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ebook di ArchigraficA

domenica 11 novembre 2012

Le formiche di Cajati

Archigrafica Edizioni presenta un'altra iniziativa: gli smartphoneconto.
Uno smartphoneconto è un racconto per smartphone, rapido, sintetico, ben calibrato. 
Pubblicheremo, a cadenza periodica smartphone conto che potranno essere scaricati direttamente dal post di presentazione. 
Al racconto si accompagnerà sempre un'immagine originale che sintetizza il senso del racconto. 

Il primo a inaugurare la serie è:

Le formiche di Claudio Cajati, illustrato da Maurizio Zenga. 
Un racconto fulmineo e immediato. Da leggere in un fiato solo.
Ve lo proponiamo senza alcun  indugio.


Claudio Cajati, The ants mobi (English version)



Le formiche

di Claudio Cajati




“Dottore, io lo devo sapere... me lo dica: quanto mi rimane?”
Gli metto le mani sul braccio e glielo stringo. Come si farebbe con un amico al quale si sta chiedendo un grosso favore. Certo, lui invece è un dottore. Addirittura un luminare. Non sta bene che io mi prenda tutta questa confidenza. Ma ormai l’ho fatto. E continuo a stringergli il braccio mentre aspetto la sentenza.
Lui mi guarda. Mi sembra imbarazzato, ma soprattutto irritato. Scuote leggermente il braccio e capisco che la mia stretta lo infastidisce. Devo mollare. Mollo. Ma, puntandogli addosso gli occhi, sguardo già pronto a velarsi, lo incalzo. Assillante e al tempo stesso implorante: “E allora, dottore?”
Si schiarisce a lungo la voce. Non l’ho mai sentito tossire, o avere comunque un qualsiasi problema alla gola. È chiaro che sta prendendo tempo. E se sta prendendo tempo è perché tutto il cinismo acquisito e rafforzato nella sua lunga carriera di oncologo non gli basta per spiattellarmi a cuor leggero l’annuncio della mia condanna.
Approfitto di un’altra pausa che lui si concede – comincia a gesticolare misteriosamente ma sempre senza rispondermi – per precisargli cosa c’è dietro la mia domanda: “Dottore, lo so che devo morire... ma questo lo sappiamo tutti, che prima o poi ci tocca...” Faccio una brevissima pausa in cui il dottore non trova di meglio che far oscillare appena il capo in un accenno di assenso, scontato, a un’affermazione così lapalissiana. Ma io ho da dire una cosa più stringente, e continuo: “Però per me è diverso: gli altri, quelli sani, non hanno nessuna idea di quando gli toccherà. Potrebbe essere fra un’ora o fra molti, moltissimi anni, e così la morte, il pensiero della morte, diventa talmente remoto da non influenzare, praticamente, il modo di vivere...”
Il dottore dà una vistosa occhiata al suo orologio. E poco ci manca che la sua mano si chiuda e apra più volte nel gesto che vuol dire: Stringa, io ho altri pazienti, mi aspettano, cosa crede Lei?.
E va bene, stringo. Cerco di arrivare rapidamente al nocciolo: “Dottore, io invece so che la morte mia è vicina... ma quanto vicina? Questo devo sapere. Gli ultimi giorni li voglio vivere meglio che posso... ma, se ho solo una settimana o un anno intero, cambia quello che posso fare...”
Il dottore assume un’espressione vagamente ironica, quasi divertita, direi. Ancora una pausa, come se cercasse le parole adatte. Chiare ma possibilmente non crudeli: “Lei, signor Marotta, vorrebbe sapere quanto le rimane. Ebbene, non lo sa nessuno. Non glielo può dire nessuno. Nemmeno io che faccio l’oncologo da quarant’anni ormai. Quello che posso dirle, invece, sulla base di casi analoghi al suo – ma, preciso, non uguali, solo analoghi, solo analoghi – è che forse, dico forse, le rimane da un mese a due anni... mi corre l’obbligo di sottolineare che è solo un’ipotesi. Potrei anche sbagliarmi...” E fa una faccia mestamente imbarazzata. Forse vuol dire che potrebbe essere anche meno di un mese, piuttosto che più di due anni?
Ingoio a stento il rospo. E mi affretto a dire: “Ho capito, ho capito. Grazie...” Eppure non ho nessuna voglia di ringraziarlo. E non aggiungo altro. Altre parole, forse amare o stizzose, mi muoiono in bocca.
E poi il dottore ormai si è congedato. Con un sorriso di affettuosa paternalistica pietà ha concluso: “Signor Marotta, cambi prospettiva. Non pensi a quanto le resta. Pensi solo a vivere intensamente. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto.” Mi stringe la mano, forte; con l’altra mi dà una piccola pacca sulle spalle. Più da saggio amico che da freddo luminare.
Esco dalla clinica. Non so se ho voglia di sedermi o di correre. Guardo l’orologio. Il mio poco tempo sta passando. Il mio poco tempo che non so quanto poco è.
In fondo il dottore ha ragione. Le sue parole mi hanno irritato, ma debbo riconoscere che ha ragione. Anche io vorrei che ogni mio istante fosse carico di senso. Che fosse intelligente, emozionante, commovente perfino. “Vivi intensamente e non esserne mai pago” mi disse una volta un’amica.
E allora senza rifletterci comincio a correre. Per ingoiare il vento, per lasciarmi indietro le case, per superare qualcuno giovane e sano, per sentire il corpo, affamato di vita, ancora vincitore sulle cellule assassine.
Corro. Corro a precipizio. Come se non avessi superato i cinquanta. Come se non fosse necessario badare alle irregolarità, avvallamenti o rigonfiamenti, nella pavimentazione.
Non ci bado. E mi accorgo di essere irrimediabilmente inciampato quando sono ormai rovinato in terra, sacco floscio inerme. I pantaloni lacerati all’altezza delle ginocchia, sbucciate e sanguinanti.
Dopo poco, sento dolore. Ma non me ne dolgo: quanto sono ancora vivo! E poi, cos’è una sbucciatura di ginocchia per un malato, forse terminale, di cancro?
Vorrei rialzarmi subito. Penso che ne va del mio orgoglio di uomo malato ma ancora vigoroso. Non mi aiutano le braccia, però. E nemmeno le gambe, tronchi di legno fradicio.
Resto a terra. Molti secondi, forse minuti. In attesa di un’energia, di uno scatto, che non possono avermi abbandonato definitivamente. Curvo a quattro zampe, non penso a chiedere aiuto. E del resto, davanti e dietro di me, non c’è nessuno a cui chiedere aiuto.
I pochi passanti sono spariti d’un tratto. A casa a passo svelto per il pranzo o chissà. Penso che dovrò cucinarmi qualcosa anche io. Ma mi si è chiuso lo stomaco, o piuttosto, mi rendo conto, è perché lì si annida il male che l’operazione, tardiva, non ha potuto arrestare.
Resto a terra a quattro zampe, ridicolo animale improvvisato. E di nuovo faccio per tirarmi su.
Le formiche, di Maurizio Zenga

