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ebook di ArchigraficA

lunedì 1 ottobre 2012

Esami, anarchia, diritti


Credo interessante questo scambio di idee tra un'allieva e il sottoscritto. 
Chiarisce dubbi, il significato delle regole, i comportamenti, i numeri, la poesia e il progetto. 
La lettera che segue mi è stata inviata da un'allieva di cui non metto il nome per motivi di privacy. 
Il suo contenuto è singolare e importante. Vale la pena leggerlo. E vale la pena rispondere. Come ho fatto. 


Caro professore

Questo messaggio non è scritto in chiave polemica, non voglio chiederle di esami non convalidati, di date di esame da aggiungere o se si può sostenere l’esame da non frequentante. Anche io faccio parte della numerosa schiera dei non iscritti al suo corso, vivendo ormai piu’ in Inghilterra che a Napoli (quindi fisicamente mi è proprio impossibile essere in facoltà e devo arrangiarmi da sola per quanto posso). Le scrivo ormai scoraggiata e profondamente delusa da questa facoltà, che non mira piu’ a formare bravi architetti ma persone intolleranti all’architettura, per tutti i problemi e gli stimoli mancanti. Mi scusi ma ormai i toni sono questi, vi è sconforto, si percepisce tra i corridoi, ma l’università non dovrebbe essere un luogo stimolante, non dovrebbe attirare a se le giovani menti curiose e felici di imparare? Questo messaggio dunque lo scrivo perché non potendo sostenere l’esame da “non frequentante”, ci tenevo molto ad esporre, anche se non dal vivo, delle semplici considerazioni su quello che ho letto, che avrei letto anche se non ci fossero stati i “famosi 3 crediti”. Il suo libro mi ha incuriosita, era da anni che un libro “universitario” non mi trasportava (anche perché la vedo difficile provare piacere nel leggere un libro di scienza delle costruzioni). Da un po’ ho deciso di avvicinarmi e capire la cultura del mio popolo, ho cercato di tornare alle origini, di capire il perché di molte cose che ci caratterizzano e che fanno parte anche di me. Dalle credenze religiose al perché gesticoliamo così tanto. Fino a qualche anno fa parlavo di scappare dal mio paese, abbandonarlo e voltargli le spalle, e quando finalmente è successo ho cominciato a sentire la mancanza della mia terra, ho cominciato a capire, a sentirmi male guardando dal finestrino dell’auto quella che un tempo era la Terra Felix, sentendo John Turturro dire: “Ci sono posti in cui vai una volta sola e ti basta e poi c’è Napoli”, e ascoltando le classiche canzoni del repertorio napoletano ho cominciato ad andare oltre, a sentire le storie che volevano raccontare quelle melodie, l’amore per la terra, l’odio, il dolore, la superstizione. Ho cominciato a sentire la mancanza delle piccole cose, la complicità che nasce tra gli abitanti di una via, la grande famiglia, il conoscersi tutti, il fruttivendolo che passa di casa in casa urlando il suo arrivo. Dunque partire per capire? un po’ come l’Alchimista di Paulo Coelho. I napoletani non si rendono conto della storia millenaria che hanno alle spalle, ignorano che tipo di sangue scorre nelle loro vene, non hanno ancora preso piena consapevolezza dell’oro che li circonda. Ma come lei ha ben detto: “Poche volte il popolo napoletano è sceso in piazza per arrivare allo scontro diretto. Nonostante tutto, a dispetto della sua storia tormentata, non ama le rivoluzioni”.Penso che questo genere di libro, così scritto, così semplice, fluido ma ben costruito sia quello che ci vuole per avvicinare il popolo alla storia della propria terra. Raccontare Napoli attraverso una storia di narrativa, un giallo, riuscire ad unire il tutto non rendendo la lettura noiosa. L’ignoranza ormai divaga, e fa comodo, ma tutti dovrebbero conosce la propria storia. Quest’estate leggendo “Il resto di niente” di Striano ed alcuni estratti de “Il ventre di Napoli” di Matilde Serao sono riuscita a non percepirli come semplici storielle su una rivoluzione, e su cosa piace fare ai napoletani, questi due libri sono riusciti a fortificare il mio legame con Napoli, a farmi guardare vicoli, e palazzi signorili in modo diverso. No, non si sono limitati solo a raccontare, sono andati ben oltre, facendomi ricercare, informare, studiare volontariamente, e la stessa cosa lo ha fatto il suo libro, ho cominciato a informarmi sulla Compagnia della Morte, su vicoli e piazze e Masaniello. I libri dovrebbero riuscire a far questo, creare legami, far nascere passione e curiosità. Vorrei parlarle di molto altro, del profondo legame che c’è tra Napoli e chi la vive, del perché siamo una generazione costretta a scappare dalla propria terra e vivere nel ricordo, allontanarci dalle tradizioni, dei “lazzari” di allora a quelli del 2012. Ma non mi divulgo altrimenti potrebbe uscire un messaggio chilometrico davvero noioso da leggere. Ci tenevo solamente a dirle quanto il libro mi fosse piaciuto, e che mi ha lasciato riflettere, ancora ora. E se l’anno prossimo rifarà il corso (ero presente alla seduta della volta scorsa in cui si è dichiarato ormai scoraggiato anche lei) lo seguirò, o almeno tenterò, posizione geografica permettendo, perché i giovani, gli studenti, non hanno bisogno di persone che parlano dal pulpito, ma di persone che fanno con passione ciò che fanno, e che amano condividerlo con gli altri. Potrà sembrare un po’ melenso ma è effettivamente così. Intanto le auguro di passare un ottima giornata, e di pensare che a prescindere dall’università ci sono giovani studenti che hanno molto apprezzato il suo pensiero, il suo lavoro. 

