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ebook di ArchigraficA

venerdì 20 luglio 2012

E alla fine ... la fine non arriva


 di Maria Grazia Sabella

Una costante del mio percorso di studi è stata la frase: “un altro po’ e ho finito, un altro piccolo sforzo e ce l’ho fatta, l’ultimo sprint e poi ho chiuso definitivamente e potrò iniziare finalmente a lavorare a 26 anni e guadagnare i primi soldini!”.
Questo l’ho detto per il mio ultimo esame di laboratorio, credendo che si fossero fermati lì i miei sforzi maggiori. Non avevo ancora finito però l’ultimo esame  orale, che è stato estenuante e logorante.
Così l’ho detto una volta finiti tutti gli esami universitari, credendo che la tesi sarebbe stata più semplice da affrontare, in quanto argomento scelto personalmente, e quindi più piacevole.
Non avevo però ancora compreso cosa comportasse  affrontare una tesi universitaria nella mia (e credo in tante altre) facoltà. Per descrivere il percorso di tesi mi vengono in mente gli stessi aggettivi di prima, ovvero “estenuante” e “logorante”, con l’aggiunta di “inutile”.
Così il giorno dopo la mia laurea, con la corona d’alloro poggiata sui due grandi volumi della tesi che ho stampato inutilmente e costate circa 100 euro l’una, e una bruttissima pergamena degna della peggiore università telematica, mi è venuto in mente che non avevo ancora finito. Si avvicinava l’incubo esame di stato.
Essendomi laureata a febbraio ho avuto un po’ di tempo per guardarmi intorno e farmi un’idea dell’ambiente lavorativo, aspettando il mese di luglio per gli esami di stato.
Premessa: vorrei ricordare che, volutamente, ho deciso di tornare nel mio paese lucano una volta terminati i miei studi universitari.
Tramite FORTE raccomandazione sono andata a lavorare in uno studio di ingegneria e architettura, con sede nel mio paese ma con lavori in Campania, Puglia e addirittura Lazio. Pensavo di aver fatto bingo, “finalmente uno studio da cui poter imparare!” pensavo. In realtà dietro il forte nome si celava un ingegnere che procacciava affari e intratteneva pubbliche relazioni con i committenti, e due geometri sotto-sottopagati che facevano il lavoro di ingegneri, architetti, geometri, impiantisti e strutturisti, con risultati banali e poco interessanti.
Dalle 9.00 alle 13.00 circa, avevo un ruolo non ben definito che andava dal ritagliare fogli A4 per farne post-it a progettare l’atrio di un Municipio campano. Cosa peraltro riuscitami abbastanza bene con il beneplacito del committente.
Sempre sotto raccomandazione, nel pomeriggio dalle 15 alle 20.00 circa andavo in un altro studio, dedito alla realizzazione di palazzine residenziali. Qualcosa che non andava dovevo sospettarla, dal momento che, avendo comprato casa da loro, ero rimasta molto delusa da molte cose, ma ho voluto provarci lo stesso.
Sebbene i due ingegneri non ci fossero mai, questa esperienza è stata più gratificante in quanto ho curato l’architettura interna di alcuni appartamenti, ho compilato una SCIA, sono andata sul cantiere, ho conosciuto un geometra competente che mi ha spiegato un sacco di cose, e soprattutto non c’era un ingegnere che mi chiamava “Architè!!” con aria canzonatoria chiedendomi di pulirgli gli occhiali.
Volutamente ho tralasciato l’aspetto economico per un semplice motivo, non ce n’era. Esatto, nessuno mi pagava.
Così dopo tre mesi di lavoro gratis, ho deciso di congedarmi da entrambi con la scusa di dovermi preparare per l’esame di stato.
Altro capitolo.. l’esame di stato!
Non sapevo su cosa esercitarmi, come prepararmi nel modo giusto e in più si aggiungeva una forte insoddisfazione, frustrazione e demoralizzazione in seguito alle esperienze poco sopra descritte.
Avrei preso l’abilitazione alla professione per fare il geometra? Per non essere pagata? Per dover ringraziare qualcuno che mi fa lavorare senza stipendio? Per andare a lavorare dalle 9.00 alle 20.00 dal lunedì al sabato senza avere il tempo di fare una spesa?

