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ebook di ArchigraficA

sabato 24 novembre 2012

A proposito di don Peppe Carafa


Una nota "piccante" di Gregorio Rubino sullo smartphoneconto di Giacomo Ricci, Una visita al museo


Domenico Gargiulo detto Micco Spadaro, La morte di don Peppe Carafa


di Gregorio Rubino

Per i numerosi crimini impuniti, Don Peppe Carafa, fratello del Duca di Maddaloni, era certamente fra i nobili napoletani più invisi nella rivolta di Masaniello (1647). Sfuggito alla ferocia popolare in Piazza Mercato e riparato precariamente in Santa Maria la Nova, fu più tardi agguantato e ucciso per strada durante un tentativo di fuga ed il tragico episodio rimase poi nel celebre quadro di Micco Spadaro, oggi a San Martino. La notizia della morte violenta del Carafa, suscitò “terrore”, dicono le cronache e sappiamo che l'anno seguente il “Praepositus generalis” della Compagnia di Gesù, Vincenzo Carafa, stretto consanguineo del defunto, fondò a Roma la cosiddetta “Congregazione della Bona Mors”, che ebbe dappertutto un successo strepitoso. L'ispirazione, che ridava vigore ad un noto trattato del Bellarmino (De arte bene moriendi, 1620), era di prepararsi alla morte attraverso l'esercizio delle virtù teologali e morali e merito della Congregazione fu la codifica e la diffusione di una pratica quotidiana di esercizi spirituali, ai quali aderì anche Gian Lorenzo Bernini.

A questo punto però dobbiamo chiederci perché la morte del Carafa sparse il terrore e se esiste un nesso preciso -come tutto lascia pensare- fra l'episodio napoletano e la fortuna della Congregazione romana. Teniamo presente che in quei tempi tutta la classe dirigente europea (diciamo così) aveva i suoi carichi pendenti e che la morte violenta era un fatto di ordinaria amministrazione. Possiamo pertanto immaginare che l'uccisione del Carafa fu così repentina, che il poveretto non ebbe il tempo di pentirsi in articulo mortis, con la conseguente certezza che la sua anima avrebbe bruciato all'inferno. E dunque ci chiediamo: le modalità dell'esecuzione furono casuali o invece minacciate come tali e diffuse coram populo prima e dopo il fatto? Quale maggiore punizione che la morte eterna dell'anima! Le fonti tacciono pietose su questo particolare, ma se il Carafa non si comunicò in Santa Maria la Nova, prima di uscire temerariamente per strada, fu doppiamente imprudente. Perché due erano i fondamentali del tempo: la fame per i poveri e la paura della dannazione per i ricchi. Nel Seicento non si scherzava con queste cose, andarsene senza viatico era un rischio che pochi potevano permettersi e meno che mai Don Peppe ed i suoi simili. E' solo una ipotesi fantasiosa, ma ci aiuta a capire molte cose.

2 commenti:

  1. Insomma per i poveri il combattimento era in questo mondo contro angherie e soprusi di ogni genere e per i ricchi, dopo una buona vita, era necessaria una buona morte per essere accolti, come si deve, nel regno dei cieli.
    Per Don Peppe, pare, la questione non andò per il verso giusto. Dati gli innumerevoli crimini in vita che avrebbero richiesto un buon pentimento, i rivoltosi lo afferrarono senza permettergli di costruirsi il viatico giusto per l'altro mondo. Secondo questa tesi fece la fine che si meritava. I rivoltosi non solo gli tagliarono la testa facendogli terminare in maniera violenta questa vita. Ma gli impedirono anche di approfittare di quell'altra. Lo fottettero, dunque, due volte. Di qua e di là.

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