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ebook di ArchigraficA

mercoledì 27 marzo 2013

La notte che nacque una stella...




di Francesco Escalona


Eravamo partiti con tanta ansia.
 Quindici giorni prima Simona, incinta al quinto mese di gravidanza, aveva beccato una broncopolmonite acuta, diagnosticata in ritardo. Ogni colpo di tosse, un suono sordo e profondo che mi sconquassava l’anima, entrava in risonanza nel mio corpo e nella mia mente. Martellate, pugnalate.
 Il ginecologo era allarmato anche perché quel continuo tossire poteva causare un parto prematuro.
Eravamo partiti, perciò, di notte, per evitare stress, caldo e traffico di agosto.
 Il medico l’aveva incoraggiata: meglio un’Ostuni abitata, nonostante il lungo viaggio da affrontare, che una Napoli torrida e deserta di ferragosto, per ogni evenienza… e poi, la collina era più fresca.
Eravamo infine partiti. Forse meglio dire, fuggiti.
Ostuni. Il solo nome la faceva rifiorire.
La villeggiatura storica della sua grande famiglia: l’amato nonno… i profumi della rossa campagna pugliese… i ricordi dell’infanzia, le notti stellate … i giri d’avventura al buio, con il cane…
Ma quell’anno, c’era poco da rifiorire.
 Il primo giorno, quello dell’arrivo, che di solito è allegro e festoso, pieno di saluti, di racconti sovrapposti e concitati dell’anno passato… - da buttare via appena detti o da conservare gelosamente nel cuore… - le novità della casa, il divano nuovo, il nuovo droghiere, le storie dei ragazzi … erano opachi.
 I racconti, quell’anno erano ovattati. Coperti da un velo di tristezza, da sguardi di sottocchio preoccupati… scanditi continuamente dal rumore sordo della tosse.
Qualcuno, a cena, parlò di San Lorenzo.

«Perché non usciamo qualche minuto al fresco? È la notte delle stelle cadenti. Solo qualche minuto. Ti farà bene».
Forse lo fece solo per me. Per aderire al mio desiderio… Per donarmi qualche attimo di serenità tra un colpo di tosse ed un altro.
 E poi, era la notte dei desideri. E anche se il sogno non va confessato, per noi quell’anno era scolpito nel cuore.
La notizia l’avevamo avuta poco prima scritta su un foglio intestato di un laboratorio di analisi: a novembre sarebbe nata una bambina.
… Una bambina … Merce rara in una famiglia come la mia, con sei fratelli e senza sorelle.
Uscimmo. La serata era fresca e mite. Molto diversa dal clima torrido ed umido che c’eravamo lasciati alle spalle. Il cielo sgombro di nuvole e il buio profondo della campagna della Murgia pugliese esaltavano il firmamento a lustro per l’occasione.
Eravamo soli nel buio, mano nella mano … passi brevi, respiri brevi … senza tosse.
Silenzio. Grilli.
Fu all’improvviso. La più grande stella cadente che avessi mai visto, una luce incredibile, sbucò chissà come da un punto imprecisato dell’universo tagliando il cielo da nord verso sud.
Tracciò una scia lunga … lentamente.
Rimanemmo in silenzio, allibiti, senza fiato, nasi in aria, per un tempo imprecisato … eterno.
Poi, di nuovo il buio fondo, e il silenzio.
Non dicemmo nulla. Non c’era nulla da dire. Ci guardammo negli occhi, le strinsi la mano più forte e tornammo verso la villa … lentamente, passi brevi, respiri brevi.

Tempo dopo, il quattordici di novembre, nacque nostra figlia.
Alla fine, in emergenza, avevano dovuto ricorrere ad un parto cesareo.
«Era aggrovigliata completamente nel cordone ombelicale. Una vera braciolona»  mi disse l’ostetrica sorridente, porgendomela nel corridoio.
La guardai. Era lei dunque.
«Come la chiamerete?».

Avevamo deciso, infine, di chiamarla Chiara. A sorpresa.
In realtà da sempre si sarebbe dovuta chiamare Alice. Appena fidanzati, ce l’eravamo detto:
«A me piacerebbe chiamarla Alice!» all'unisono.
E così se, prima o poi, fosse nata una bambina la discussione non si sarebbe nemmeno aperta.
Ma poi, un giorno, avevo chiesto a Simona convalescente di cambiare la decisione.
«Così…» le dissi alzando le spalle. Non riuscii neanch’io a spiegarmi il perché.
Mi aveva guardato con quel suo sorriso luminoso e aveva risposto di sì. Semplicemente di sì, senza chiedere il perché.
«Si chiamerà, Chiara» risposi all’ostetrica.

La sera del quattordici di novembre millenovecentonovantadue, a Napoli faceva un gran freddo. L’aria era tersa e guardavo dal balcone della camera della clinica, il golfo incendiato da un tramonto rosso fuoco.
Il sole scendeva dietro la collina di Posillipo, concludendo un giorno magico.
Simona allattava Chiara seduta sul letto alle mie spalle.
L’icona della Maternità.

Fu all’improvviso.
La più grande stella cadente … una luce incredibile, da un punto imprecisato dell’universo tagliò il cielo di Napoli, da sud verso nord.
Tracciò una scia lunga … lentamente …
Rimasi in silenzio, allibito, senza fiato, naso in aria, per un tempo imprecisato … eterno.

Alle mie spalle la giornalista del rotocalco TG, leggeva sorridente la notizia del giorno.
«… le cosiddette “stelle cadenti” sono piccoli granuli del diametro inferiore al millimetro che cadono attirati dalla gravità terrestre e, a causa dell'elevata velocità, bruciano nell'ingresso in atmosfera e si disintegrano in una specie di pioggia sottile che scende poi lentamente a terra.
Sciami di queste meteore cadono sulla Terra puntuali, sempre negli stessi giorni dell’anno, nelle notti tra il 10 agosto, San Lorenzo, e l’11 di agosto, Santa Chiara, più famosi, ma anche questa notte, il 14 novembre, potrete osservare questo magico fenomeno…
E, magari, perché no, esprimere un desiderio».

Qualche volta la Terra non incontra nel suo veloce cammino solo dei granelli isolati di polvere...

1 commento:

  1. Come una riflessione personalissima prende aria, un respiro ampio, come fosse una riflessione sul cielo e le stelle e il senso della vita.

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