logo

logo
ebook di ArchigraficA

giovedì 25 aprile 2013

Paul Saunders. Perché sparire?


Paul Saunders



di Giacomo Ricci

Un uomo normale, amante dei libri, dello studio e della solitudine. Con una gatta e una casa, volontariamente sparisce per un anno dalla comunità degli uomini.
Quando lo ritrovano è gentile, mansueto, consapevole di dove sta, che fa e che cosa ha fatto. Non si è reso conto dell’angoscia della sua mamma che lo  sa smarrito da un anno e non ne ha notizia. Non ci ha pensato? Forse. Non lo dice. Ma la sua urgenza, lui lettore accanito, amante di Shakespeare, uomo di cultura è stata, probabilmente, di ricercare il senso della sua vita. E non ha fatto caso al dolore che, involontariamente, ha trasmesso ai suoi affetti e a tutta la gente del paesino in cui vive e che gli è molto legata.
Per non farsi trovare, per un anno,  ha camminato  di notte e se ne è stato rintanato di giorno. Ha camminato lungo i corsi d’acqua per non farsi rintracciare, con la sola compagnia dei pesci, della natura e di se stesso.
Una storia che incuriosisce. Incomprensibile per la maggior parte di noi, presi dalla velocità della vita moderna delle grandi città, perduti nell’interesse (in senso vasto come interazione con i nostri simili e nel senso più comune di profitto), nella “ricerca della felicità”.
Ma di quale felicità si tratta? Quale sarebbe questa felicità che tutti noi ricerchiamo con tanto accanimento?
Eccolo l’interrogativo che figure apparentemente incomprensibili come Paul Saunders ci pongono in maniera diretta.  Chi siamo? Perché siamo? Che senso ha la nostra vita? Che senso ha la civiltà? La folla metropolitana?
E mi viene in mente qualcosa che ha a che fare con questa “stranezza”, come quella di Saunders di sparire. Un uomo mite, tranquillo, che tutti  riconoscono come tale, che sentono come tale.
Mi viene in mente quel racconto straordinario di Edgard Poe L’uomo della folla.
Forse tra i suoi più incomprensibili e in qualche maniera angoscianti.
Per chi non se lo ricordasse lo riassumo in breve. Poe racconta di essere stato ammalato. Una febbre che lo ha debilitato. Scende per la prima volta, dopo molti giorni di malattia, guarito ma debolissimo e si siede a un bar. E’ in una grande città. Seduto al tavolino si osserva attorno. Osserva la città in pieno fermento di vita. Ciò che lo colpisce è la folla che circola. Ne è impressionato, dopo esserne stato lontano per giorni.
Un fenomeno al quale sei abituato se ci sei sempre immerso, finisce per apparirti diverso se te ne allontani.  Così appare la folla a Poe. Un fluire magmatico, frenetico, incessante, angoscioso, una massa, un essere informe.
Ma lo colpisce, in quella massa anonima e ripetitiva, un uomo. E’ di mezz’età, strano, allucinato, un po’ volgare, povero per la sua giacchetta lisa. E ha lo sguardo fisso davanti a sé. Gli occhi vedono ma non vedono. Sono fissi, perduti nel vuoto. Sparisce nella folla, nella sua eterna circolazione.
Passa il tempo. La folla  continua a scorrere come una forza della natura. Fluisce per minuti, ore. Poi Poe lo rivede. Lo stesso uomo. Lo stesso sguardo allucinato. Cammina con la stessa espressione perduta, massa nella massa. Anonimo. Impenetrabile.
