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ebook di ArchigraficA

lunedì 15 aprile 2013

Quiz e prove attitudinali di accesso






di Giacomo Ricci


“…Mike Bongiorno dimostra sincera e primitiva ammirazione per colui che sa. Di costui pone tuttavia in luce le qualità di applicazione manuale, la memoria, la metodologia ovvia ed elementare: si diventa colti leggendo molti libri e ritenendo quello che dicono. Non lo sfiora minimamente il sospetto di una funzione critica e creativa della cultura. Di essa ha un criterio meramente quantitativo (…)  Non accetta l’idea che ad una domanda possa esserci più di una risposta. Guarda con sospetto alle varianti. Nabucco e Nabuccodonosor non sono la stessa cosa: egli reagisce di fronte ai dati come un cervello elettronico, perché è fermamente convinto che A è uguale ad A e che tertium non datur. Aristotelico per difetto, la sua pedagogia è di conseguenza conservatrice, paternalistica, immobilistica”.

Così, nel 1961, scriveva Umberto Eco nel suo Fenomenologia di Mike Bongiorno, con la raffinata ironia che costituisce uno dei tratti più singolari della sua intelligenza e degli aspetti più geniali della sua ricerca di autore ed esponente di spicco  della cultura italiana contemporanea; fu, questo,   un minisaggio rimasto letteralmente memorabile  nel panorama letterario dell’epoca, quasi una pietra miliare nella storia del Bel Paese del secondo dopoguerra; in poche battute, al di là dell’ironia che sfocia  direttamente nel comico per le immagini che evoca del noto presentatore, Eco centra limiti, disagi, comportamenti e prospettive dell’uomo-massa contemporaneo, le sue aspirazioni (meglio, le sue non-aspirazioni), i confini inamovibili dei suoi orizzonti di significato. Ciò che premeva al futuro autore de Il nome della rosa, era marcare, con l’evidenza  del paradosso, i limiti patetici della cultura italiana di quegli anni. Mike Bongiorno era, con il suo modo di essere, l’emblema di quella società, di quel modo di “crescere”, di quell’annichilimento dell’uno accanto all’altro, del “borghese piccolo piccolo”, mediocre, ammutolito di fronte all’apparecchio televisivo e nullificato nella massificazione del primo consumo rudimentale degli anni sessanta.

Quando lo lessi per la prima volta l’effetto che ne ebbi fu lo stesso di vedere Chaplin tritato negli ingranaggi di “Tempi Moderni”, di Totò in cerca di una casa, inebriato dal ritmo ossessivo dei timbri, che li usa come le bacchette di un fantastico tamburo e marca con l’inchiostro il posteriore dell’abito bianco  del sindaco-onorevole in visita agli uffici comunali;  o di Stanlio ed Onlio che ballano e cantano fuori di un Saloon tenendosi  i lembi delle giacche impolverate e pesanti tra indice e pollice come fossero eterei tutù, o del giovanissimo  Alberto Sordi che doppia Onlio in “Guardo gli asini che volano nel ciel”, o Fracchia-Fantozzi che miseramente scivola dal suo sedile amorfo-mobile sotto la scrivania di un terribile Gianni Agus-direttore, o di Buster Keaton che, alle prese con il salvadanaio per recuperare qualche spicciolo per uscire con la ragazza, finisce per fracassare, a colpi di martello,  il muro e sbucare nell’appartamento a fianco;   o, ancora,  di Totò, in tenuta da caprese doc,    che premia l’imitatore di Picasso facendolo sedere  su una sedia, tappandogli un occhio, chiedendo aiuto per tenergli aperto l’altro e, finalmente,  sputandoci violentemente dentro.
Insomma, quella di Eco era  una battuta comica, basata sulla dabbenaggine diffusa nella nostra piccola Italia che cominciava a prender fiato dopo una guerra tanto devastante,  che il nostro impertinente e geniale studioso di semantica e linguaggio sfruttava in maniera intelligente, per sottolineare, con la forza del paradosso – proprio quella che, secondo lui,  difettava a Mike Bongiorno –  una incongruenza fin troppo evidente del nostro sistema di comunicazione televisivo; ricorreva all’effetto comico  per meglio rendere l’idea, per enfatizzarne  il risultato dunque. Fin qui nulla di strano. Che un agguerrito critico, abilissimo nell’uso sapiente del linguaggio, sfrutti immagini a suo profitto è cosa certamente notevole, ma, a suo modo scontata.

