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ebook di ArchigraficA

lunedì 15 agosto 2011

Letteratura o cumulo di banalità?

di Claudio Cajati e Giacomo Ricci





Caro Claudio,

ti spiego subito. Stamattina, presto, mi sono fatto convincere da una recensione sul web a comprare questo libro che ti allego.
Non voglio dirti niente. Ho letto l'inizio. Quello che mi lascia perplesso non è il tema, la moda del momento, i triller, gli pseudo-fantascienza e così via.
Che i giovani abbiano un loro mondo va bene. In questo probabilmente - anzi certamente - siamo troppo vecchi per entrare in rotta di collisione senza colpo ferire.
Ma, cavolo,  qual è il loro stile? Quale la loro letteratura? Quale la loro lingua? Che immaginario si mette in moto dietro le loro figure retoriche?  Leggi, per piacere le metafore di cui quest'incipit abbonda. Sono rimasto particolarmente colpito da quei proiettili "che sbattono il muso sul tamburo come cinghiali affamati". Oppure, due righi prima  la smania che cresce "come un boa ubriaco dentro lo stomaco", oppure il vagone diventa "un microcosmo senza eroi". Oppure  "il cervello schedulato alle 9.15 per iniziare la sua attività".
Ma che succede? Io sto fuori. Noi stiamo fuori. Ma si è perso definitivamente l'uso della ragione?
Ma che hanno letto questi signori prima di mettersi a scrivere? Non dico Manzoni, non dico Pirandello. Ma almeno hanno letto bene Pippo Pluto e Paperino?
Hanno letto Salgari, Dumas, Stevenson? Hanno letto Dostoewskij?
Oppure siamo noi che non ci accordiamo con il tempo presente?
Ma siamo impazziti, tutti?
Che fine ha fatto lo scrivere, la letteratura, la poesia? Il gusto della lingua, l'uso parsimonioso di metafore, metonimie, figure retoriche in genere e avverbi e aggettivi?
Ma che diavolo sta succedendo?
Perdona lo sfogo ma mi sento perduto.

Giacomo

Caro Claudio, 

Scusa l’impeto e gli errori di battuta della mail di prima. Ma di questa cosa (della follia della lingua, soprattutto delle immagini retoriche e delle descrizioni) avevo già fatto esperienza tempo fa con un tal (perdonami ma pure se è famosissimo per me rimane un tale qualunque rispetto a un Rilke o un Kafka) Joe R. Lansdale. 
In copertina di questo libro di cui ti parlo  c’è un’immagine di un primo piano di una testa rasata vista dall’alto e campeggia il titolo Il lato oscuro dell’anima
In alto, al posto dell’autore, c’è quest’estratto di Valerio Evangelisti, presumo critico del giornale  “l'Unità” che scrive: “Con Joe R. Lansdale si ha la sensazione di vivere un’esperienza anche nostra, repulsiva e affascinante, guidati dalla penna dura e potente di uno scrittore di razza”.
Ti accingi alla lettura e ti aspetti minimo le raffinatezze di un noir alla Hitchkock, suspence, arrovellamenti alla Mario Bava (che era veramente bravo, ho rivisto Terrore dallo spazio un film di fantascienza degli anni ’60 niente male, con tutti i limiti del tempo e della tecnologia di allora, con colpo di scena finale ben studiato, interessante, che fa pensare) e invece trovo un linguaggio piatto banale, basato soprattutto su un ritmo sincopato da punti troppo ravvicinati, righi infinitesimi, che ti sbatte in faccia senza alcuna riflessione, senza alcun gusto della ricerca linguistica abbondanza di metafore del tipo di cui ti ho detto nella mail di prima. Ti trascrivo una perla di questa letteratura, una descrizione del “dio del rasoio”(un nome che è tutto un programma). Ascolta.

“Il Dio del rasoio era alto, nero (non negro ma nero), con occhi di luce stellare infranta e denti come trentadue argentee spille da cravatta lucenti . Portava un cappello a cilindro che come nastro aveva scintillanti lame di rasoio cromate e modellate in un cerchio. Il suo soprabito (e Brian non era certo di come facesse a saperlo, ma lo sapeva) era la pelle di un antico guerriero azteco scuoiato e i suoi pantaloni erano dello stesso materiale. Dita crude e insanguinate gli spuntavano dalle tasche dei pantaloni come dolcetti messi da parte per mangiarli dopo cena, e l’Orologio del Lato Oscuro (un’altra cosa che sapeva ma non capiva), che era un enorme orologio da panciotto, pendeva da un pezzo di budello attaccato al taschino dell’abito del Dio: un tempo  quel taschino era stata una fessura carnosa e aveva ospitato un occhio. Le scarpe che calzava  (ennesima conoscenza inspiegabile) erano le teste lacere di francesi ghigliottinati in una rivoluzione morta da lungo tempo. Il piede fesso del Dio entrava perfettamente in quelle bocche morte e quando camminava le teste facevano un suono sordo, come palle mediche fatte rimbalzare lentamente su un  pavimento di legno duro. 
E le unghie delle dita del Dio non erano affatto unghie, ma lame di rasoio. Continuava a sfregarle una contro l’altra mentre camminava, facendone scaturire scintille. 
Poi fu vicinissimo e tirò fuori dal nulla una sedia fatta di femori umani con sedile di costole, brandelli di carne, matasse di capelli intrecciati; si sedette accavallò le gambe, facendo ciondolare una delle teste-scarpe lacere, fece comparire dall’aria un pupazzo da ventriloqui e se lo posò sul ginocchio. Il pupazzo indossava scarpe da tennis, jeans, una t-shirt nera e un giubbotto in pelle con chiusure lampo, e la faccia incisa nel legno era quella di Clyde, con le guance ridicolmente rosse”. 