Ne è turbato. Passa altro tempo. Lo stesso intervallo di durata. Lo rivede. Si rende conto, alla fine, che quell’uomo non smette mai di camminare, annegato nella massa, nella folla che circola per la grande città. Essere perduto nella folla, trasportato dalla corrente, naufrago tra un’infinità di uomini che non conosce, con i quali mai più parlerà. E lo definisce, per l’appunto, l’ “uomo della folla”.
Un racconto, questo di Poe, tra i più allucinati e visionari. Nel quale affonda la sua poetica dell’assurdo e dell’angoscia. Una critica feroce, profonda, inattaccabile alla società moderna, all’alienazione dell’individuo perduto nella massa, nel suo totale anonimato.
Walter Benjamin ne diede un’interpretazione famosa, come metafora dell’alienazione capitalistica e della incessante circolazione delle merci. Un argomento che oggi, nella crisi economica, sembra di scottante attualità.
Ma non è questo aspetto sul quale intendo soffermarmi.  Quanto, piuttosto,  fare il paragone tra  questa vicenda letteraria creata da Poe e quella del vissuto di  Sanders.
E mi pongo una domanda. Tra le due realtà,  quella di Sanders che si sottrae alla civiltà per ricercare un profondo, intimo, assoluto, senso di comunicazione con se stesso e la sua condizione di stare nel mondo, isolato, immerso nella natura e nella notte, come un volontario “voler sparire”,  e quella dell’uomo di cui Poe racconta, che è solo, distrutto, alienato e folle nel cuore della massa più convulsa del mondo moderno che è la folla metropolitana, dico, tra i due  chi è più vicino alla radice dell’Io, alla ricerca consapevole del suo senso, alla domanda che ognuno di noi si porta, da sempre dentro di sé?
La risposta la lascio a voi.
Io, per conto mio, trovo grandi similitudini e affinità tra il Robert Walser autore de La passeggiata, uno degli scritti più illuminanti, poetici e profondi del Novecento e Saunders.
Camminare, vagare, osservare il mondo dal di fuori come massima esperienza esistenziale nell’alienazione della cosiddetta “civiltà moderna”. A che servirebbe la nostra velocità, il nostro consumismo, la nostra accumulazione di ricchezze beni e potere se non a scacciare via l’assurdità della nostra condizione esistenziale di cittadini moderni della grande tentacolare civiltà metropolitana?
E non è meglio perdersi nella ricerca di se stessi, nel senso assoluto dell’Io di fronte al mondo e alla sua responsabilità di vivere e fare, come fa Walser, camminare, scappellarsi davanti a una bella sconosciuta, osservare il mondo che scorre, la vita che lo anima dal di fuori,  saggiandone la superficialità e l’assoluta inutilità?
Sanders è un viaggiatore solitario in cerca del senso del Sé. Quello che ognuno di noi vorrebbe (e dovrebbe)  fare senza esserne consapevole. Nel senso che questa consapevolezza ci è stata strappata dalla civiltà moderna e le sue lusinghe.
Non sarebbe meglio sedersi su un prato, assaporare la luce del sole e cercare dentro di noi il senso a questa assurdità che abbiamo costruito, fatta di accumulazione e che ci ostiniamo a chiamare vita?
Non è tutto un trucco per non guardare in faccia alla realtà e al nostro Io più segreto e autentico? Io la mia risposta credo di individuarla, anche se a fatica. 
Grazie Saunders per avercelo ricordato con la sua discrezione e  la sua poetica gentilezza. 


