logo

logo
ebook di ArchigraficA

domenica 4 gennaio 2015

Ma poi al pomeriggio




di Claudio Cajati


Ogni maschio, come negarlo?, vorrebbe avere come vicina di casa una ragazza giovane, bella, simpatica, disponibile, invitante, da farci correre le fantasie più sfrenate.
A me era invece capitata Flora. Un fiore nato appassito. Mai mi ero veramente interessato di lei, ma abitavamo in due appartamenti contigui. E così ci era capitato a volte di affacciarci a due finestre molto vicine. Lei, col suo fare discreto e timido, raramente si voltava verso di me: così mi era stato possibile studiare bene il suo profilo. Il volto troppo lungo, la pelle pallidissima, gli occhi stretti e spenti, il naso aquilino, le labbra sottili e smunte.
A volte mi domandavo, dolorosamente, quale uomo potesse mai desiderare un giorno di farci l’amore.
In seguito ho scoperto che Flora fa la commessa in una profumeria. E’ una buona profumeria e credo che è per questo che ci vado. Ma ogni volta cerco sempre di farmi servire dall’altra commessa, Gaia, che è ubertosa, appetitosa, allegra. A Flora intanto però mi sono affezionato. Provo per lei una dolce compassione.
A volte ci capita di tornare di pomeriggio dai nostri lavori – la sua profumeria, il mio studio di rappresentante – alla stessa ora. Vedere davanti a me quella figurina fragile, quasi piallata, dal passo timido e indeciso e il capo quasi sempre chino, mi stringe il cuore e, chissà come, vorrei fare qualcosa per lei.
Ma l’altro giorno è stato diverso, incredibilmente diverso. Flora avanzava spavalda, rigogliosa. Sembrava un fiore appena sbocciato, in tutta la sua turgida pienezza.
Non era truccata più del solito – praticamente non si trucca mai – non aveva messo dei push up per accrescere i suoi piccoli seni quasi puberali, non aveva indossato uno di quei jeans che tirano su e conformano piacevolmente i fondischiena.
Era pur sempre Flora. Dovevo essere un bel po’ masochista: lei mi andava avanti, mi faceva l’occhiolino e mi piegava l’indice invitandomi a seguirla. E io la seguivo, obbedivo come un cagnolino, come un cagnolino ingenuo che obbedisce senza sapere perché. Ci doveva essere in me una curiosità malata, non sostenuta dal desiderio.
Ha aperto porta di casa sua con un gesto fluido, suadente, mentre mi sorrideva di un sorriso torbido e promettente che mai avevo conosciuto. La casa era tutta profumata. Un profumo che mi spiazzava, mi stordiva, mi sopraffaceva.
“Entra” ha bisbigliato. E si è avviata verso il salotto di cui subito ha abbassato le luci, fin quasi a raggiungere il buio. Mentre io imbarazzato non sapevo che fare, ho intuito che lei si stava lentamente spogliando. C’è stata una lunga pausa. Ma poi, invece che il suo corpo ossuto, mi hanno raggiunto i suoi polpastrelli tiepidi che si sono dedicati a percorrere dall’alto tutto il mio corpo. Una lunga carezza estenuante.
Quindi ho sentito nell’orecchio il suo fiato caldo e imperioso che mi incitava a spogliarmi a mia volta. E, siccome stupidamente esitavo, l’ha fatto lei stessa, toccandomi con sapienza nei punti più erogeni.
Senza rendermi conto di come fosse avvenuto, mi sono trovato dentro di lei, risucchiato in una voragine di delizia. Era veramente lei, la magrolina, piallata, dal naso aquilino e i fianchi scarni, o il buio complice l’aveva trasformata in un’altra creatura, ben più desiderabile, più erotica, travolgente? Ero forse vittima, fortunata, di un prodigio?
Flora, o chi lei era adesso, era insaziabile. Con carezze sapienti, con fiati caldi, con frasette provocanti, tornava ogni volta all’assalto, faceva ricrescere in me la libido, mi induceva a penetrarla più e più volte. Quel che non avrei mai creduto possibile, eppure lei era riuscita a spingermi a tanto.
Ormai ero stremato. Lei si divertiva a prendermi in giro: “Te l’aspettavi, eh, te l’aspettavi?”. Io ho avuto appena la forza di mormorare: “No, in verità, devo confessare che non me l’aspettavo.” E allora lei si divertiva ad infierire: “Ma non è finita qui, mio caro, non è affatto finita qui: ad altre prodezze sei chiamato… non so se hai capito che tipo di femmina sono io…” Mi veniva quasi da piagnucolare: “Ma c’è un limite…” Al che lei ribatteva, torbida: “Ed è quello che stiamo cercando in te: solo quando lo si raggiunge, lo si conosce.”
C’è voluto ancora qualche disastroso amplesso per raggiungere il famoso limite.
Quando si è rialzata e rivestita, nelle luci del soggiorno ho ritrovato quella figura smilza, priva di forme esuberanti, gli occhi stretti come fessure stanche, il naso minacciosamente aquilino, le labbra scarnificate e sottilissime, il fondoschiena timido, i fianchi insufficientemente ampi. Una donna che mai mi sarebbe venuta voglia di amare.
E davvero mi è venuto il dubbio che il folle amore con Flora sia stato tutto un sogno. O un fortunato sortilegio.


Nessun commento:

Posta un commento