Con questo stato d’animo mi metto a studiare per l’esame di stato, che non passo.
Con questo stato d’animo mi metto alla ricerca di un lavoro che possa piacermi, che mi stimoli, che mi giustifichi almeno in apparenza i sei anni di studio che ho appena concluso con la laurea.
Con questo stato d’animo continuo a ripetermi che devo fare un ultimo sforzo, che poi avrò finito, che una volta presa l’abilitazione avrò quel qualcosa in più che mi garantirà un piccolo stipendio per poter pagare il condominio e i croccantini al mio micio senza dover chiedere i soldi alla mia famiglia, che devo stringere i denti e mandare curriculum (e che ci scrivo dentro?!), far conoscere il mio lavoro (quale lavoro?!), e così forse qualcosa all’orizzonte spunterà.
Nel frattempo ho comunque deciso di non accettare lavori non retribuiti. Perché lavorare gratuitamente? Per la gloria? Per l’esperienza? Se dio vorrà dovrò fare esperienza da adesso per i prossimi cinque, dieci anni, e lo dovrei fare forse gratis?

19 commenti:

  1. lQuesto scritto di Maria Grazia Sabella apre un problema molto importante sul quale riflettere.
    Cessa di essere una condizione personale per assumere il valore di denuncia.
    Solleva, senza mezzi termini, il caso delle nuove lauree come caso politico, visto che da noi la politica tutto è tranne che denunzia delle condizioni reali di vita.
    E' dalle riflessioni sulle nostre terribili e comuni difficoltà che dobbiamo partire per fare sì che questa nostro disgraziatoi paese si avvii verso una vita civile, degna di essere definita tale.

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  2. Purtroppo non c'è niente di nuovo rispetto a dieci anni fa, abbiamo tutti vissuto le stesse cose e tutti abbiamo le stesse storie da raccontare. Mi permetto di dire, però, che indignarsi, sentirsi frustrati e gridare allo scandalo, per quanto comprensibile, è sostanzialmente inutile. Purtroppo, una persona che oggi si iscrive alla facoltà di Architettura in Italia dovrebbe porsi le seguenti domande: 1) sono figlio di un professionista? 2) posso permettermi stare anni senza guadagnare perché sono benestante di famiglia? 3) Conosco bene le lingue straniere, sono dinamico e pronto ad andare lontano? 4) Voglio fare l’architetto o mi va bene qualunque altra strada (non molte ma ci sono) che la laurea in Architettura può farmi percorrere? Se la risposta è sì, allora ok, se no, meglio fare altro. Cinico, triste, ma vero. Ed oggi ignorare questa realtà pensando “voglio fare quello che mi piace” o “ forse sarà diverso” è quanto meno ingenuo, soprattutto perché, a differenza di quanto studiavo io, questi fenomeni del mondo del lavoro oggi sono ben noti a chiunque, e da ben prima di Archileaks. Nessuno può e vuole far niente per toccare questo stato di cose, quindi se ci si vuole affidare alle proteste sperando che qualcosa cambi si faccia pure, ma nulla cambierà. Possiamo parlare di caste, di corruttele, di clientelismi, di Ordini che tutelano i forti a danno dei piccoli, tutto quel che si vuole, ma tali poteri non sono attaccabili e pretendere in nome di giustizia che chi li detiene vi rinunzi anche solo in parte per far spazio a noi è una bella utopia. Per quanto una via secondo me esiste, ma la verità è che bisogna tirarsi fuori da questi giochi perversi e ripartire prendendo coscienza di ciò che i giovani possono e chi li opprime no.
    Per esempio: si rendono conto i giovani che quelli da cui vanno a chiedere lavoro hanno bisogno di loro perché la professione, con quello che comporta oggi, loro, i vecchi, non sono in grado di farla? Altro che “vado a imparare qualcosa”. Già, i vecchi professionisti oggi devono appropriarsi, rubare letteralmente le conoscenze (e non solo informatiche) dei giovani per poter produrre e sopravvivere nel mercato, altrimenti ne sarebbero fuori nonostante le cene con i politici. Mai visto lo stato di impotente isteria del titolare dello studio per cui lavori quando succede qualcosa (guasti informatici, notifiche di enti che fanno riferimento a normative per loro incomprensibili, etc.) che pregiudica una consegna o un lavoro? L’arroganza con cui trattano i giovani serve a privarli della consapevolezza del loro ruolo ed è triste che i giovani ci caschino, prestandosi a tutto questo. Bisogna ripartire da una presa di coscienza “collettiva” di una generazione, non dalle impotenti istanze dei singoli.

