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ebook di ArchigraficA

domenica 6 aprile 2014

Ho immaginato di essere al mare con John Philip Jacob Elkann...





I  botta-e-risposta di FB sono forse il posto peggiore per affrontare discorsi complessi come quello che qui si profila. 
In genere sono accomodante, anche se, in alcuni momenti, sono portato a ragionare per paradossi e provocazioni. Paradossi e provocazioni, a mio parere,  sono indispensabili per muoversi nel pantano dei luoghi comuni e delle cose che si ripetono più per inerzia che perché uno ne sia convinto per averci fatto un ragionamento.
Così uno di questi luoghi comuni è la fede smagliante nella repubblica che esce fuori dalla rivoluzione francese e la fede, altrettanto smagliante, in Eleonora Pimentel Fonseca e i suoi compagni del ’99 e della cosiddetta “rivoluzione napoletana”.
In un post di FaceBook  me ne sono uscito, forde troppo sinteticamente e in fretta,  con l’espressione “i ragazzotti del ’99” e le “idee bislacche” che si portavano appresso. E Nino Russo, mio vecchio amico,  mi ha ripreso, ricordandomi di che cosa stiamo parlando, d’idee che venivano dalla rivoluzione francese e di giovani che hanno perduto la vita per queste.
Fin qui ha ragione lui. E mi sono, in prima istanza, prodigato ad ammettere l’avventatezza della mia provocazione.
Anche io sono, a parole, dalla parte dei “ragazzotti del ‘99”. Lo sono stato per una vita.
Poi, con lo studio, mi sono reso conto che le cose non stanno proprio così.
Mi sono reso conto che, per esempio,  l’ingresso del generale Championet a Napoli, nonostante le idee “rivoluzionarie”, aveva tanto il sapore di una vera e propria invasione. Che Gioacchino Murat era cognato di Napoleone e che costui, figlio della rivoluzione, si era proclamato nientedimeno che imperatore.
Ma andiamo avanti. Le idee di “libertà, eguaglianza e fraternità” hanno portato, durante lo svolgersi della rivoluzione francese, al più feroce ammazza-ammazza che la storia ricordi, a un feroce uno contro l’altro che in genere ricorda, per certi versi, la salita al potere di Stalin. Anche lui, in nome della libertà e del popolo, ha fatto uccidere barbaramente Trotzschij e ha indotto poeti come Majakowsky  ed Esenin al suicidio.
E che i “liberali” italiani hanno trovato, dopo l’unità, un Sud d’Italia zeppo di braganti e malfattori che non avremmo ai supposto che esistessero. Salvo poi rendersi conto che erano partigiani dei Borbone. E quanti ne erano, interi pèaesei sterminati. Un solo nome tra tutti il sergente Romano. E che nientedimeno Garibaldi, per mantenere l’ordine pubblico in Napoli si rivolse ai camorristi, togliendoli di galera e investendoli di potere di poliziotti e questori. Come se io pigliassi Reina dalla galera e lo facessi ministro dell’interno.
C’è di che fare una confusione incredibile.
E poi che la nazione Italia, alla faccia di tutti quelli che sono morti per crearla, a un certo punto non è più andata bene. Accade oggi. La Fiat, tanto per citare qualcuno NON A CASO, che sull’emigrazione interna ha fondato il suo costrutto economico e aziendale, sull’onda dell’Internazionalismo capitalista (leggi globalizzazione) oggi è fuori dall’Italia. Noi tutti a pregare che lasciasse qualcosa qui, ma in realtà testa dell’azienda è altrove e fabbriche e manodopera sono altrove. E che non è più Fiat ma un miscuglio tra fiat e crysler.
Come dire che la più grande rivoluzione di superamento delle asfissie degli stati nazionali l’ha fatta il capitale. E’ diventato internazionalista.
Ragazzi, ma che succede? Ma qual è il rivolgimento al quale stiamo assistendo?
Nessun rivolgimento, rispondo io, con il mio ragionare per paradossi. Nessun rivolgimento.