Grazie ancora.
(messaggio firmato)

La mia risposta:

Cara allieva, 

bello il tuo messaggio. Scritto bene, aperto, sincero, con una punta di risentimento ben dissimulato e, come dire?, “digerito”.
Che cosa devo risponderti?
Insistere un momento sul perché della situazione. 
Io non ho mai chiesto la frequenza, anche se i tuoi colleghi, diligenti, seri, mi hanno depositato ogni volta il foglietto con i loro nominativi, il numero di matricola e la firma autografa, come a dire “Guarda, non ho detto a un altro di firmare al posto mio. Sono proprio io”. 
E io diligentemente li ho raccolti, ordinati in senso cronologico, piegati riposti, conservati. Sono tutti lì, in bell’ordine nella cartellina del corso, assieme agli esami, ai vostri elenchi di richieste d’esame, ai nomi di quelli che l’hanno superato e così via. 
Ma poi ho sempre detto che me ne fotto della frequenza. Che se uno è bravo ha diritto all’esame anche se non ha potuto frequentare il corso. 
C’è una palese contraddizione in tutto questo? Sì, è ovvio. 
Da un lato un gruppo (di circa settanta persone) che hanno frequentato quasi sempre (me ne ricordo anche i volti) che hanno seguito le mie riflessioni, che hanno partecipato a quello che dicevo, che hanno riso alle mie battute, che si sono arrabbiati quando ascoltavano delle (numerose) ingiustizie che caratterizzano la storia di Napoli, che hanno gioito quando il popolo oppresso s’è incazzato ribellandosi, che si sono intristiti quando hanno ascoltato della fine miserevole di Masaniello, che hanno odiato quel soldato spagnolo raffigurato di spalle da Salvator Rosa, vecchio, ipertrofico, debosciato, pingue e con le gambe robuste ma divaricate dallo sforzo di portare un’alabarda lunga e pesante. Era vecchio a non faceva pena perché sfruttava una famiglia napoletana, mangiando in casa, scoreggiando alla faccia di tutti, approfittando delle donne (e delle bambine) e menandole alla prostituzione. 
Dall’altro io con la mia voglia anarchica di andare contro le regole quando (e succede troppo spesso) sono stupide e inutilmente restrittive. Come la frequenza obbligatoria, come il numero chiuso, come l’accertamento basato su quiz di accesso (che maschera, alla fine, soltanto uno sporco affare di strafottenza, ignoranza, incapacità di pensare e di soldi, un grande affare per chi prepara i quiz a livello nazionale), come la strafottente ignoranza di molti miei colleghi che tutto dovrebbero fare tranne che i prof universitari eccetera. 
Una contraddizione che, però, deve essere risolta a vantaggio di chi segue le regole. 
Perché questo è il punto.  Se le regole ci sono vanno rispettate. Perché se le regole sono raggirate saltano gli schemi e il funzionamento. 
Io, di natura, vi avrei fatto fare l’esame a tutti. Basta essere in sintonia, leggere, studiare, che conta poi tutto il resto?
Il particolare è che gli iscritti al corso sono 377
E veniamo al nodo: che cos’è l’iscrizione al corso? Un elenco, nel quale gli allievi comunicano al loro professore questi dati:
io mi chiamo Tizio, questo è il mio numero di matricola, questa è il mio indirizzo mail. 
Cioè, in soldoni, il professore è messo in condizione di sapere:

  1. quanti sono gli iscritti
  2. chi sono
  3. il loro corso di laurea
  4. la loro mail.
Per fare cosa?
Gesù, per organizzarsi, no?
Se, per esempio,  gli iscritti sono 377 e tutti vorranno sostenere l’esame è necessario predisporsi per un lavoro duro e lungo perché se un esame, a farlo in un lampo con grandissima sintesi ed esperienza, ci si impiegano 15 minuti (mediamente) per farne 377 ci vogliono 377 x 15 = 5655 minuti e cioè:
5655 : 60 = 94.15 ore
e cioè: 
94.15 : 4 = 23,5625 giorni (considero una seduta di esami di 4 ore, di più non è possibile, il cervello va in tilt) che, arrotondando fanno =24 giorni. 
Cioè se si fa una seduta a settimana:
24 settimani pari a 
24:4 = 6 mesi, sei mesi!!!! Continuativi, di seguito!!! Da luglio a gennaio (ho tolto agosto, per ovvi motivi)!!
Hai capito il piano che il sottoscritto si è visto costretto ad allestire?
Cioè, se io voglio fare esami di un quarto d’ora l’uno e tutti gli iscritti mi chiedono di farlo io ci metto, da solo, sei mesi!
Insomma per un semestre faccio il corso e per l’altro semeste faccio esami. 
Allora puoi ben capire, anche se i numeri e le formule come scrivi tu,  non destano sentimenti, che un sentimento di scoramento mi prende e che l’unica cosa che mi sento di dire è: “CAZZO!”
e chiedo scusa per la volgarità. Ma come dice don Gaetano, irreprensibile custode tra i protagonisti di Lazzari che tu citi, “Quanno ce vo’ ce vo’!”.
Allora se, alla faccia di tutto lo spirito anarchico che mi contradistingue nel mese di settembre vedo aggiungersi ai 377 di cui sopra (di stramacchio, mai visti e sentiti, mai conosciuti) ben altri 225  e passa che non si sono mai degnati di mettersi nell’elenco, facendo un rapido calcoletto mi rendo conto che il mio tempo disponibile per fare esami si esaurisce e io rischio di far fallire un corso che, invece, proprio per tutte le ragioni che tu scrivi e che mi lasciano molto lusingato (il corso, i lazzari, il popolo napoletano, le ribellioni, la Serao, Paolo Spriano, Il resto di niente al Pimentel Fonseca, Napoli disperata, la delinquenza, l’ignoranza ecc. ecc.) merita di essere condotto in porto. 
Allora va bene tutta la cultura che vuoi ma anche un vecchio anarchico come me deve sostenere con forza che le regole, se ci sono, devono avere una ragione e che questa ragione dev’essere valida e che, quindi, in conclusione, VANNO RISPETTATE.
Se io infrango le regole mando a monte tutto il mio lavoro. E come dici proprio tu, non ne vale  la pena. 
Anche perché l’anno prossimo, anche se prevedo con sostanziali modifiche di comportamento, il corso ci sarà e io farò l’esame a tutti. 
Basta che ne abbia materialmente il tempo. 
Scusami se volutamente non parlo dei temi che ti stanno a cuore e che, come puoi ben capire, sono quelli che vibrano all’interno di me. 
Ma l’intelligenza di una persona dev’essere duttile. E i numeri, nonostante sembrino non possedere una poesia, hanno certamente una ragione. 
Tra l’altro servono agli uomini per progettare le proprie azioni, proprio come dovrebbe fare la Scienza delle Costruzioni. Anche se c’è da discutere sul come e sul perché. 
Ma questo è un altro discorso. Mi scuserai mai io la tua lettera e la mia risposta le pubblico sul web perchè sia chiaro a tutti l nostro ragionare. 
Ti ringrazio di cuore per aver apprezzato il mio lavoro. E spero di poterne discutere con te in una prossima occasione quando vedrò il tuo nome iscritto in una lista di iscritti ufficiali al corso e facente parte di una mailing list che è una grande invenzione della tecnologia per rendere più facili le nostre comunicazioni e poter evitare equivoci. Come quello del quale qui ci stiamo occupando.

Grazie di tutto

Il tuo prof. Giacomo Ricci

5 commenti:

  1. bhè si....le regole ci sono, vanno rispettate avvolte anche quelle "ingiuste" ma se ogni uno facesse come vuole allora si genererebbe confusione e il BUONO delle cose non salterebbe più fuori....

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  2. Effettivamente, se ci sono delle regole un motivo c'è.
    Che poi siano ingiuste per alcuni, quello è un altro discorso, ma se si dovesse considerare caso per caso, dovrebbero fare milioni di corsi per centinaia di studenti. e sarebbe assurdo visto che già così non si sanno gestire.
    Durante le iscrizioni ai corsi della mia facoltà ho SEMPRE assistito a scene al limite del normale.

    "professore, io non ho frequentato l'anno scorso, ma due anni fa. però vorrei fare l'esame con lei. anche se io dovrei recuperare 4 crediti invece che 6 perchè ho fatto un minicorso sostitutivo 3 anni fa da 2 crediti.Posso fare lo stesso l'esame con lei anche se sono fuori corso di 4 anni e in teoria per chi è fuoricorso c'è un corso di recupero nel prossimo semestre?!"

    cose al limite del ridicolo...
    Forse si vuole generalizzare un percorso che in teoria è molto individuale?
    Dopotutto le iscrizioni ai corsi, come dice appunto il professore, servono per un fatto di organizzazione, eventualmente per premiare chi è assiduo e costante (discorso che forse vale di più per i laboratori)
    Personalmente trovo che certe cose siano indispensabili e, chiedo scusa se urterò la sensibilità di qualcuno, il fatto di andare troppo fuori corso, di farsi scappare un esame, di aspettare un semestre di più, credo che siano degli aspetti che uno studente non può permettersi di trascurare, proprio perchè poi ci si trova in difficoltà con altri corsi, altri esami. l'iscrizione serve proprio per questo, regolarizzare il percorso di studi. secondo me.

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