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ebook di ArchigraficA

domenica 8 aprile 2012

Lazzari: una specie di morale

di Giacomo Ricci




Tornavo a casa. Tardi. Voci per i vicoli s’inseguivano come pallida eco di persone scomparse.
Rosetta era scappata al paese. Tra cani, gatti, alberi. A rigovernare cose che aveva per troppo tempo rimandato, dati gli avvenimenti. Era tra le sue piante, i suoi fiori, nell’orto, nella fidata natura del suo giardino, tra le amate bestie. A guardare il mare che si vedeva da casa sua. Dall’alto come un’infinita distesa di blu profondo.
«L’azzurro fa bene, allo spirito e alla salute» mi diceva sempre.
Da casa sua il mare era protagonista assoluto. Riempiva tutto il campo visivo. La casa stava in alto, sul picco di una roccia che cadeva a piombo verso il basso. Da là sopra si dominava l’intero orizzonte. E il mare appariva verticale, una distesa enorme. Come non l’avevo mai vista in vita mia, una forte emozione. 
Per i vicoli la puzza della spazzatura si era un po’ attenuata. Disinfettavano con cloroformio e altre schifezze varie. Trascinando via la munnezza dal quartiere -ma dove l’avrebbero portata stavolta? - tentavano di cancellare le tracce della rivolta popolare. E già, la rivolta era come la munnezza. Cose disdicevoli, da togliere dalla vista dei buoni cittadini. L’odore acre del disinfettante, mescolato ai miasmi dei rifiuti in decomposizione fluiva nei miei pensieri di disfatta. L’effetto, su di me, era nauseante, devastante.
Umor nero il mio. La mia era una sconfitta incondizionata perché non capivo la ragione, la sostanza degli avvenimenti. C’erano cose che mi sfuggivano. Storie incomplete. Uomini mai messi del tutto a fuoco che sparivano all’improvviso dalla mia vista. Ire dimenticate, fuochi rapidi ad accendersi e spegnersi. Aneliti dissolti senza lasciare traccia. Animi dilaniati che si erano di colpo acquietati. Scenari smontati troppo in fretta, speranze naufragate, conciliazioni assurde e inaspettate.
Tutto era tornato pacifico come prima. Per me un paradosso insopportabile. Come se nulla fosse stato. Da qualche parte doveva pur esserci il capo di quella matassa informe.
Tutto, alla fine, rientra, si ricompone.
Ormai m’ero fatta l’idea che a Napoli questa fosse la norma. Come se nulla fosse. Una città splendida ridotta a un’immensa buca di spazzatura. Spazzatura vera e come metafora. E tutti tolleravano tutto. 
In un momento sembrava che la terra dovesse inghiottire i prepotenti e la loro arroganza, che il popolo potesse cancellare tutto, conquistando la sua indipendenza, e subito dopo tutto si dimenticava. 
Il destino? Un disegno superiore già tracciato, contro il quale non potevi nulla. Era la terribile Nemesis, priva di qualsiasi scrupolo. Tutti erano vittime del suo capriccio, inutile ribellarsi. L’antica rassegnazione del popolo napoletano, ereditata dagli antichi greci, mi penetrava sotto la pelle. Mi narcotizzava. Che ci volevi fare? Mi ripetevo senza convinzione. Incazzato nero.
E Aitano? Sembrava sparito. Anche lui inghiottito nel nulla. 
Un popolo, una plebe che ogni tanto s’infuoca. Si ribella e sembra che voglia mangiarsi il mondo.
Episodi di ribellione come strani punti di una storia di sottomissione, nodi di rabbia che esplode e che poi svaniscono nella merda del quotidiano, avvilendoti ancora più di prima. Donne che cacciano i tedeschi e la loro protervia, la loro violenza cieca, rozza e bastarda. Ragazzotti scalzi che mettono in fuga gli eserciti spagnoli, spingarde, cavalli e archibugi. Altri ragazzotti con le scarpe rotte che lottano contro i carri armati. Come ce li aveva raccontati Nanni Loy.
Il popolo è sempre stato lo stesso. Debole e confuso. Disperato e impotente. Vigliacco e cialtrone. Avvilito, rassegnato. Incazzato e violento. Ma poi si è sempre piegato. Come Cristo al suo destino. Abbracciando la sua croce. 
A ognuno la sua croce. 