Si tratta sempre della stessa vecchia canzone. Che ci cantava Karl Marx. Ma oggi Marx non si porta più. Nessuno lo cita, almeno quelli della mia generazione di vecchi che da giovani lo tiravamo in ballo quattro volte ogni parola che dicevamo. La canzone è che il profitto non sente ragioni. Va, dove le condizioni lo fanno crescere e che tutto il resto, politica in primis, ma poi cultura, poesia, giustizia, scuola, leggi, organizzazione dello stato, non è altro che sovrastruttura. Inessenziale. Si può cambiare, gettare, sostituire. Come una tappezzeria vecchia.
Che vuol dire il vecchio Marx? Semplice. In soldoni dice: «Non fatevi prendere per i fondelli. Il capitale è onnivoro per sua natura. Va, dove mangia, dove cresce. Altrimenti muore. E non guarda in faccia a nessuno. La sua terra? Quella dell’economia. Il profitto. Come per i romani Pecunia non olet, anzi, profuma. Il resto? Chiacchiere che servono a volte da copertura. Lo stato nazionale è utile? E allora viva le idee di “libertà, eguaglianza, fraternità”. Lo stato nazionale non è utile? E allora lo si getta. Si diventa internazionalisti».
Ecco perché sono idee “bislacche”. Perché non son vere. Perché sono solo propaganda, copertura – e neanche tanto resistente – del vero motore del mondo.
Eccola spiegata la questione oggi. Ed ecco perché i “ragazzotti del ‘99” piaccia o non piaccia erano degli illusi. Perché hanno creduto a una “storiella” e ci hanno rimesso, poveri loro, la vita. Loro ci fanno pena. Ma fa schifo la retorica che tutti gli altri, a partire da Croce ci hanno ricamato sopra. Anche noi, se non ci stiamo attenti, finiamo per aggregarci al gruppo di “cantori della rivoluzione” pur sapendo che si tratta di una farsa.
Oggi lo abbiamo capito che si tratta, come scrive Marx, di epifenomeni dell’economia. Sovrastrutture, maschere, inganni, ideologie.
Una rivoluzione la si fa e se ne approfitta. Non funziona? La si getta. Funziona? La si adotta come ideologia, copertura. A che? All’interesse, alla plusvalenza, alla pecunia, all’accumulazione, allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Una sostanza delle cose che il vecchio Scrooge, straordinaria invenzione di Dickensci ricorda immancabilmente.
Stiamo aspettando i tre fantasmi del Natale che mettano un po’ di strizza nel culo del grande capitale. Vuoi vedere che, come Scrooge, si penta?
Che la smetta di sfruttare intensivamente uomini, animali e cose e dica «Basta, ragazzi. Ma chi ce lo fa fare?».
Sarebbe bello, eh?
Alla fine tutto finisce come è iniziato.
Ci sediamo in riva al mare. Guardiamo un po’ l’orizzonte. Giochiamo a immaginare tterre lontane che si nascondono dietro la sua linea e come Robert Louis Stevenson ci inventiamo, seduta stante, una splendida goletta per metterci al largo, inseguire gabbiani, terre lontane, altri lidi, felici, baciati dal sole.
Voi ce lo vedete John Philip Jacob Elkann seduto accanto a noi ad immaginare il viaggio?
Io no. Non ci riesco. Mi piacerebbe pensarlo. Mi piacerebbe pensare che, per una volta, un pensiero meridiano gli passasse per la testa e lo costringesse a sedersi e capire che cazzo ci fa sul mondo, su questo pianeta. Se ne vale la pena. Se, magari, c’è qualche altra cosa da fare che accumulare denaro e ricchezze.
Perché poi, alla fine, dovrebbe chiedersi. Ma sono io a gestire il capitale? O è lui a fottermi? A farmi credere potente. Ma io sono, poi, come tutti quanti gli altri.
Anche quello piccolo piccolo, l’ultimo bambino sporco, malnutrito, malato e oltraggiato dell’ultima delle favelas del mondo?
Voi ci credete che penserà così?
Io ci credo molto poco.
Ma i ragazzi del ’99, La Pimentel Fonseca con il suo martirio, la Sanfelice e il suo sacrificio, tutti mi fanno una gran pena. Ma non mi ci soffermo più. Erano degli illusi, li hanno ingannati. Dobbiamo cambiare pagina.
E cominciamo da qui. 

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