Mi veniva da commentare le trovate, chiamiamole così per comodità e per non sovrabbondare in improperi e e ingiurie, di questo campione della letteratura contemporanea. Come ad esempio, immaginarsi  la bocca di questo Dio., come dovesse apparire se al posto  dei denti aveva 32, dicesi 32, spille da cravatta. E i pantaloni in pelle di azteco scuoiato? O l’orologio appeso a un pezzetto di budello, o che cosa voglia intendersi con “piede fesso”, o che siano queste “palle mediche” che rimbalzano, o la chicca delle babbucce fatte dai crani di francesi ghigliottinati in una rivoluzione morta, o le dita crude come dolcetti da mangiare dopo cena (non erano meglio cotte?), o la sedia di costole (sai che male al culo) o, sublimità, il taschino che, in realtà, aveva ospitato un occhio? 
Ma poi ho pensato che non ce n’è bisogno. Il pezzo è profondamente, terribilmente comico, in maniera del tutto involontaria. Il che è una vera tragedia quando quando qualcosa pretende di essere horror. Vuol dire che Non aprite quella porta o  L'armata delle tenebre sono  capolavori di rara intelligenza critica. 
Significa che il livello di chi comunica e di chi recepisce è definitivamente corrotto, non ha intelligenza, non ha alcuno spessore. La  cultura si è ridotta a zero. E insomma questo è l’immaginario contemporaneo,  a detta di questo "critico" dell’ "Unità” “penna dura e potente.
La domanda è esattamente questa: ma a che gioco stanno giocando quelli che dovrebbero diffondere la cultura tra i giovani? TV che ti propinano “grande fratello”,  “isole dei famosi” e merdacce varie e letteratura - si fa per dire - inqualificabile se non come porcherie di bassissimo livello.  
Ma noi, caro Claudio, dove andiamo? Che cosa  pensiamo di poter fare, se questo è il confronto? 
Anche la letteratura, la narrazione sono definitivamente morte?
Io sono senza parole. 

Un abbraccio

Giacomo

PS. Mi dimenticavo la sintesi della quarta di copertina:
“Forte e intensissimo romanzo del terrore [?], Il lato oscuro dell’anima condensa scene di sesso, violenza e panico incontrollato, portando alla luce il terribile volto di un’America popolata di persone che vivono ai margini della società”.
Tu hai capito? Ci mettono anche l’esca socialpopulista. Siamo alla fine. L’Italia se la devono comprare i cinesi, tutta. E lo faranno presto. Non siamo in grado di proporre nemmeno un modello culturale nazional-popolare valido (sto pensando a Tex dei fumetti, a Diabolik, ecc. che avevano dignità e, nella loro definizione culturale di medio-basso profilo, non presentavano nessuno scivolone comico-involontario, ma erano pensate come storie credibili, dignitose, tecnicamente ineccepibili, nel disegno e nella sceneggiatura, tanto da aver segnato un'intera epoca. Ma che sta succedendo?)



Caro Giacomo,



proprio adesso mi sono ritirato da una delle mie lunghe passeggiate che, assieme a una alimentazione morigerata, mi hanno permesso di raggiungere il traguardo, per me ambìto, di ben 7 chili in meno. Questo per dire che cose così, al pari di scrivere romanzi decenti, mi danno gioia e voglia di continuare, pur in un mondo allucinante afflitto dai Grandi Merdosi, come i nostri politici.
Ma non voglio sottrarmi al tema che hai posto. Il tipo di letteratura alla moda di cui mi hai trascritto dei brani mi fa semplicemente vomitare.
E mi suggerisce che siamo di un'altra pasta e di un'altra epoca.
Un'epoca seria in cui c'erano i Pasolini, i Moravia, i Rea, i Flaiano, la Morante, la Ortese, e così via.
Adesso tutto è scaduto, degradato, impoverito. Non solo la letteratura. Tutto. Compreso il cibo (sfido chiunque a portarmi una mela annurca con il sapore di 50 anni fa).
Il mondo va verso il disastro - questa la mia tesi - e ci va velocemente in un'accelerazione travolgente che stiamo vedendo in queste settimane.
Bisognerà toccare il fondo, e forse ci vorrà ancora un bel po' di tempo, prima di risalire, ricostruire. Con molto dolore, morti e lutti.
Ma io, nella mia minuscola nicchia di pensionato scrittore oscuro, continuo imperterrito. Come se niente fosse. Non solo non mi importa di essere fuori da quel che si porta; ma sto tutto concentrato ad essere me stesso, cioè uno in grado di sperimentare diverse tematiche, diverse architetture narrative, e sorprendere perfino me stesso per essere capace di scrivere un testo coraggioso come La convergenza.
Quindi non sono senza parole. Rimango con le parole che mi appartengono e mi rappresentano, e le organizzo in prodotti narrativi.
Non li leggerà nessuno? Ti assicuro, non me ne importa un cazzo, oramai.

Stammi bene.
Un abbraccio
c l a u d i o

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