Nel Seicento come oggi, in questo momento. Le teste non cadono com’era facile cadessero allora a Piazza Mercato. Ma la logica è la stessa. Chi può approfitta e diventa spietato, tradisce la sua gente, la rinnega. Scimmiotta quelli che l’hanno tenuto fino a quel momento in scacco. Così i deboli diventano prepotenti e gli umiliati si trasformano in torturatori. Poi c’è la specie più infame, quelli che fanno le veci dello stato e ne ricavano soldi. Gli arrendatori, gli speculatori, gli sbirri di tutte le epoche. I soldati di ventura, quelli che distribuiscono la morte a pagamento. Quelli che prendono il pizzo. Appoiano a liubarda, appoggiano l’alabarda, cioè sfruttano tutto, come la soldataglia spagnola, data in affidamento a una famiglia. Diventavano padroni di ogni cosa, letto, cibo, soldi, mogli, figlie e bambini che destinavano a fare le puttane, allo schifo della strada e si piazzavano in casa da piccoli tiranni parassiti, riducendo i maschi di casa a schiavi, a pulire loro il culo. Turpi soldati, feccia degli uomini. 
La plebe ogni tanto esplode per la rabbia. Ma poi, come dice Malaparte, si chiude, ripiega nella solita rassegnazione. Sopporta tutto. Accetta il destino che scende dall’alto. La mala sorte s’infila in ogni connessura della realtà come un morbo letale e inevitabile. E tutti ne soffrono, sembra ne debbano morire, ma alla fine, non si sa come, sopravvivono, in qualche modo.
Napoli ha accettato il suo destino, centocinquant’anni fa, quando è stata declassata, non più capitale di un regno, ma simbolo della vergogna e dello sfacelo del sud d’Italia. Capitale di una terra di frontiera, di un deserto. A capitale ra’ munnezza. 
Un popolo in guerra, in prima linea. Come se niente fosse. Nel Settecento grande città d’Europa, seconda solo a Londra e Parigi, oggi è la sua pattumiera, proprio alla lettera perché da tutte le parti qui si vengono a versare merda e prodotti tossici. La plebe ha accettato di non avere più un re. Ha permesso che la memoria dei suoi re, ritenuti da tutti maledetti, inetti, arroganti, barbari, fosse disprezzata. Che tutto fosse annullato. Che la grandezza del Settecento napoletano svanisse come un fuoco fatuo, una nebbia, un sogno.
I Napoletani hanno sopportato e sopportano, come inevitabili, gli insulti della parte più stupida di questo condominio piccolo borghese di merda al quale l’Italia s’è ridotta. Sopportano la strafottenza della peggiore classe politica che ci sia stata negli ultimi due secoli. Una barzelletta, peggio, una truffa, una congrega di uomini da niente. Subiscono l’arroganza della delinquenza più proterva e bestiale. Lasciano che le loro sorti dipendano interamente dal capriccio, dall’ignoranza e dalla convenienza dei piccoli re delinquenti che proliferano come vermi su un cadavere in decomposizione, i piccoli boss, i miserabili che si credono grandi padreterni. 
I napoletani sono cavie. Fenomeni da baraccone. Da mettere in mostra come freaks. Storpi, nani ripugnanti, con due teste e un cazzo foscio al posto del naso. 
Roba da depravazione. Da fare il solletico e accendere le voglie di tutti i devianti del mondo. Fuck you.
Come quella donna in tuta verde pisello. La tuta e il colore ne esasperano la pinguedine. Col grasso che le scivola sulla vita da tutte le parti, un sorriso brutto e sdentato. Canta Dove sta Zazà,stonata, fuori tempo e Turturro la mostra, per quello che è. Senza alcun pudore. Proprio perché è così. In una nuova estetica del piatto orrore quotidiano del vicolo più infame.
E, incredibile a dirsi, quel fenomeno da baraccone diventa addirittura bella, fa tenerezza. Grandezza dell’arte e miseria della realtà più bassa. Sullo sfondo un cumulo di spazzatura. Sui muri, sporchi di secoli, graffiti sgrammaticati, lettere perdute di un’ignoranza che non ha più significato. Che non dovrebbe più aver ragione di esistere.
Una Napoli così com’è. Privata dell’irritante, menzognera e consunta iconografia classica. Quella dei miei ricordi da piccolo. Ridotta allo scheletro. Niente mandolini e putipù. La tarantella in costume non c’è. Non ne sopravvive nemmeno la memoria. Quello che dovrebbe somigliare al ricordo è, in realtà, un de profundis recitato a mezza voce, senza troppa convinzione, pensando ad altro. 
Ma tutti ballano lo stesso. Al di là della morte. Al di là del bene e del male. 
Ballano come fanno la rivoluzione. Fanno la rivoluzione come se si trattasse di un ballo. Un giro e basta. Poi tutto come prima.
Questo io non lo capivo.
Ostinati. Cocciuti. Come se non riuscissero veramente a capire quello che stava loro succedendo. Quello che gli altri architettavano contro di loro. 
Si lasciano osservare. Si mettono in mostra. Come le scimmie. 