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    1. Sono pienamente d'accordo con quanto scritto da Rob! Il mio infatti è uno sfogo riguardo la situazione che mi trovo ad affrontare in prima persona.
      Quando ho finito il liceo, in casa mia c'era ancora la mentalità (molto paesana) che dopo un liceo scientifico ci volesse una laurea. Era quasi obbligatoria! Ed io scelsi quella che mi piaceva di più, architettura. In realtà volevo fare arredamento, ma sotto consiglio dei miei genitori scelsi architettura perchè più completa. A distanza di 4/5 anni i miei genitori stessi Sconsigliarono a mia sorella di frequentare l'università, constatando che effettivamente il panorama nazionale delle lauree stava cambiando. Diciamo che ho pagato sulla mia esperienza l'inesperienza del momento. Anche io tutt'oggi eviterei di iscrivermi all'università per fare un corso di .. non so... wedding planner?! Meccanica? Idraulica? Mi sentirei molto più utile come idraulico che come architetto!
      Concordo anche sul fatto che i vecchi professionisti hanno bisogno dei giovani professionisti per aggiornarsi, ma qui (non so se altrove la mentalità è diversa!) non si vuole insegnare il mestiere, tantomeno impararlo dagli altri! scherziamo?! Ti devo insegnare qualcosa per poi farmi tubare il posto? Devo imparare qualcosa io? GIAMMAI! io sono il famoso tizio&caio, non ho bisogno. Ed infatti in entrambi gli studi da me frequentati, c'erano dei pessimi lavori (teoria vecchia) con pessima resa (pratica vecchia). Nessuno vuole investire sul nuovo professionista, lo vogliono già bello e pronto, semmai.

      Per quanto riguarda la situazione attuale, le mie iniziative ed i progetti futuri sono questi: sto facendo un corso avanzato di inglese, sto prendendo contatti con un ingegnere italiano che lavora in danimarca, non si sa mai. Sto mettendo su, da coltivatrice diretta, una piccola produzione di olio da alcuni terreni in nostro possesso, con l'intenzione di allargare piano piano il raggio di vendita e di produzione. Io credo nel mio territorio, nonostante tutto. Sto cercando di operare in freelance con alcuni professionisti che hanno bisogno di render, di piccoli progetti, di qualsiasi cosa. Ma soprattutto sto sconsigliando a quasi tutti di iscriversi all'università.
      Maria Grazia

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    2. Vedi Maria Grazia (mi permetto di darti del tu perché sono più vecchia :-), il punto è che di architetti ce n'è invece un drammatico bisogno, ora più che mai. Quindi, non credo affatto che saresti più utile come idraulico (per quanto faresti sicuramente più soldi...) o come wedding planner o life coach, certo è che voler fare l'architetto oggi in Italia, in questo mercato, con questa concorrenza e queste inveterate problematiche, ti costringe ad affrontare enormi difficoltà. Perciò, bene fai a considerare anche altre strade possibili, e farlo soprattutto prima di aver sacrificato giovinezza, voglia e creatività sopravvivendo a stento per anni sotto qualche padrone. I miei migliori in bocca al lupo,
      Roberta

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    3. Cara Maria Grazia, volevo dirti che mi trovi concorde con la tua tesi (e con quella di coloro i quali partecipano alla discussione). Mi trovo nella tua stessa situazione: laureato a febbraio a Pescara col massimo del punteggio (saluto per questo il caro prof Ricci, di cui sono stato studente), ho sostenuto l'esame di stato con esito negativo (l'elaborato progettuale era immacolato e gli errori decantati dalla commissione erano... inesistenti). A questo punto, ho deciso di cercarmi un "lavoretto" in qualche studio in attesa di risostenere l'esame. Volevo inoltre rispondere al commento di Rob.
      1) Sono figlio di un professionista? No. Sono figlio di un semplice operaio che, ormai, a 50 anni si ritrova a lavorare alla giornata.
      2) Posso permettermi stare anni senza guadagnare perché sono benestante di famiglia? No. In questi anni la mia volontà di studio è stata premiata con la borsa di studio. Quindi sono riuscito a pesare minimamnte sul bilancio famigliare. Occasionalmente sono riuscito a fare del volantinaggio e a volte il cameriere in un pub per racimolare qualche soldo.
      3) Conosco bene le lingue straniere, sono dinamico e pronto ad andare lontano? Si. Questa è la mia più grande fortuna. Purtroppo però, in uno scenario lavorativo dove "devi fare esperienza", non posso permettermi di andare fuori paese per lavorare gratis.
      4) Voglio fare l’architetto o mi va bene qualunque altra strada (non molte ma ci sono) che la laurea in Architettura può farmi percorrere? Si. Questa è stata la cosa che mi ha fatto scegliere questa facoltà. Nel 2006 era il mio sogno. Poi, già nel percorso di studi, le mia aspettative andavano ridimensionando. In un colloquio di lavoro sostenuto in un'azienda locale qualche mese fà, in caso di assunzione sarei stato addirittura l'aiutante geometra. Ho provato anche altre strade: il mio sogno da pensionato è quello di aprire una piccola azienda agricola. Partendo dal presupposto che non posseggo già terreni, nè tantomeno fondi da investire, ho pensato di rivolgermi in banca per un finanziamento. Ma è meglio non inpelagarsi in quest'altro discorso :)
      In sostanza, non mi resta che farmi qualche anno di "esperienza", cercando di superare l'esame di stato, per poi fare nuovamente le valigie. Poi chissà, da cristiano credo nei miracoli...

