logo

logo
ebook di ArchigraficA

venerdì 6 marzo 2015

Letteratura disegnata - prolusione

Prolusione
al corso di «Letteratura Disegnata»


Il professor Occultis

 di Giacomo Ricci


Furore, sabato 7 marzo 2015
Dal mio studio a Picco su Fiordo
Impazza una bufera di vento a più di 120 all’ora
Io ascolto in cuffia Max Knopfler, Sultans of Swing
Un piccolo capolavoro evergreen



Oggi tutti, me compreso, partono dalla convinzione di voler scrivere per emergere. L’idea non starebbe più nel perché si scrive e quale sia l’intima pulsione che ci spinge a farlo. No, chi se ne fotte. Questa roba è del tutto secondaria.
La fissa, più che idea, è quella di EMERGERE. Sì, avete letto bene, EMERGERE, tutto in maiuscolo. Urlato a tutto spiano, sopra ogni cosa. Film americani, serie TV, il governo e i suoi spot, università, scuole elementari, asili-nido, docenti, pubblicità, tutti a osannare la “sana” competizione, il “merito”. Salvo che il merito si perde per strada e resta solo la competizione, condotta con qualsiasi mezzo. Soprattutto illegale, scorretto, barbaro. Ti prendo a randellate e vinco. Punto.
Emergere, dunque. Come nella barzelletta dell’ Inferno.  Un tizio va all’inferno. Siccome non so quale punto-qualità ha vinto legato a un concorso di patatine fritte, gli viene concesso, dal diavolo-guardaporta,  il privilegio di scegliere dove andare a finire. In quale girone. E lui si guarda in giro: là ti strizzano le palle, qui ti cavano gli occhi, di là ti bruciano il culo su una graticola a mille gradi, e ancora più in là ti tagliuzzano a pezzi sempre più piccoli. Brutte prospettive. Che scegliere? Alla fine vede un mare di merda e tutti i dannati immersi fino alla cintola a guardarsi in giro.
Non ha dubbi, sceglie e dice al diavolo che l’accompagna col forcone poggiato sul culo: «Voglio andare lì» e indica il mare di merda.
S’immerge. Non appena è con la merda fino alla cintola sente la voce del diavolo-secondino.
«Guagliù, i cinque minuti di ricreazione concessi ogni secolo sono passati. Forza, tutti con la capa di sotto».
Ecco. Gli scrittori e i disegnatori di oggi paragonano il (possibile) successo editoriale e di pubblico a quei cinque minuti di aria concessi ogni cent’anni nell’inferno della barzelletta.
Farebbero qualsiasi cosa perché da soli cinque minuti si trasformassero in dieci, un’ora, un giorno, un anno o forse tutta la vita.
Tutti gli scrittori in erba hanno letto almeno un romanzo di Stephen King  (io trovo che il migliore sia La bambina che amava Tom Gordon) così come tutti gli aspiranti fumettisti hanno dato uno sguardo a La ballata del mare salato di Hugo Pratt (anche se io continuo a preferire il Bleck Macigno della EsseGesse e, in particolare,  i primi numeri, in specie quelli dove fa per la prima volta la sua apparizione il magnifico, universale professor Occultis).
Bene. Questo corso di Letteratura Disegnata non intende farci diventare dei sostituti (molto scadenti, per forza di cose) di Stephen King o dei fumettari di primo pelo che scopiazzano le strip di Hugo Pratt e scimmiottano la silhouette di Corto Maltese.
E’ vero, semmai, il contrario. L’ideale, per me,  sarebbe quello sostituire al mare magnum di merda della «cultura di massa» contemporanea, un mare magnum di cultura di base solida, ben fondata, diffusa, di tutti e, soprattutto, anonima, priva di individualità emergenti.
A un modo frustrato e demenziale che fa di espressione del tipo «Vesuvio, lavali col fuoco» il massimo di espressività artistico-popolar-nazional-calcistica si dovrebbe sostituire un mondo felice, appagato di quello che ha, sobrio, attento, per niente complicato.
Perché? Perché la competizione è sbagliata in se stessa.  E’ un concetto profondamente antiumano e irrazionale. Se fossi più bigotto  direi che la «competizione fra simili» è l’astuzia più malevola di quel demonio mandato dal suo capo Lucifero a condannare tutti gli uomini  della Terra a una vita molto simile, uguale, se non peggiore di quella cui saranno condannati, dopo la morte, per l’eternità.
Perché?, chiederete voi. Perché tutti gli uomini sarebbero condannati?
Per l’idiozia. Quella sì è il vero peccato più nefando. Essere idioti, cretini, stupidi o, se vi pare, coglioni.
Fare del mondo la pattumiera che è diventato per essere i primi di tutti, fare i galli sulla monnezza come si dice a Napoli, non è indice di un’idiozia senza fine?
Si è primi in un mondo che non c’è più. Pericoloso, sporco, infetto, destinato a morire. A far morire ogni forma di vita esistente.
Allora, quando i tornado saranno più violenti e devastanti, quando la terra trasuderà petrolio, diossina e bitume da ogni sua zolla, quando l’aria sarà irrespirabile zeppa di zolfo e veleni e il sole brucerà tutto come una centrale nucleare impazzita e fuori controllo, quando l’acqua sarà piena di scorie radioattive e di metalli pesanti, quello che è riuscito a diventare il “primo” nella “moderna” competizione, democratica e antifascista, si accorgerà, mentre jetta ‘o sanghe ‘e chillemmuorto pure lui, assa fa,  che in realtà è stato il primo in quel processo di morte messo in essere da lui stesso, assieme a tutti quelli come lui, con la loro profonda stupidità.
E con questo tema siamo entrati a pieno in uno dei termini fondamentali di questo corso, quello di “letteratura”. Ed è chiaro che il mio riferimento non sarà King e il suo coacervo paranoico-demenziale di follie psicologiche e frustrazioni dell’uomo comune, ma l’universo letterario-emozionale e ideale dolente di Fëdor Dostoevskij e della sua grandissima umanità lacerata.
E avrete capito subito che, per me, letteratura vuol dire scrivere con poche, pochissime idee chiare nella testa. Che letteratura e scrivere sono sinonimi, secondo me, di “andare nel culo a quegli imbecilli che accumulano ricchezze e impoveriscono la vita su questo pianeta”.
Dunque sono ambientalista, comunista, animalista e lotto per l’uguaglianza, di fronte alla vita e alla morte, di tutti gli esseri viventi che sono uguali fra loro, il fiore, la farfalla, il bambino, la ragazza, il vecchio, la donna, il cane, la gallina, il colombo, l’agnello e tutti gli altri. Uguali e degni di rispetto da parte di ciascuno di noi.
Alla faccia di tutti gli imbecilli che occupano posti di potere. Come si usa tanto da noi.