Ma permettetemi di rivolgermi a quelli della mia età che hanno letto il  bel saggio di Eco: vi aspettavate che, tra Mike Bongiorno e Eco, il più vicino al vero, quello che aveva capito tutto della futura evoluzione del nostro paese e delle sue istituzioni culturali più prestigiose (le nostre Università, per l’appunto) fosse il presentatore televisivo? E già:  con una intuizione, questa  davvero geniale, ha anticipato l’intera filosofia che regola le nostre Università.

Come si mostrano queste istituzioni ai giovani che chiedono di accedervi? Quale cultura offrono, come li selezionano? Con complessi sistemi di valutazione attitudinale? Allestendo corsi di accesso, prevedendo strategie, mettendo in piedi scenari adeguati di valutazione, utilizzando le migliori risorse a loro disposizione (cioè i migliori professori che ci sono ancora, nonostante tutto, a dispetto di tutti i tentativi che si fanno per metterli fuori uso)  per organizzare corsi preventivi, aprendo loro gli occhi sulla prospettiva scientifica e disciplinare che li attende? Ci aspetteremmo che ad un aspirante medico si mostri la complessità della ricerca sul cancro, le prospettive, le difficoltà, la fatica intellettuale, lo studio  quindi la vita difficile che lo attendono.
Agli aspiranti studenti-architetti ci aspetteremmo che venisse loro mostrata la straordinaria storia dell’architettura, la costruzione della città, le teorie di raffinatissimi intellettuali come Leon Battista Alberti, la genialità sorda, cupa, testarda, incredibile di un  Brunelleschi, l’ingegno fine di un Eiffel, l’incredibile industriosità dei costruttori gotici che seppero,  con le sole mani, aiutandosi con  corde, pali di legno, asce e scalpelli erigere cattedrali la cui navata centrale arriva all’altezza  di quasi cinquanta metri, senza la presenza di matronei, lasciando che le pareti potessero essere traforate al punto di  inondare di luce l’interno, in una sinfonia di colori, di chiari e di scuri filtrati dai vetri. Ci aspetteremmo che venisse solleticata la loro intelligenza, la loro curiosità, che venissero mostrate le difficoltà che esistono oggi di erigere alcunché non solo in Italia ma anche altrove, del confronto immane che un costruttore oggi deve affrontare con il nostro pianeta sempre più in difficoltà e l’ambiente naturale in un indecifrabile  declino, gli elementi impazziti e il caldo che d’estate brucia alberi e terra.

Niente di tutto ciò.

Innanzitutto il sistema di valutazione scelto – non si sa perché, da chi, in base a quali motivi, a quale logica e in vista di quali obiettivi –  è, manco a dirlo e con buona pace  di Eco, quello dei quiz, quello di “un cervello elettronico”, dove “A è sempre A, tertium non datur”, quiz pienamente “aristotelici per difetto” nella forma e nella concettualizzazione da piccola enigmistica tascabile di fine settimana; esperienza intellettuale – si fa per dire – limitata,   da consumarsi magari  sotto un albero dalla grande chioma, su una panchina, con un cagnone sui piedi e per compagni, a destra e sinistra, due barboni simpatici come Fiorello e Bongiorno, per non guardare le cose, per non affrontare i problemi. Non in saloni  enormi, stipati in tanti, in un tempo ristretto, con il cervello che se ne va in tilt e di quello stress non si capisce il perché, la “ragione sufficiente”, direbbe Rosario Assunto, estetologo, filosofo del paesaggio, cultore dei giardini storici, “architetto della natura”, critico dell’idiozia accademica imperante contemporanea.  