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  3. Io sono d'accordo con tutti e due gli interventi che precedono. Ma ho a cuore anche l'Università, che continuo, mio malgrado, a scrivere con la maiuscola. In estrema sintesi: se succede quello che scrive Maria Grazia, e cioè i ragazzi non si iscrivono più all'Università, il nostro paese continua, nel suo complesso, a sprofondare indietro. Il problema non sono le università e i giovani. IL PROBLEMA E' LA DIRIGENZA. Sono loro che hanno mandato alla sfascio il nostro paese. Se si vedono le medie europee, l'Italia è uno dei paesi col minor numero di laureati. Il senso di tutto ciò è il complessivo degrado del nostro territorio nazionale. C'è sempre bisogno di cultura e progresso intellettuale. Non basta mai. Ma lo scopo della dirigenza, mafioso-massonica, che abbiamo e di cui non riusciamo a liberarci, è quello di avere una massa di coscienze addormentate e perdenti (cfr. la massiccia penetrazione televisiva di show come Il grande fratello). Io ritengo che il senso del nostro discorso, al di là dell'ingegnere che si fa pulire gli occhiali e della politica degli studi professionali, dell'incapacità di quelli della mia generazione di stare appresso a tecnologie e innovazione, è quello di puntare verso un totale avanzamento culturale della gran parte della popolazione. Insomma imparare non è tanto acquisire strumenti per un piccolo arrivismo professionale - che è pure giusto - ma imposessarsi di strumenti di conoscenza ed emancipazione per esprimere un controllo colto, razionale, progressista, avanzato e rispettoso degli equilibri naturali dell'intero territorio nazionale che da noi è in gran parte assente. E' questo che io intendo quando esalto la MENTE GIOVANE, la mente dei ragazzi che sono ancora aperti alle esperienze e a imparare. Guai per quel paese che ritiene d aver capito tutto. Il declino è inevitabilmente già iniziato.

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  4. Ma certo che il problema è la dirigenza, ci mancherebbe. Il punto è che combattere su quel terreno è una battaglia persa, non vedo ancora alcuna premessa di un futuro diverso dal presente. Vede professor Ricci, ma l'Università che dovrebbe essere la casa della Cultura, non ospita forse nel suo corpo docenti e senza alcun merito i giovani figli di "schiatta" di professori universitari, i Trota di noi altri, che col Trota condividono non di rado anche il QI? La mente giovane non è tale per l'anagrafica, è spesso un segno di cultura, di curiosità e partecipazione al mondo. L'Italia non ha solo il minor numero di laureati, ma anche la minor percentuale di libri acquistati e letti, di e-book scaricati e compagnia varia. Vogliamo dirla tutta? Siamo un popolo di ignoranti e furbetti, di traffichini, di lamentosi ed omertosi, a vari livelli, quelli che si abbuffano e quelli che aspettano il loro turno sotto la tavola. E la colpa è solo in parte della TV commerciale, perché oggi l'estensione della rete e la facilità di accesso alle informazioni non ammette ignoranza. Non nei nativi digitali, almeno. Quindi, se è evidente il vantaggio della classe dirigente nel mantenere il più alto livello di ignoranza possibile (e le politiche di progressiva distruzione della scuola pubblica, della ricerca e della cultura ne sono una chiara evidenza), quello che faccio più fatica a capire è la refrattarietà dei giovani a prendere coscienza di questo ed usare i mezzi che ci sono per contrastarlo. Disimpegno, rassegnazione e fuga dalla realtà sono comprensibili (ed enormemente diffuse) in una generazione macellata e senza speranza come quella dei giovani italiani, ma non promettono di portare alcun cambio nella dirigenza, neppure in un futuro lontano. Quindi, lo chiedo a lei, che fare, come risvegliare le coscienze, ammesso che vogliano essere risvegliate?