Prima di riuscirci, mi capita di vedere sul marciapiede, a pochi centimetri davanti a me, una linea fitta, mobile, di trattini neri. Sono tanti, scorrono al tempo stesso verso sinistra e verso destra. Sono formiche. Alacri, organizzate, ordinate, lavorano all’unisono per un compito che dev’essere importante, anche se mi sfugge. È la loro vita, minuscola, misteriosa, sacra. Che noi umani ignoriamo, sottovalutiamo. O addirittura combattiamo a morte.
Penso che avrei potuto inciampare qualche centimetro più avanti: mi sarei abbattuto su di loro con tutto il mio peso, e magari chissà quante, senza volere, avrei schiacciato. Avrei dato loro una morte inopinata e immeritata.
Ma per fortuna non è successo. La loro sommessa silenziosa preziosa vita è salva. E ne provo sollievo. Quasi da lungo tempo fossimo amici.
Gli occhi mi si velano di tiepide lacrime. Intanto un signore mi è arrivato accanto e si offre di aiutarmi a rialzarmi.
Lo ringrazio. Ma gli rispondo che adesso no: sto osservando le formiche. La vita delle formiche.
La vita.





Claudio Cajati (Napoli, 1947), architetto, già ricercatore e docente alla Facoltà di Architettura di Napoli, animalista e gattomane, ha pubblicato due romanzi per ragazzi, Testafina e Pallina mia blu, i romanzi Le parole del corpo e La convergenza, la raccolta di racconti In prima persona, e vari racconti fra cui quelli, intitolati Una monade in condominio, scritti a 4 mani con Lucilla Actilio. Nel 1992 ha vinto con “Look definitivi” il Premio Teramo per un racconto inedito (6 milioni di lire).











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