prestava servizio. Con una grande corte centrale, luminosa, scenografica che, per metà, s’affacciava nel giardino di Cellamare, uno dei più favolosi di Napoli.  Non come il mio palazzotto seicentesco, piccolo, buio, di Via Santa Teresella degli Spagnoli,  più in basso  della casa di Lenór Pimentel Fonseca, verso Sant’Anna di Palazzo. Importanza che si vedeva perché poteva disporre, quando lo voleva, di un sostituto, un secondo. 
Gli dissi che doveva accompagnarmi in Facoltà. Subito. Il tono di De Luca non ammetteva deroghe.
«E mo volessimo fa’ piglià collera ‘o professore?  Dammi cinque minuti e sono da te». 


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