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ebook di ArchigraficA

mercoledì 17 agosto 2011

Tra Kafka e King



di Giacomo Ricci




Va molto di moda scrivere gialli, triller, noir. Assistiamo a una vera iperproduzione che intasa case editrici, librerie e web. E c’è da aspettarsi un fiorire di queste attività nell’immediato futuro. Se gli ebook esplodono - come sembra ormai certo da alcuni segnali - ci sarà una massa enorme di roba scritta - non mi viene termine migliore - che premerà dappertutto per raggiungere ogni luogo. Con l’effetto di “appilare” i canali già esilissimi di collegamento tra gli autori e i lettori. 
Il problema vero non è la loro proliferazione, ma il fatto che la maggior parte della produzione è di infimo profilo letterario. 
Uno dei primi punti da mettere a fuoco e da chiarire è che il noir (o giallo, o triller, ecc.) in sè e per sè non dice nulla sul piano letterario, della letteratura colta intendo. Non fa che avvalorare ancor più quell’ipotesi riduttiva che la letteratura di genere sia una specie di area di sperimentazione per schifezze che strizzano l’occhio a un pubblico di ignoranti, incapaci di discernere tra il bello e il brutto. Un sottoprodotto, insomma per sottoprodotti umani ( e oggi ce ne sono tanti).
Le premesse che quest’opinione si tramuti in una certezza ci sono tutte. 
L’ipotesi di Claudio Cajati , della costruzione di un Manualetto di poetiche della narrativa è, dunque, quanto mai opportuna. Si presta a una discussione importante. 
In questa direzione una mia prima semplice osservazione, basata sull’impressione - sempre più persistente - che la “poetica” di fondo delle narrazioni di cui ho detto sia quella del telefilm, quello medio-basso, di ampio consumo, quello che riempie gli spazi vuoti dei palinsesti, basato su un linguaggio scarno e stereotipato, su un entroterra culturale equivalente al totale deserto (di idee, di tensioni, di poetiche, di allusioni, di linguaggi, di simboli, di ipotesi, di filosofie). Anzi idee e disegno dei sentimenti sono volutamente frettolosi, appena accennati,  in modo da dare l’idea vaga che esista  uno “spessore umano” nelle caratterizzazioni che, di fatto, è assolutamente inesistente. Questa tecnica del telefilm si basa solo sull’effettaccio (una testa che vola, un corpo dissanguato, una tibia fuori posto, un efferato assassino che non si sa perchè lo fa, un dissezionatore di cadaveri che colleziona parti del corpo, pelli, dita, occhi, ossa ecc.) e sulla totale assenza di riflessioni, di pensieri intendo. Insomma la sostituzione del sistema nervoso centrale, del cervello che elabora idee, con quello neurovegetativo che trasmette solo choc, impulsi, sensazioni. Trasformare la nostra raffinata attività cerebrale umana in quella  inespressiva, anaffettiva, a-morale, automatica degli insetti. Alla complessità del gesto umano, frutto di una sottile elaborazione cerebrale filtrata da riflessioni, idee, pensieri, emozioni, sentimenti  (sto pensando a Feodor Dostoewskij che credo nessuno degli attuali neoscrittori si sia dato da fare a leggere) viene sostituito il meccanismo di azione-reazione tipico degli insetti e delle macchine cibernetiche (a questo si riduce tutta l’attuale produzione fantascientifica da Alien in giù, fatto salvo Blade Runner tratto da un romanzo di Phil  Dick che pone esattamente il problema speculare con affascinante  riflessione sul significato ultimo dell’umano e del suo essere al mondo).
Lo choc, la tecnica dello choc è propinata come  “valore”, diventa il “valore” e tenta di trasformarsi in “valore di mercato”, soldi, guadagni, fama, ecc. Tutta qui (e mi pare pochino) la complessità, si fa per dire, della produzione “letteraria di genere” contemporanea. Non mi fate fare nomi. Sono sotto gli occhi di tutti. 