Ballano e cantano nei mercati, tra case sporche e misere. Tra stucchi ormai consunti e volute barocche mescolate a panni laceri, pietre logorate dal tempo e dalla sporcizia. Pietre di una passata grandezza e nobiltà, pietre di fuoco spento, ricoperte di grasso e petrolio. Ogni tanto, tra una finestra sbilenca, un balcone troppo pieno di panni, fili che corrono da una parte all’altra, pennate di plastica, lamiere, maree di antenne televisive, parabole, tubi, pluviali e groppi, matasse ritorte di cavi della luce, intravedi graffiti geniali, sbiaditi, slavati, nascosti tra le crepe dell’intonaco.
Donne che cantano, ballano e ridono. Si spingono tra loro e se ne fottono di chi le osserva. Ostentano gioia. Nella piatta banalità insulsa di ogni giorno. 
Nella totale indifferenza di tutti. Con il mondo intero che osserva, pieno di meraviglia, questo zoo. Che lo apprezza per quello che è. Un serraglio. Come si guardano le bestie in gabbia che possono essere pericolose ma che sono ridotte all’impotenza e impazziscono nello spazio ristretto. L’impressione di stare in un giardino zoologico è forte e persistente.
Cantano sotto la statua del Nilo. Nel cuore di Napoli. Una voce bellissima, calda, di un garzone, improvvisato soul singer, che ti avvolge. Dove c’era una volta il groma, il centro della città greco-romana ora c’è una folla di turisti che corrono incarrettati verso Forcella e San Gregorio e cantano anche loro assieme al giovane.
Cantano, tutti.
Ragazzi dalle voci straordinarie, melodiose, cupe, armoniose e dolcissime. 
Trascinano gli altri a cantare in coro. 
Mi veniva da piangere per la rabbia. I miei passi risuonavano nella notte del vicolo stretto come squarci di tempo fuggito via troppo in fretta.
Quella rabbia che monta sorda, cupa, compressa quando vedi che tutto cade, che tutto rovina e che su questo disastro tutti stanno a guardare.
Aspettano. Cosa? Che tutto si compia? O sanno che non c’è più nulla da fare?
Mi chiedevo, ma come fanno a cantare? Ancora si può cantare? 
Mi venne in mente la favola raccontata da Mario. Tornare alla terra, lui diceva. Quale terra? Quella devastata, infettata dal lordume del mondo, avvelenata dai rifiuti nocivi che da ogni parte qui sono convenuti?
E loro, nonostante tutto, cantavano e ballavano.
Mario, nonostante tutto, credeva che nella terra ci fosse la salvezza. Se lo dici oggi, anche un ragazzino ti ride in faccia.
«A terra? Turnammo a faticà a terra? Giuvino’ ma nun ce facite ridere!». 
Un sorriso con denti bianchissimi e una fossetta che si scava nella guancia un po’ paffuta. Le palpebre stringono leggermente gli occhi neri, neri e lucidi. Ti guarda per vedere se veramente ci credi alla stronzata che hai detto o lo stai pigliando per il culo.
«Cca, into a stu’ mumento, ‘e renare s’hanna fa ‘e pressa. Na botta sola e fuje. E se n’hanna fa pure assaje. Cchiù assaje ca putimmo» aggiunge, pigliandoti per fesso.
«Forse hai ragione tu. Ciao guaglio’. Statte bbuono» gli dici poco convinto.
«Se, se. Statte bbuono pure tu». 
Su tutto la musica. 
La sentivo nell’aria, strisciare. Geniale sottolinearne la provenienza arabo-africana. Ritmi forsennati e corpi che si scatenano sullo sfondo della scala più bella del mondo. Quella del palazzo dello Spagnolo. Sanfelice era quello che qui chiamano uno sfaccimmo. Architetto che arravugliava lo spazio, lo arrevutava come voleva lui. Turn it, Twist it. Un miracolo di bellezza, il luogo, la scena di un teatro interno, tutto per il nobile che le scende e la carrozza che sotto, nel cortile, lo aspetta.
Canti e balli. Tutti gli esclusi di tutte le terre e di tutte le storie cantano e ballano prima di morire.
Ragazze come invasate. Corpi elastici e vibranti come corde di un invisibile strumento. Ballano come indemoniate. Splendide, ti avvolgono e coinvolgono. Ti metteresti anche tu a ballare. Dove stai, con chi stai, non importa.
E che te ne fotte. Il ritmo ti prende.
Pensata da uno degli architetti più geniali di tutti i tempi, la scala più bella del mondo. Ha tanti occhi e una bocca. Come una maschera che si apre sul vuoto. Una scenografia allucinata di un tempo smarrito, di un’altra epoca, tramontata per sempre.
Un paradiso perduto.
Come la Napoli dipinta da don Titta Lusieri, vista da Capodimonte, sotto i raggi dorati d’un sole antico. Un fasto perduto, un sogno mai sognato. Che affoga nella merda. 