In altre parole,  cari colleghi architetti,  presidi, direttori, presidenti di corsi di laurea e così via, non abbiamo a che fare con pensionati di ottant’anni che non si aspettano più nulla dalla vita e per tenere sotto strizza il cervello si danno al piccolo rebus, all’indovinello, alla pazziella logica che fa ridere, ma con giovani di diciotto, diciannove, vent’anni, intelligenti, smaliziati, che i computer li sanno usare bene perché ci sono cresciuti insieme e che, forse, li stanno anche per accantonare perché si sono stufati della loro logica a scatolette cinesi,  ne hanno le palle piene di finestre che si aprono, logica d’accatto, cad e multimedialità;  che non sanno più che farsene di una cultura nella quale A è sempre uguale ad A. Che, spesso, sono inseguiti da presso da un mondo che non li accoglie, che fa di tutto per buttarli tra le braccia della droga, la bianca e pallida signora che, in quattro e quattr’otto ti fotte, dà la morte.

La nostra è la cultura della complessità e, ci piaccia o no – e questo i matematici e i logici seri , quelli che non si sono arresi ad insegnare piccole nozioni di algebra nella scuoletta media di periferia, nei licei o nelle università, lo hanno ben compreso e spendono le loro migliori energie per capirci qualcosa – richiede nuove strategie di approccio, più intelligenti, meno schematiche, molto più complesse dell’aristotelismo di ritorno di sommesso profilo psicotecnico da forze armate  di basso livello. Non sono più validi gli schemi di modellizzazione logica usuali e classici. Può essere che A sia  A, ma molto spesso è B, C, D,  e forse anche 1, 2 o 3 e, spessissimo, niente di tutto ciò: si tratta del naufragio quasi completo dei nostri schemi di astrazione logica; oggi è necessario   inventare, ci vuole una cultura che faccia paralleli, debordi di campo in campo, selezioni, saggi, butti via per poi riprovare, sperimentare a più non posso, ci vuole un cervello elastico come un’onda, trasparente. Ci vuole quella che Franco Rella, citando Nietzsche,  chiamava “ragione porosa”, capace di farsi penetrare da tutto, da ogni fenomeno e trarre profitto dalle esperienze che stanno, incomprensibili,  sotto gli occhi di tutti . Altro che quiz alla Mike Bongiorno!
Ma la cosa non si ferma qui. E’ ben peggio. Se la forma del quiz è noiosa all’ inverosimile come spettacolo televisivo, essa  diventa   intellettualmente ripugnante se usata per saggiare l’intelligenza di una mente giovane; figuratevi che accade quando si esamina il contenuto di questi quiz!  Ma qual è il contenuto? Mi sono reso conto che è difficile accedere al contenuto dei quiz. Perché sono,  prima delle prove, ovviamente, segreti. Dopo,  lo sono ancora per questioni di privacy. Sono riuscito a scovarne qualcuno tramite la password di mio figlio che li ha sostenuti due giorni fa, superandoli. Così ho scoperto che, per accedere alle facoltà di architettura italiane, si deve, tra l’altro,  sapere quasi tutto  dei francobolli italiani, dalla “posizione storica” alla “lettura del francobollo sotto il profilo estetico”, fino a comprendere quando un francobollo “nasconde una crisi politica”, economica e se è valutabile per la bellezza, per la funzione o per la data di emissione e se è stato emesso per scopi di collezionismo filatelico o per celebrare importanti eventi.  Si passa dal significato della luce in Sant’Agostino alla prospettiva razionale degli sfondi di Caravaggio, allo spazio d’ombra e se il nero pece sia stato lì posto per far risaltare i primi piani.  Passando tra reti di numerini sospesi e cancellati, dadi con simboli vari, si giunge alle chiavi di casa, non quelle di Non aprite quella porta (l’horror c’è ma più avanti, come vedremo) ma quelle che aprono la porta d’ingresso ma non la cantina.

L’aristotelismo da forza militare di base e da enigmistica per vecchietti rincoglioniti, stramazzati dal caldo sotto un albero con la Settimana Enigmistica nelle mani,  impazza;  Alì Babà se la passa bene ed ha un numero imprecisato di odalische-concubine, alcune con i capelli neri, altre con gli occhi neri, per la precisione i 4/5 hanno i capelli nero avorio e i 3/4 hanno gli occhi neri;  tipica domanda da agosto infuocato: quante sono le odalische che hanno sia gli occhi che i capelli neri? Non posso fare a meno di scacciare dai miei pensieri l’immagine del  solito Totò che, alle prese con il problema di aritmetica del figlio, nel quale si parla dell’ortolano che aveva raccolto non so quante zucchine e ne aveva perse tante altre,  non ce la fa più e dice: “Ma non se ne poteva stare a casa sua e mandava un altro a raccogliere i cocozzielli?”

