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ebook di ArchigraficA

lunedì 12 gennaio 2015

Ciononostante




di Claudio Cajati 

La mia vita? Bersagliata sin dall’infanzia.
Quando sono nato ero così brutto, a unanime parere dei miei genitori, di parenti e amici, che subito fu deciso di stendere un velo di organza nera sulla culla. E la cosa, per quanto terribile, fu accettata da tutti.
Quando venne il periodo di giocare al ‘dottore’ con le bambine, solo apparentemente pudiche, in effetti sfacciate e disinvolte, loro accettavano di farlo con tutti i ragazzini del rione, tranne che con me. E se mi azzardavo a chiedere il perché, mi lanciavano senza parole uno sguardo di commiserazione.
Alla scuola media ero di gran lunga il primo della classe. Questo scatenava la rabbiosa invidia dei compagni mediocri, che non erano pochi: prima mi prendevano in giro per la mia bruttezza, poi mi minacciavano, infine, all’uscita dalla scuola, mi tendevano in gruppo agguati e arrivavano a pestarmi a sangue.
Al liceo m’innamorai di Eloisa, una ragazza bellissima, che mi sembrava anche dolce e comprensiva. Dopo una penosa lunghissima titubanza, mi decisi a rivelarle il mio sentimento. Lei non perse un istante per rispondere: mi guardò stupita, poi sprezzante, e mi disse soltanto, con la sua voce acuta e penetrante: “E tu, brutto anatroccolo, pretenderesti di fidanzarti con un cigno come me?”
Venne l’età in cui sentii il desiderio di accasarmi. Ma tutte le ragazze mi respingevano. Credo fosse sempre per la mia bruttezza, e nonostante facessi di tutto per mostrare quanto ero brillante e arguto, quanto potevo risultare simpatico, quanto ero buono affidabile leale. Infine la spuntai: accettò di fidanzarsi con me Genoveffa, una brava ragazza offesa a una gamba a causa della poliomielite.
All’Università mi laureai in Scienze dell’alimentazione. Avrei voluto fare la carriera accademica, ne avevo il talento, la passione e i titoli. Ma a tutti i concorsi, per quanto originali e dotte fossero le mie prove, regolarmente mi bocciavano. E lo facevano con una sorta di profondo fastidio. Presto mi fecero capire che era meglio se rinunciavo. Quasi una benevola minaccia.
Ero spesso in giro alla ricerca di un lavoro. Un giorno, tornando a casa, trovai mia moglie (Genoveffa l’avevo sposata) a letto con un altro. Ero rabbioso ma non gli feci niente. Anzi fu lui, altissimo e robusto anche se zoppo, a picchiare me. Quando volli chiarirmi a quattr’occhi con Genoveffa, lei mi sparò in faccia: “Io ti ho sposato per compassione, io non ti ho mai amato.” Qualche giorno dopo scappò di casa con quell’energumeno. Io rimasi a fare da padre e madre a nostro figlio Romano.
Svanita la prospettiva della carriera accademica, avevo ripiegato sul commercio, però legato alla mia formazione universitaria. Insieme a un amico e collega di studi aprii un minimarket di prodotti bio. Le vendite andavano a gonfie vele. Ma, nonostante il prezzo elevato dei prodotti, la cassa languiva. Ci misi un po’ di tempo però, alla fine dell’investigazione, scoprii che la cassiera rubava, e lo faceva in combutta con il mio socio. Resistetti il più a lungo possibile, ma alla fine fui costretto a chiudere.
Dopo la chiusura del minimarket bio, mi sono arrangiato con vari lavori legati al mondo dell’alimentazione. Ho provato a fare il nutrizionista, ma dopo qualche tempo la clientela si è assottigliata fin quasi a sparire: la gente ormai usa disinvoltamente il computer, anche per cose delicate come l’alimentazione. Io sono un esperto, affidabile, ma sono una figura patetica del passato.
Insomma mi sono ridotto economicamente proprio male. Così, per quanto fosse umiliante, ho chiesto aiuto a mio figlio Romano. Lui è benestante, fa il professore ordinario alla Facoltà di Ingegneria. Ebbene si è rifiutato di aiutarmi – mi ha appena invitato qualche volta a pranzo la domenica – accampando la scusa delle sue spaventose spese familiari, la casa, la moglie, i figli…
Non fumo più da decenni, e da allora sono stato anche molto attento a evitare il fumo passivo. Eppure l’altro giorno da un check up di routine è risultato che ho un tumore ai polmoni. Si è fatta la biopsia: il tumore è maligno e, per di più, in uno stadio avanzato. Cedendo alla mia insistenza per sapere, mi hanno diagnosticato dai due ai tre mesi di vita, al massimo.
Ciononostante, in tutta la mia vita il male, che non mi ha risparmiato, è andato a vuoto. Come se io fossi protetto da una cera magica su cui ogni offesa della vita scivolava via. Poteva sembrare che nessuno mi volesse bene, ma io ho avuto un’amica fedele, un’amica che non mi ha mai tradito e abbandonato: la Gioia. Quelli che conoscono cosa è stata la mia vita, non si capacitano che io possa essere sereno e positivo. Ma cosa importa? So io questa forza calda e tenace che mi pervade e mi avvolge a dispetto dei colpi del mondo, destinati a essere parati e respinti. Tutto il male che ho ricevuto, sin dalla nascita, non mi ha potuto scalfire: come non si può scalfire un diamante con pietre meno dure.

Io resto splendidamente intatto, stretto abbracciato all’amica Gioia. E così accoglierò, impavido a braccia aperte, anche la morte.

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