Lutamma! Così i napoletani chiamano gli escrementi del mondo, della gente, la feccia diremmo noi. Così dobbiamo chiamare chi ha ridotto a merda quella bellezza.
Lutamma, granda lota! Merda.
Se ci dev’essere al mondo una rappresentazione della colossale stupidità degli uomini questo avviene, ogni giorno, a Napoli. Il disprezzo, il vuoto, la noncuranza.
Napoli è il luogo in cui si sperimenta, da vicino, la stupida, vuota, arrogante ignavia del genere umano.
E sulla distesa sterminata di rifiuti e di merda galleggia la ribellione di piccoli delinquenti stolti, bruti, massa informe e sciocca. 
Fuochisti pronti a recitare il ruolo degli sfaccimmi.
Nella più colossale strafottenza. Uccidono senza pensarci.
Un mondo che se ne va tranquillamente verso il disastro. Un miracolo buttato con indifferenza nel cesso. 
Questa è l’umanità. Questa è Napoli ora. 
Come avrei mai chiuso il cerchio delle mie riflessioni verso una conclusione accettabile? 
La testa a volte non ci arriva. 
E non basta nemmeno il cinismo a tirarti fuori. Rimani intrappolato. Si futtuto guaglio’. Fuck it.
Il cinismo è un gioco che non ci possiamo più permettere. Uno stare alla finestra che ti fa simile al criminale, al fuochista impazzito che uccide per gioco. Che spara ai Ferrajuolo, due vecchi e li fredda. Senza pietà.
Facile il cinismo. Da stupidi. Mi sentivo in trappola. Non c’era via uscita se non scappare.
Fuggire. Via, via, più in fretta possibile. E poi? Il male restava e avanzava. 
Aitano. Dov’era? E Menico? 
Una storia dolorosa, informe e sozza, lorda mi cadeva addosso come un mucchio di stracci infetti sfilati dalle membra corrotte degli appestati.
La peste. Aveva forse ancora un significato. C’era ancora come nel ‘56. La trista, nera signora deforme col corpo illividito dai malefici bubboni. Sozza e spietata.
La peste non era mai andata via. Se n’era stata in agguato per più di quattrocento anni, rintanata in un nero, lurido buco, pronta a ghermire.
Aveva ragione Malaparte. “Non corrompeva il corpo, ma l’anima”. Ma non era faccenda morale come lui aveva creduto, un’intima, lacerante decomposizione dell’antica, preziosa sostanza degli uomini. Era una componente stessa della vita. Stava attaccata ai muri dei palazzi, agli stipiti delle porte, ai rigonfi piperni barocchi dei sontuosi portali dei palazzi di Toledo. Alle scale e ai basoli del pavimento. All’aria che respiravi. Quando uno è malato e la malattia si trascina, che fa?
Si rassegna. E, per eludere l’angoscia della fine prossima, canta con il fiato che gli rimane, canta con ostinazione.
E gli altri? Stanno a guardare. Aspettano. Qualcuno insulta. Qualcuno prova pena. Qualche altro trova lo spettacolo noioso e va via. Allora sei veramente morto. 
Che dire di tutto quello che avevo visto in quel paio d’anni, in quell’inferno barocco e contorto che mi era passato ogni giorno sotto gli occhi?
Anche ogni tentativo di ribellione si perdeva nel vuoto, in una misera recita senza senso. Non si sapeva da dove cominciare, dove finire. Tutto era sconnesso. Le cose s’inseguivano senza alcuna ragione.
Questo è il caos? Ogni cosa si muove per i fatti suoi. Infiniti vortici impazziti che vanno a spasso a devastare le loro piccolissime porzioni di spazio. 
Riflettevo. Tutto si era compiuto. Tutto era rimasto sospeso. A mezz’aria. Ogni cosa riassorbita senza una giustificazione. Senza che gli avvenimenti, come si aspetta ognuno che abbia ancora un filo di lucidità nel suo cervello, nella loro drammaticità, avessero un qualche seguito, un fine, una ragione, una conclusione. 
Così terminano le storie a Napoli. Tutto si riassorbe in una totale, piatta rassegnazione.
Tutto rientra al di sotto della scorza della normale, banale disperazione quotidiana. Chi soffriva, torna a soffrire. Chi rideva, ride ancora come uno stolto. E chi rubava, continua a farlo, imperterrito.
Un destino? 
Forse. Certamente una maledizione che stagna, grava su questa città che ora si sommerge sotto un oceano infinito di rifiuti. E tutto scorre. Chi cantava continua a farlo. Una specie di “preghiera” ha detto John Turturro. 
Una storia senza morale, senza lezioncine per nessuno.
C’era da aspettarselo.
Io però non ero convinto. Da qualche parte, sotto quell’umanità negata, covava un fuoco. Così mi sembrava.
Night guaglio’. 

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