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ebook di ArchigraficA

domenica 4 gennaio 2015

Canzonette idioti o il respiro infernale della terra avvelenata?

Alessandro Scarlatti

di Giacomo Ricci

Siamo un gruppetto di napoletani che, non si sa perché, amiamo la nostra città.
L'idea che abbiamo in testa  gira intorno a una Napoli che non è quella che ci raccontano i media, Saviano con «Gomorra, la serie» e che Salvini crede di conoscere.
E' una Napoli che noi abbiamo chiarissima nella mente ma che la contropropaganda confonde di continuo, riducendola a due aspetti, apparentemente opposti ma complementari: la Napoli canticchiante e stupida di Gigi D'Alessio e quella truce della camorra, dei rifiuti.
Da un lato la canzonetta becera (e cretina, scusami Gigi, ma non trovo parole migliori per identificare il tuo cinguettio neomelodico, superficiale, scontato nei suoi  sentimenti triti, ritriti, impastati al limite di una pappettina dolciastra che sa, però, forte di rancido); dall'altro la ferocia infernale di chi non evita di dichiarare la morte di interi territori, effettuando genocidi e assassinii di massa di fronte ai quali anche delinquenti storici come Hitler e tutto il corpo delle SS proverebbero imbarazzo e forse anche un po' di scuorno.
Perchè se si rimane costretti nella dicotomia di cui sopra non si va da nessuna parte. L'unica alternativa, confesso, sarebbe quella di dire «Vesuvio, pensaci tu!».
E sia fatta la volontà del cielo. Chi s'è visto, s'è visto, come si dice a Napoli.
Ma le cose, come sappiamo bene e sanno quelli che conoscono la storia di Napoli non stanno affatto così.
Anzi.
Alla base di questa riduzione ai minimi termini di Napoli nei due stereotipi contrapposti, ci sono forti interessi e manovre da parte di chi vuole che le cose siano così rappresentate.
Una Napoli alla Gigi D'Alessio, diciamolo pure, fa veramente schifo. Come fai a cantare canzonette idioti quando lo scenario della città sul piano del suo concreto status è disordine, delinquenza, inquinamento, spazzatura e sottocultura?
Non ti viene da pensare: ma che gente di merda, ma che avranno mai da cantare?
E quando poi il guaio non è solo locale ma nazionale, che fai?
E già, perché la terra dei fuochi ha interrati, nelle sue viscere, i rifiuti tossici di gran parte dell'industria italiana del nord.  Allora fai finta di non capire, butti a scordare, sostieni qualche voce (idiota) che nega tutto e così via.
Bene. In questo panorama a dir poco disastroso, se non apocalittico, qual è l'idea che noi, sparuto gruppetiello di napoletani ci ostiniamo ad avere nella testa?
Lo dico subito.  Si tratta di un luogo figurato. Che probabilmente non esiste. Ma che r-esiste nel nostro immaginario. Come facciamo a definirlo? Che cos'è? Da dove iniziamo? A quale Santo ci votiamo per metterne a fuoco i lineamenti? Per avere almeno la forza di immaginarlo? Perché, date le premesse che dicevo, ci vuole una gran forza per immaginare un'alternativa alla cretineria becera dell'ignoranza canzonettara o alla violenza infernale dei demoni che hanno devastato la terra e avvelenato tutte le sue creature, uomini, piante, bambini compresi. Soprattutto i bambini.
Comincerei  con una definizione.
Anni fa, un architetto milanese, assai intelligente, al punto che lo identificammo tutti (tutti noi architetti italiani) come un vero caposcuola, ebbe la pensata geniale  e il coraggio di uscirsene con una definizione a dir poco entusiasmante per chi amasse l'arte e l'architettura.
Aldo Rossi (questo il nome dell'architetto in questione) definì «la Città Analoga».
Che cos'era? Che cosa s'era inventato il professore Rossi?
Ve la faccio breve, scavalcando teorie, pensieri, idee e tutto il resto che accompagnava questa definizione.
La «Città Analoga» era, per Rossi, in buona sostanza, una sorta di modello ideale, come avrebbero potuto essere le città ideali del Rinascimento italiano, ma più su un piano concettuale che stilistico. Cioè, quello cui voleva riferirsi Rossi era un prodotto culturale complesso, che raccoglieva, nel suo corpus, tutte le soluzioni ottimali, meglio riuscite  sul piano artistico e culturale dell'architettura italiana di tutti i tempi.
