logo

logo
ebook di ArchigraficA

sabato 17 novembre 2012

San Giuseppe ... cuoco

Ecco il secondo smartphoneconto, San Giuseppe cuoco di Claudio Cajati.
Un testo delizioso, scorrevole, immediato, divertente. 
Cajati ripropone la rilettura di uno dei Santi più importanti ma spesso dimenticato. Costretto in un ruolo di perenne subalterno dalla sua stessa storia e dalle condizioni, diciamo così, imposte dal ... cielo. 
San Giuseppe ha una trovata di genio. Inventa. Produce. 
Una storia che potrebbe servirci, a suo modo, da esempio, in questo periodo di crisi. 
Se le condizioni al contorno sono quelle che sono trasformiamo le nostre limitazioni in spunti per la creatività. 
Et voilà: ecco a voi la creazione niente male di San Giuseppe: le zeppole!
E dite che non si tratta di una bella creazione ...


scarica dai link:





San Giuseppe, cuoco

di Claudio Cajati




Avevo bisogno di un riscatto perché troppi si erano divertiti alle mie spalle, da troppo tempo. Ero diventato lo zimbello del paese, e nessuno mi rispettava, né come marito né come falegname. Mi ero ridotto a stare rintanato nella mia bottega e, quando proprio non potevo fare a meno di uscire per strada, strisciavo lungo i muri coprendomi il volto nella speranza di non essere riconosciuto, di risparmiarmi i commenti sarcastici della gente. Maria era tutta concentrata sulla sua gravidanza e, pur volendomi bene, non si curava di me. A volte si sentiva stanca ed anche stressata per l’incredibile responsabilità che era caduta sulle sue fragili spalle.
Capitò che un giorno non ce la faceva proprio a mettersi a cucinare, e così ci pensai io. Ai fornelli me l’ero sempre cavata, dimostrando non solo disciplina e misura, ma anche una certa inventiva. Niente di eccezionale, comunque, solo qualche variante riuscita alle solite ricette.
Ma quel giorno mi rivelai in uno stato di grazia. Dopo aver preparato il pranzo e desinato con Maria, non potei andare in camera a schiacciare il solito pisolino. Una forza superiore – non voglio dire di più, e non uso le maiuscole per non prestare il fianco a nuove malignità – una forza superiore, dunque, mi tirò di nuovo in cucina. Gli ingredienti erano ordinari: farina, uova, acqua; quelli impiegati tante volte per preparare pietanze ormai scontate. Ora, invece, sotto le mie mani freneticamente sicure, sotto i miei occhi stupefatti, si combinavano in maniera nuova. Ci vollero pochi minuti. Alla fine, dalla padella venne fuori una ciambella soffice e profumata che senza esitazione spolverai abbondantemente di zucchero a velo.
Non so come, ma avevo inventato la zeppola.

Il tempo passava veloce. Gesù, ormai grande, aveva cominciato a fare, ora qua ora là, i suoi miracoli. Io li facevo in cucina. Nel senso che perfezionavo man mano la ricetta della zeppola: non solo il dosaggio degli ingredienti, ma la temperatura a cui portare l’olio, i tempi della frittura. Ed altri segreti che, naturalmente, non sto qui a rivelare.
Ormai la fama delle zeppole di Giuseppe si era sparsa nel paese. Tutti venivano a bussare per poterne assaggiare almeno una. Gesù moltiplicava i pani e i pesci, con i suoi potenti mezzi; io dovevo moltiplicare le zeppole, con i miei poveri mezzi. Avevo il mio da fare, ed anche le mie spese. Per cui decisi di farmi pagare qualche moneta, un’offerta a piacere. Esclusi, naturalmente, i fanciulli, i poveri, i tribolati, a cui le donavo con grande gioia. Dovevo perfino placare i bisticci, se non proprio le risse, che a volte scoppiavano fra il pubblico in attesa davanti alla mia bancarella (L’avevo messa su, con la scritta: “Da Giuseppe”, per fronteggiare in strada la crescente richiesta, ed evitare di trovarmi una folla brulicante dentro casa.)
“Lasciate che i fanciulli vengano a me” aveva detto Gesù. Quando qualche prepotente davanti alla mia bancarella si faceva largo a forza alle spese di qualche bambino o ragazzo, io proclamavo: “Lasciate che i fanciulli vengano alle mie zeppole”. E subito, per riflesso di ben altra autorità, a sentire quella frase tutti mi obbedivano.

San Giuseppe e le zeppole, di Maurizio Zenga 



Fu così, credo, che meritai il titolo di santo. Ma, sulla scritta sopra la bancarella, lasciai semplicemente “Da Giuseppe”. Non era il titolo a fare la differenza, ma il sapore delle mie zeppole, fatte secondo una ricetta che molti hanno tentato di imitare. O, addirittura, di migliorare.
L’umanità è fantasiosa e, ancor più, smaniosa. Molte varianti sono state introdotte a partire dalla mia invenzione. C’è chi usa il burro e chi la sugna, chi impiega fra gli ingredienti le patate e chi no, chi ha creato un falso storico aggiungendo crema pasticcera e amarene, chi ha sostituito le amarene con le ciliegie, chi sostiene che lo zucchero non deve essere spolverato a velo, chi crede di fare delle zeppole e fa solo dei bignè. Devo dire che la mia ricetta originale, nella sua divina semplicità, rimane chiaramente insuperata.
E siccome qui, in paradiso, non ho più possibilità di tenere la mia cucina e la mia bancarella (qui non ci sono golosi), ogni 19 marzo mi tocca affacciarmi a guardare sulla Terra e fare il tifo per chi le zeppole le sa fare come si deve. Diciamo, quasi buone come le mie.
Lo so, c’è ancora oggi chi osa continuare a denigrarmi, a farmi oggetto di una facile irrisione. Ma io non mi scompongo, non raccolgo le provocazioni. Mi basta consolarmi con tutti i buongustai e i golosi del mondo che, quando si deliziano con una zeppola doc, pensano con rispetto e riconoscenza a chi la inventò. Il loro benedetto San Giuseppe cuoco.







Claudio Cajati (Napoli, 1947), architetto, già ricercatore e docente alla Facoltà di Architettura di Napoli, animalista egattomane, ha pubblicato due romanzi per ragazzi, Testafina Pallina mia blu, i romanzi Le parole del corpo La convergenza, la raccolta di racconti In prima persona, e vari racconti fra cui quelli, intitolati Una monade in condominio, scritti a 4 mani con Lucilla Actilio. Nel 1992 ha vinto con “Look definitivi” il Premio Teramo per un racconto inedito (6 milioni di lire).
Per questa collana ha già pubblicato lo smartphoneconto n.1
Claudio Cajati, Le formiche




3 commenti:

  1. Straordinario racconto. In stato di .... grazia, non c'è che dire

    RispondiElimina