E poi  non ho potuto fare a meno di crepare dal ridere – io a casa mia, davanti al mio computer, tranquillo e rilassato, ma immagino quali saranno stati i commenti dei ragazzi più attenti e smaliziati – quando ho letto di un tal  Nonno  Ubaldo che dice al nipote di aver attraversato l’Atlantico e battuto in velocità le balene. Forse, azzardava il quiz, Nonno Ubaldo era un bugiardo. Perché?  E di qui tutta una serie di ipotesi sulla natura della bugia; la risposta, non ci crederete,  è perché se Nonno Ubaldo ha battuto le balene, non ha potuto attraversare l’Atlantico. Confesso la mia ignoranza e sono pronto a non ritenermi adatto all’insegnamento dell’architettura,  perché, per quanti sforzi abbia fatto, non  l’ho ancora capita: perché nell’Atlantico non ci sono le balene? Perché le balene non attraversano l’Atlantico? Per me, a lume di naso, Nonno Ubaldo sarebbe morto d’infarto, correndo per l’Atlantico appresso alle balene, dopo i primi venti, trenta metri. E, poi, dipende, dall’età;  se Telesforo – sì, avete capito bene, sono andato a controllare, è questo il nome del nipote di Nonno Ubaldo – ha 19-20  anni come uno studente che s’iscrive all’Università,  Nonno Ubaldo, se ha fatto proprio in fretta e lo stesso ha fatto suo figlio, deve stare sull’ottantina o giù di lì e a buttarsi nelle acque dell’Atlantico, a quell’età,  è certamente morto quasi sul colpo, quindi di metri ne deve aver fatti veramente pochi.

C’è, come ho detto, il finale horror-fantasy, con Angelica, dolce ed “intelligente” principessa cinese,  trattenuta in una stanza  ottagonale,  con non ricordo più quante porte,  dal feroce,   “perfido” mago Atlante e una serie di servi malvagissimi pronta a farla divorare dai draghi se non si rompe il cervello  a indovinare chi di loro, tra la stragrande maggioranza che le confonde le idee per perderla, dica la verità. Naturalmente lo schema è sempre quello del sillogismo; stavolta la grande complicazione intellettuale è che le implicazioni sono incrociate e dunque per sbrogliare la  matassa si procede a ritroso, per fasi interdipendenti. Nient’altro che un piccolo scioglilingua concettuale.

Così, se ci riesco, sono architetto. Ma ho ancora la testa che mi gira per via delle risate a proposito del Nonno  che se ne va a nuoto per l’Atlantico a fare le corse con le balene.
E poi mi convinco: con questo mestiere è meglio non averci a che fare. Non sono proprio preparato per insegnare l’architettura. Parlerei di Brunelleschi e delle cattedrali. Dei Nonni che fanno le gare, di Barbablù e delle odalische di Alì Babà con gli occhi neri so veramente poco. Preferisco il mio vecchio mestiere tradizionale con il quale si affrontano  rompicapo di altra natura: per esempio, come fare una città che funzioni, che sia più bella e che costi poco e che sia anche in accordo con la natura. Come fare per costruire case nelle quali venga la felicità di vivere come quelle che disegnava Wright.

Ma questa è un’altra storia che mi sembra lontana dai quiz.  E, devo dire, anche lontana da Mike Bongiorno che, tutto sommato, non ha mai avuto la pretesa che la sua maniera di essere diventasse procedura accademica di valutazione attitudinale.  Non se lo sarebbe mai sognato. Il sogno, anzi l’incubo, è venuto in testa a qualche altro che si nasconde dietro la sigla CISIA (Centro Interfacoltà  delle Scuole di Ingegneria e Architettura).

“Addà passà a ‘ nuttata” diceva Eduardo.  Speriamo che passi in fretta.

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