Allora, se potessimo passeggiare idealmente per la Città Analoga, ci imbatteremmo in tutti i capolavori eterni che l'uomo ha avuto la forza e il coraggio di produrre nella sua storia, tutti lì riuniti. Come un vero e proprio campionario di meraviglie, concorrenti assieme nella definizione di un paesaggio urbano perfetto, armonico, splendente, unico.
Un riferimento culturale, insomma, una sorta di manuale di soluzioni eccellenti, capace di fare da guida in ogni futura creazione.
Ma anche una città vera e propria, da vivere, almeno sul piano ideal-culturale, un riferimento, una poesia fatta concretezza, un'opera d'arte sublime, realizzata dal concorso del meglio che, nella storia dell'architettura, gli architetti-artisti abbiano pensato.
Certo. Nulla di più lontano dalla pratica ingegneristica costruttiva della nostra epoca di geometri di campagna e cialtroni, pronti a gettare quanto più cemento possibile, a ingurgitare quanto più panorama naturale possibile. Uno straordinario strumento logico, la Città Analoga, utile a stabilire differenze, a tagliare menzogne ed errori della pratica conduzione delle concrete soluzioni per la città contemporanea.
Come dire: «Chi conosce a fondo il materiale della Città Analoga, sa come affrontare i problemi della nostra epoca e sa come mettere  da parte equivoci e imbrogli, orientandosi con decisione sulla strada delle soluzioni corrette, della corretta interpretazione della realtà che ci circonda».
Ecco, allora, l'idea di definire una «Napoli Analoga», un luogo nel quale l'arte, la cultura, l'umanità complessa di questa città possano confluire senza le contaminazioni di merda (canzonettismo sciacquetto e malavita infernale fuori controllo) possano aver campo. Anzi, ne siano rigorosamente bandite.
All'obiezione che le due immagini di cui sopra siano strettamente connesse con qualsiasi operazione culturale e artistica mi oppongo con fermezza.
I riferimenti di «Napoli Analoga», come vuole Rossi, sono soltanto quelli alti, storici. Così, come nella Città Analoga possiamo immaginare il Pantheon, il Colosseo, il Duomo di Firenze, la Cupola di Brunelleschi e la volta della Sistina, in Napoli Analoga hanno diritto di asilo le ricerche in lengua napolitana di GiovanBattista Basile e Giulio Cesare Cortese, Lo cunto de li Cunti e la Vajasseide, le invenzioni di GiovanBattista Della Porta (sembra essere stato il primo  inventore della storia del prototipo del cannocchiale ), la musica di Paisiello e Cimarosa, i quadri di De Ribera e Battistello Caracciolo e non le schifezze di D'Alessio e dei neomelodici.
Ogni napoletano colto sa bene che cosa può rientrare in questo modello teorico-culturale così come nessun architetto, degno di questo nome, metterebbe accanto al Battistero de Lo sposalizio della Vergine di Raffaello, un edificio di speculazione marcato Ottieri.
E' questione di intelligenza e cultura. Ma è soprattutto rigore nella costruzione di un repertorio di esempi validissimi sul piano artistico, culturale, linguistico che hanno fatto di Napoli un simbolo forte e resistente sul piano culturale, in grado di affrontare e sconfiggere gli attacchi degli imbecilli e degli ignoranti.
Totò, Eduardo e il suo teatro, Peppino e la sua forza umana, De Ribera e il suo mestiere, Aniello Falcone e il suo studio-scuola, Domenico Gargiulo, Salvator Rosa, Carosone e la sua simpatia, Gegè Di Giacomo e la sua batteria indiavolata, Troisi e la sua poetica bravura, Paisiello, Cimarosa, Scarlatti, Scarpetta e le sue pochade, James Senese, Vanvitelli, Alvino, Pupella Maggio, Titina De Filippo, Salvatore Di Giacomo, Libero Bovio, Ferdinando Russo, Roberto Bracco, Il principe Sansevero, i suoi misteri e le sue invenzioni, l'abate Galiani, Genovesi, Vico, Matilde Serao, Giuseppe Marotta, Luciano De Crescenzo, i ragazzi di Alessandro Rak e l'Arte della felicità, tutto contribuisce a definire un grande scenario di riferimento culturale straordinario che rappresenta il trionfo linguistico-artistico, le parole che intessono il discorso che regge un luogo magico, Napoli Analoga, il nostro grande manuale di perfetto comportamento intellettuale, artistico, morale, culturale. E di prospettive per il futuro. Supereremo l'ottusa, impazzita visione infernale della camorra e quella becero-cretina dei neomelodici da piazza.
Noi, gentiluomini, artisti  e filosofi. Noi della Napoli grande, della «Napoli Analoga», manuale di bellezza, perfezione e saper vivere.
Gigi, per piacere, fai spazio. 

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