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    1. A proposito di "giovani d'oggi"... io guardo i ragazzi di 14/18/20 anni e sempre più spesso mi chiedo "ma che fine faremo!?!?" ... pochissimi leggono, pochissimi si informano e pochissimi hanno passioni. Ma come si può costruire un futuro su queste basi?! io sono sfiduciata soprattutto per questo, perchè fra 20 chi sarà la gente che sarà la nuova classe dirigente?! I ragazzi che oggi hanno 20 anni. E mi fa paura!

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  5. Lo so che hai ragione. Che la disillusione è profonda. Ci sono periodi in cui ragionare è come urlare nel deserto. E quello che stiamo vivendo è uno dei peggiori. Ma l'umanità è andata avanti. Dobbiamo aspettare che scocchi la scintilla della ribellione. E dobbiamo continuare a parlare nel deserto. Qualcosa succederà. L' università versa in uno stat pietoso. Ma dobbiamo continuare. Nonostante tutto. E poi se tutto dovesse naufragare vuol dire che si tratta d'un destino. Io ogni tanto qualcuno che pensa e s'incazza ancora lo trovo. Spero che aumentino di numero. Bisogna continuare a parlare.

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  6. Lo so che hai ragione. Che la disillusione è profonda. Ci sono periodi in cui ragionare è come urlare nel deserto. E quello che stiamo vivendo è uno dei peggiori. Ma l'umanità è andata avanti. Dobbiamo aspettare che scocchi la scintilla della ribellione. E dobbiamo continuare a parlare nel deserto. Qualcosa succederà. L' università versa in uno stat pietoso. Ma dobbiamo continuare. Nonostante tutto. E poi se tutto dovesse naufragare vuol dire che si tratta d'un destino. Io ogni tanto qualcuno che pensa e s'incazza ancora lo trovo. Spero che aumentino di numero. Bisogna continuare a parlare.

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    1. Sì, sono d'accordo, è uno dei periodi peggiori che la storia del nostro paese ricordi. Ma non c'è di che essere sorpresi, in fondo le premesse del disastro c'erano tutte e da oltre vent'anni, o no? Certo che bisogna continuare a parlare, di più, bisogna lavorare, darsi da fare, anche silenziosamente, ma inesorabilmente per cambiare qualcosa. Io credo in molti progetti, non tutto quello che viene dal mondo contemporaneo è da buttare, anzi, esistono oggi opportunità eccezionali per far correre idee e pensieri oltre ogni confine fisico. Usiamole, le epoche di malessere spesso hanno portato grandi cambiamenti.

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    2. ...salve a tutti! arrivo a questa pagina, tramite il professore Ricci.
      sono una sua allieva, sono iscritta quasi al IV anno di architettura alla Federico II di Napoli, e sono già stanca.
      Non sono ancora arrivata alla laurea, tanto meno all'esame di stato, ma capisco il dramma. La soluzione migliore è sempre la stessa: andare all'estero... ma a me non va giù di dover abbandonare il mio paese perchè siamo pieni di stronzi (scusate il termine)

      e comunque ce ne sarebbero anche altre di cose da dire, partendo proprio dall' ISTRUZIONE e dai DOCENTI.

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  7. Cara Elena, perchè non le dici queste cose su ISTRUZIONE e DOCENTI? Sarebbe prorpio il caso che le dicessimo, perche gli stronzi cominciassero a venire alla luce. Sapere che fanno, quando, come e i motivi non cambierebbe le cose. Ma se se ne parla, se tutti cominciano a parlarne possiamo sperare che, in un orocessi democratico allargato di duscussione le cose comincino a cambiare. Io credo che i singoli personaggi siano da inchiodare alle loro responsabilità. Hai presente il pwrsonaggio di Fefè Tortorella? Smerdiaomoli. Farebbe bene a tutti. Tortorella è il prototipo di couli che infila all'Università la moglie, la figlia, il fratello, il compare, la commare, il cane e così via. Rendiamo loro la vita oiù dificiel. Ogni grande cambiamento è cominciato dalla discussikne. Grazie per aver detto la tua.