Caro Giacomo,

ho preso qualche giorno di vacanza da università e computer, anche se non sono arrivata alla scelta di Saunders.Concordo pienamente sulla tua interpretazione di smarrimento controllato, credo sia anche 'voluto'. Si ha bisogno a volte di lasciarci tutto alle spalle, per poco magari, ma per ritrovarci.La vita di oggi e tutto il resto sono sicuramente incentivi, ma credo che l'essere umano abbia a volte il bisogno di 'fuggire' dal contesto 'sociale' di lasciarsi alle spalle per un po' anche l'Io, quasi a confondersi con la 'natura'. Quante volte, se ci pensi, lo desideriamo? Sei mai uscito sotto la pioggia,senza motivo,solo per la voglia di camminare senza meta e magari senza ombrello? E' una sorta di doccia per l'anima. Saunders,forse, ha solo cercato di 'rigenerarsi' più che di ritrovarsi, e forse dovremmo trovare il modo di farlo un po' tutti, credo ci farebbe bene.

Elianora Baldassarri

3 commenti:

  1. Come ho detto in altro commento in altro luogo è la disobbedienza civile di Henry David Thoreau (1848), l'uoma naturale di Rousseau (JJ) ripresa recentemente da Philip Roth.
    La fuga dalla società della "massa degli uomini (che) serve lo Stato, non come uomini coraggiosi ma come macchine, non c'è nessun libero esercizio del giudizio e del senso morale, sono al livello del legno, della terra, delle pietre. Suppongo che se facessimo degli uomini di legno sarebbero altrettanto utili... Altri - come la maggioranza dei legislatori, dei politicanti, degli avvocati, dei preti e dei tenutari di cariche - servono lo Stato soprattutto in base a ragionamenti astratti; e poiché fanno assai di rado distinzioni morali, hanno la stessa probabilità di servire Dio che, senza volerlo, di servire il diavolo."
    O come la figura romantica di Nathan Zuckerman innamorato dell'eroe, scaricatore di porto e sindacalista, comunista, Iron Rinn e della sua baracca.
    e cito di nuovo Roth
    Come mai l’idea della baracca di Ira mi rimase fitta in capo così a lungo? Be’, sono le primissime immagini- d’indipendenza e di libertà, in particolare- quelle che continuano ostinatamente a vivere, a dispetto delle gioie e delle mazzate della maturità. E l’idea della baracca, dopo tutto, non è di Ira. Ha una storia. Era di Rousseau. Era di Thoreau. Il palliativo della capanna primitiva. Il posto dove sei ridotto all’essenziale, dove torni- anche se non è da lì che vieni- a decontaminarti e a dispensarti dall’impegno di lottare. Il posto dove ti togli- come un insetto durante la muta- le divise che hai indossate e i costumi che ti sei messo sulle spalle, dove ti spogli delle tue umiliazioni e del tuo risentimento, delle concessioni che fai al mondo e della sfida che gli lanci, della tua manipolazione del mondo e dei suoi maltrattamenti. L’uomo che invecchia se ne va nei boschi: il pensiero filosofico orientale abbonda di questo motivo, il pensiero taoista, il pensiero indù, il pensiero cinese. L’”abitante della foresta”, ultima tappa sulla strada della vita. Pensate a quei dipinti cinesi del vecchio ai piedi della montagna, il vecchio tutto solo ai piedi della montagna che rinuncia al tumulto dell’autobiografico. Era entrato vigorosamente in competizione con la vita; ora, calmatosi, indossata una faccia austera, entra in competizione con la morte, l’ultimo ineluttabile impegno che gli resta.

    RispondiElimina
  2. Gli architetti hanno frequentazione e conoscenza del mito della capanna primitiva che starebbe alla base di ogni costruzione anche se, mi rendo conto, nel significato non è proprio la stessa cosa di quello che ricorda Umberto nel suo post qui sopra. In questo caso, però, il mio riferimento a Poe e all'angoscia dell'alienazione indotta dall'anonimato coatto della grande metropoli introduce a un tema più radicale (e radicato nella cultura del primo Novecento) che è la frantumazione dell'Io.
    Qui i riferimenti "intellettuali" sono più a studi come quello di Georg Simmel "Die Grossstadt un Geistesleben" (La metropoli e la vita spirituale) che analizzano, per primi e in maniera approfondita, la perdita dello spirito a vantaggio dell'intelletto, generando l'atteggiamento blasé, cinico, disincantato, distaccato, a-emotivo. Da qui l'astrazione e la perdita di senso delle proprie pratiche che è tipica del burocrate nel management. Ed è quello che, con esiti molto più volgari e insopportabili, accade nelle nomenclature contemporanee di partito da noi.
    Ma il caso di Saunders mi ha colpito per la particolare tenerezza dell'uomo che, più che fondato su pratiche orientali o di alienazione, mi sembra un vero e proprio smarrimento "controllato". Cioè io sperimento la perdita delle radici dell'Io e divento vagabondo, uomo senza casa. Dunque la capanna primitiva è abbandonata. Saunders vaga di notte per non farsi trovare. Vuole smarrirsi e smarrirci con una qualche inconsapevolezza. E' un tipico "uomo senza casa" quelli che Ladislao Mittner individuava in Rilke e Kafka. Uomini senza casa, senza radici perché la casa è certezza e loro sono smarriti e perduti al cospetto di una massa magmatica che spaventa e fa orrore, la cultura metropolitana dello spaesamento, dello spiazzamento, della perdita di ogni significato comprensibile. Il racconto "La Tana" di Kafka e l'incipit dei "Quaderni di Malte Laurids Brigge" si muovono in questa direzione. Ripeto, però, Saunders mi ha colpito per la sua "innocenza" oltremodo disarmante in quest'epoca tardocapitalistica violenta oltre ogni misura che della menzogna continuata e sfacciata fa l'unica sua verità praticabile.

    RispondiElimina