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ebook di ArchigraficA

lunedì 22 aprile 2013

Napoli, salite e discese come metafore dell'esistenza (e della felicità)


di Maurizio Zenga



"Saglie saglie
Cu' sta sporta chiena d'aglie
Si nun saglie e scinne
Tutta sta rrobba nunn'a vinne
Sole, sole d'oro
'a mattina me daje forza
Mentre attuorno tutto more
Quanti vote 'mmiezo 'e mmane
Mmiezo ' e mmane aggio guardato
Quanti cose aggio perduto
Quanti cose aggio truvato
Sole, sole...
Saglie saglie
Cu' sta sporta chiena d'aglie
Si nun saglie e scinne
Tutta sta rrobba nunn'a vinne"
( Pino Daniele )

Caro Giacomo,
aderisco dopo  qualche giorno alla tua bella proposta di definire dieci luoghi di Napoli per un racconto breve della mia città. Mi gira per la testa un'idea che vorrei cercare di spiegare in poche righe e qualche foto rappresentativa. L'idea che Napoli possa essere, come nei miei ricordi giovanili (tra gli anni 70 e 80) una metafora dell'esistenza, fatta di salite e discese.

Salivo negli anni '70 via Pietro Castellino, che dal Vomero portava ai Camaldoli, per andare a scuola presso il vecchio (già allora fatiscente) Istituto Giovanni Porzio, dove sono nate e poi consolidate nel tempo le mie amicizie più profonde e i primi approcci con quell'umanità adolescente che ho poi ritrovato con nostalgia nei libri meravigliosi di Raffaele La Capria.

Il Castel Sant'Elmo e la certosa di San Martino

Scendevo invece qualche anno dopo  “giù Napoli” dal Vomero, dove abitavo vicino Piazza medaglie d'Oro negli anni '80, a volte compiendo strani  percorsi pedonali, ispirati più dalla curiosità che dalla necessità di trovare la strada più breve. Salivo ‘ncoppa San Martino e poi scendevo per  Calata San Francesco, che ho amato moltissimo per il godimento fisico che mi dava la discesa (un sollievo dopo la salita) e insieme la visione del panorama  impagabile che accompagnava  i miei pensieri mattutini.

Calata San Francesco

Vedere il mare dalla collina e avere la sensazione di poterlo raggiungere a piedi, non solo con lo sguardo è una sensazione che oggi mi manca moltissimo e che accresce la nostalgia di quegli attimi di pura e indescrivibile felicità.
Scendevo a volte per via Aniello Falcone che, dal Vomero, offre una diversa visuale del panorama del Golfo e che ha sempre rappresentato per me (e credo anche per te che lì hai vissuto anni cruciali) una zona speciale, piena di significato. In quella strada, sui suoi marciapiedi, nelle case che i miei amici a volte aprivano alle feste improvvisate o alle prove musicali, alle discussioni  politiche, ho cominciato a fare i conti con la musica, i miei compagni di strada, l'arte, le prime esperienze amorose. Via Aniello Falcone è una strada che definirei di sola discesa, le salite che mi ha offerto sono state  tutte “spirituali”...

Panorama del golfo da via Aniello Falcone

Scendevo da via Mezzocannone e poi da Monteoliveto per entrare stanco ma appagato nel cortile di Palazzo Gravina  e “salivo” tutte le rampe di scale per raggiungere il terrazzo, luogo incantato in quegli anni (stavolta cruciali per me) di “indiani metropolitani” e di utopie irrealizzabili e irrealizzate ma anche per il sole battente al quale esponevo il mio corpo e i miei libri, inutilmente aperti sul sedile di pietra.

Palazzo Orsini di Gravina

Uscendo da Palazzo Gravina, salivo a destra verso Piazza del Gesù (altro luogo della memoria) di cui ho più volte riprodotto l'obelisco centrale e mi infilavo nel chiostro di Santa Chiara a scambiare due chiacchiere con quel monaco ricurvo sulla sua vanga e finalmente leggevo, seduto sulle famose maioliche   e all'ombra filtrata del pergolato, nella pace più totale. Negata da sempre, almeno in quella particolare intensità, a tutti gli altri luoghi della mia città.

Il Chiostro di Santa Chiara

Salivo la stradina di San Sebastiano per la solita visita ai negozi di strumenti musicali e la chiacchierata con qualche amico, mi fermavo a Piazza Bellini. Ora mitico luogo della   cultura cittadina  ma per me approdo obbligato  nell'ora di punta per la straordinaria pizza dell'osteria all'incrocio con San Pietro a Majella e Portalba.

Via San Sebastiano, degli "strumenti musicali"

La felicità in  una pizza, massimo godimento del palato, tra il luogo dei libri per eccellenza e il Conservatorio del maestro De Simone, diversa da quella di cui dicevo prima ma pur sempre felicità raggiunta.
In via Costantinopoli, passando davanti all'Accademia di Belle Arti e al Liceo, un luogo per me importante e che resta nella mia memoria. Nell'angolo a sinistra, poco prima del Museo Archeologico, all'ultimo piano del grande palazzo ottocentesco a ridosso della Galleria Umberto: lo studio di restauro dei fratelli Tatafiore e lo studio privato del maestro  Guido, il padre. Bisognava salire tutti i piani del palazzo e poi l'ultimo in alto, il più segreto, il più bello, dove il maestro si chiudeva  circondato dal suo lavoro creativo e dal silenzio del suo raccoglimento. Se n'è andato con il terremoto lasciando, in molti di noi ragazzi che frequentavamo la sua casa-studio, la tristezza di non vederlo e di non sentirlo più al pianoforte o al contrabbasso nelle indimenticabili serate trascorse tutti  insieme.

Guido Tatafiore, Natura morta

Chiunque può salire oggi fino al Castel  Sant'Elmo, sulla collina di San Martino e vedere qualche sua opera nel Museo d'Arte contemporanea di recente costruzione. Ma bisogna “salire”, salire nel punto più “alto” di Napoli, in tutti i sensi.

Spaccanapoli da San Martino

Nel periodo degli studi ho avuto la fortuna di “scendere” per le strade di Napoli anche attraverso i  livelli sociali in cui la città è divisa da sempre, dal Vomero (collina residenziale considerata la zona medioborghese per eccellenza) mi sono trasferito per qualche anno ai Cristallini, abbascio 'a Sanità, una tra le zone  più popolari, e lì ho capito molte cose di questa città. Nessuno può capire davvero Napoli se non vede come si vive ai Cristallini, ai Vergini e che umanità resiste da secoli in quei vicoli pieni di aggressività, di violenza, di generosità, di  passione, di tradizioni, di fede e di bellezza.

Largo dei Vergini

Tra le dieci cose da non tralasciare nella visita a Napoli  è d'obbligo una “discesa/salita” all'Inferno/Paradiso della Sanità e una salita con l'ascensore (a ridosso del Ponte della Sanità, difeso nelle famose quattro Giornate di Napoli da Maddalena Cerasuolo con le armi) che vi riporterà  alla vita “normale” e al traffico di tutti i giorni,

Il ponte della Sanità con l'ascensore

 sulla strada che vi conduce  al Museo di  Capodimonte, per vedere cos' è stata l'Arte a Napoli nei secoli passati (da non perdere Luca Giordano) e per riposarvi all'ombra degli alberi del parco reale dove finalmente potrete aprire o' paccotto con il panino ‘e saccicce e friarielli che vi sarete fatti confezionare in una delle tante osterie casalinghe della Sanità.
Un godimento unico che non può che venire dopo la fatica un percorso in salita, ovviamente.

La reggia di Capodimonte nel parco

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