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  8. Bhe! Professore... le posso solo dire che fino a che sono solo io a lamentarmi, o comunque quando vedo che gli altri dicono "eh vabbe..loro hanno il coltello dalla parte del manico" ... sembra che sono quella che ha i problemi e li vuole creare.
    Ma sappiamo benissimo che è un problema comune.

    suggerirei una cosa di cui parlavamo nelle pause alle macchinette in facoltà: ci vorrebbe che per conoscenza e amicizia, si andasse nelle varie facoltà a fare come la me**a docenti che lo meritano..mi spiego meglio... io di architettura ho un amica a giurisprudenza, lei ha un professore che all'esame fa cose assurde o spiega in maniera assurda (per dire le cose piu basilari) io vado a giurisprudenza ed ho la possibilità di fare il professore come la schifezza nel momento in cui si comporta male a un esame, manca di rispetto o altro...perchè non ne avrò ripercussioni.
    oppure filmare i vari avvenimenti.

    per aggiungere altro inerente all'intervento principale di Mariagrazia...oggi in treno ho incontrato una mia amica, laureata in medicina, massimo dei voti, ha riprovato per l'ennesima volta il test per la specialistica e la risposta è stata "mi spiace ... ma non sei passata perchè c'erano gli altri con la raccomandazione". la mia amica se na andrà dall'italia.
    altri amici suoi, dottori in cerca di lavoro, sono stati scartati qui per far posto ai raccomandati e sono entrati subito al nord.

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    1. MI sembra un'idea gagliarda, la tua. Diciamola meglio. Costituite un comitato di studenti interfacoltà che si scambiano le sedi quando occorre. E filmare mi sembra il top. Nel senso che quelle sono prove inoppugnabili. Insultare è sempre operazione dai dubbi esiti, se non catastrofici, indipendentemente dalla facoltà. Può venire in un secondo momento, magari in una fase di crescita dell'intero movimento. Invece limitarsi a filmare gli abusi e metterli su youtube può essere un ottimo sistema per fare come la me**a i professori inadempienti o arroganti. Può costituire un deterrente. Io proverei a costruire un piccolo gruppetto anonimo che proceda con queste operazioni. Oggi non è più ammissibile che professori, ben pagati e che godono di molti privilegi vengano meno ai loro doveri basilari. Se non lo sanno fare o non ne hanno voglia lasciassero il posto a persone più qualificate, più motivate e più giovani. L'università è un gerontocomio. Basta, non se ne può più. Incapaci, arroganti e nzallanuti, come diciamo a Napoli.

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    2. Tra l'altro, va detto che, a mio parere, tutti gli altri professori, quelli bravi e che fanno il loro dovere, disponibili e preparati, non aspettano altro. Anche loro non ce la fanno più nel vedere questa banda di capuzzielli arroganti e raccomandati, infiltrati ovunque. Un avanzamento di merito delle istituzioni è vantaggio degli studenti, dei professori bravi e, soprattutto, dell'intera società civile. Perché, non dimentichiamocelo, le istituzioni sono patrimonio collettivo da difendere e migliorare sempre. Tutti ne trarremmo vantaggio se la collettività funzionasse meglio, fosse più giusta ed equilibrata. E' questo il fatto importante da non dimenticare mai. L'Italia, insomma, è un paese, allo stato attuale delle cose, tutto ancora da inventare. E' preda del malaffare, dello sfacelo e della disperazione. Bisogna cambiarla. Andarsene è una soluzione personale. Ma chi vuole abbandonare la propria terra? Non sarebbe bello avere un paese ricco, equilibrato e sereno, dove tutti possono fare il loro lavoro e ognuno, per quanto possibile, occupa il posto che merita secondo le sue vere capacità?

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  9. sembrano solo parole di un film utopistico queste...

    Prof...le ripeto, sto provando a mettere la pulce nell'orecchio, ma sembrano tutti voler evitare ancora la cosa...

    ah e m'hanno consigliato un film da vedere si chiama "c'è chi dice no" che rappresenta lo stato di corruzione raccomandazione e nepotismo in cui versa l'univerità italiana. decisamente da vere, magari smuove gli animi di qualche altro studente/neolaureato/italiano.

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