I cattivi maestri di questa tecnologia letteraria, di questa meccanica pseudoautomatica di produzione del testo (perdonate ma non mi viene altro termine pensando anche al proliferare inaudito di scuolette e doposcuola che "insegnano" la scrittura "creativa") potrebbero essere individuati in scrittori di fama (penso a Stephen King) in cineasti di gran grido (penso a Quentin Tarantino) o a scrittori di più basso profilo ma che hanno avuto una grande fortuna editoriale come Giorgio Faletti. Non me ne voglia Faletti ma il suo Io uccido è per me un vero e proprio mistero editoriale. Un boom che non mi spiego e che sta sotto gli occhi di tutti. Ma mi chiedo,  perchè?
Bene, dietro il loro “mettere in scena”, in estrema sintesi,  non c’è nulla, fatta salva, forse, la produzione di Stephen King che è uno che maneggia molto bene le paure che ognuno di noi ha nascosto nell’inconscio da sempre. 
E' inutile obiettare che anche Poe manipolava pezzi di inconscio. Poe è uno dei più grandi scrittori all'alba del moderno. Ce lo dice uno che di letteratura qualcosa capiva come Baudelaire. I suoi incubi metropolitani e metafisici equivalgono ad altrettante domande sull'animo umano, le sue passioni e i suoi limiti.  E scusate se è poco. 
E allora? 
C’è da uscire fuori da quest’equivoco. Lo choc (la tecnica dello choc) può al più essere un mezzo ma mai un fine. Sto pensando a Franz Kafka. Esiste uno choc più forte dell’inizio della Metamorfosi? "Gregorio Samsa, svegliandosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo". 12 parole e qualche preposizione ed ecco spiattellato un incubo, con un linguaggio piatto e banale come la nota della spesa. Un incipit tra i più efficaci che abbia mai letto che apre il lettore a una dilaniante metafisica  dell'horror e introduce una lacerazione esistenziale senza fine. Le scuolette di cui sopra non insisterebbero mai abbastanza sulla potenza di questa letteratura che usa l'effetto, l'insetto immondo, per introdurre uno dei più angosciosi interrogativi sull'uomo moderno, le sue paure, la sua miseria, il suo arrovellamento esistenziale, l'anima malata ecc.  E su questa inopinata  trasformazione dell’uomo mediocre  in “grande insetto” si sono rotti il cranio e la fantasia innumerevoli i critici da pressappoco 80 anni a questa parte. Quella trasformazione è un simbolo? Ha valore metaforico? E’ una associazione involontaria di idee di sapore psicoanalitico? Metafora, allusione, allegoria? E’ un gioco per ridere? Esisterebbe un Kaflka comico, come lui dice di se stesso? Ogni interpretazione va bene ma sembra troppo stretta. Il contenuto kafkiano bedorda, s'allarga, esce fuori  (e di gran lunga) dai limiti interpretativi troppo angusti. Sappiamo che c'è sempre dell'altro.
Mistero. E questo ne aumenta enormemente il fascino. Il discorso è ancora tutto aperto. 
E lì  si spalanca,  sotto i nostri occhi,  l’abisso metafisico della nostra vita di uomini moderni, portandoci al di là del tempo.  E gli anelli, in qualche modo, anche se da lontano, si congiungono. Gli immortali-immobili di Borghes danno la mano agli insetti di Kafka. 
Cosa devono fare gli scrittori privi di idee (mi verrebbe di dire privi di metafisica, che non sanno il significato esatto di questa parola) e alla ricerca disperata di choc efficaci? Cioè cosa devono fare per recuperare un senso al loro lavoro che non sia solo quello dell’invenzione dell’ennesimo choc fine a se stesso che non dice nulla e annoia il lettore avveduto?
Secondo me devono cominciare a leggere. Molto, tantissimo. Poi, alla fine, dopo una valanga di letture e di riflessioni, dopo aver digerito letteratura fino alla nausea,  dopo essersi riempiti la testa di domande che trovano risposta solo fino a un certo punto, possono tentare di scrivere una sola parola sulla carta, per iniziare una nuova vita "creativa". E fare di tutto perchè quella parola non sia “FINE”, della loro storia di scrittori, intendo. Che sarebbe, se vera, cosa buona e giusta liberando tutti noi, che amiamo la buona letteratura,  da un'inutile zavorra, da una paccottiglia insulsa e fastidiosa.
Buon Lavoro a tutti.  Sinceramente.

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