Lieto di fare la vostra conoscenza.

2 commenti:

  1. Un pensatore religioso, un mistico: Sestov, racconta la vita e l’opera di Dostoevskij in un saggio scritto a Parigi negli anni ‘20:”La lotta contro le evidenze”; lui racconta di una leggenda russa, che parla di un evento sovrannaturale: il passaggio dell’angelo della morte.

    Sestov dice che l’angelo della morte tocca con la sua ala l’occhio di alcuni uomini liberandolo da quella palpebra invisibile che nega l’accesso alla verità delle cose.
    Dostoevskij è un uomo il cui destino, ancora prima umano che artistico, è quello di vedere le cose nella loro verità.

    La materia fondamentale dei romanzi di D. è l’equivoco, la società moderna produce una trasversale nicchia, cuneo di equivocità. Le persone si riconoscono tra loro, hanno una specie di complicità fondata sulla menzogna, non si sa quali sono i mezzi con cui vivono e sono dedicati a due attività apparentemente contraddittorie: i loro vizi e le speculazioni metafisiche. La più grande scenografia dell’equivoco creata da D. è quella dove piomba il principe Myskin: tutto è equivoco, tutto significa un’altra cosa; viene ucciso dall’equivocità. L’equivocità è qualcosa di pericoloso e di quasi magico perché contiene in se dei germi metafisici di verità, di bellezza, che sono confusi alla disonestà. L’elemento equivoco è ciò che rinuncia alla sua posizione naturale per una sorta di insensata avventura del pensiero, delle emozioni, delle relazioni umane.
    E´come un mondo in cui le persone come per magia, al momento di ritornare a casa, la sera, non avessero più la capacità di poter ricordare dov’è casa loro; la capacità di ricordare qual è il loro destino.

    RispondiElimina