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ebook di ArchigraficA

mercoledì 7 gennaio 2015

Ragazze solari



di Claudio Cajati


Ernesto è un mio amico. Anzi, il mio amico. Quello più caro, più premuroso, più generoso. Che si può volere di più dall’amicizia? Anzi, che si può volere di più dalla vita?
Però c’è un però. Nella sua premura, nella sua generosità, Ernesto è mosso da uno slancio irrefrenabile che lo induce spesso a trascurare la conoscenza. Insomma, non mi conosce bene. E privilegia la cieca generosità rispetto all’attenta disamina di quelle che sono le mie esigenze, i miei desiderata.
Capita che ogni tanto, non richiesto, mi fa qualche regalo inopportuno.
Voglio fare un esempio. L’ultima che ha combinato. Così potrete rendervi conto.
Bisogna sapere che io con le ragazze sono una frana. Mi piacciono molto, anche quelle non tanto carine – hanno tutte qualcosa di grazioso e segreto che mi attira comunque. Ma quando si tratta di abbordarle, mi emoziono talmente che mi impappino. Ed è subito un disastro.
Ernesto è tutto il contrario. Non è questione di bellezza, intendiamoci: lui non è più bello di me. Anzi. È semplicemente che lui con le donne ci sa fare. Le attira come mosche sulla cacca... cioè no, scusate, volevo dire sul miele.
Ne ha sempre talmente tante per le mani – e dico mani per non dire altro – che, nonostante sia molto virile, non ce la fa a gestirle tutte.
E allora, cosa ha pensato l’altra settimana? Ha pensato, premuroso e generoso qual è, di prestarmene una. O meglio, di regalarmela!
A voi femministe, che magari state leggendo, ve lo dico in anticipo: Ernesto è un porco maschilista che concepisce e tratta le donne come puri oggetti, non ci sono dubbi: prestare o regalare una donna a un amico! È semplicemente ignobile.
Ma lui l’ha fatto. E io, come potrei non confessarlo?, non ho avuto la forza di rifiutare. La ragazza era carina, accidenti e com’era carina.
All’appuntamento, Ernesto l’ha spinta verso di me con la grazia con cui si spinge il carrello al supermercato. E mi ha detto: “Si chiama Solange, è di origine francese, ti piacerà, è una ragazza solare...”
Lei mi ha sorriso, è arrossita un po’, si è accostata sinuosa e suadente. Promettente. Ma io mi ero distratto. Colpito e preoccupato per quel “è una ragazza solare”.
È d’uopo a questo punto una spiegazione. Sono anni che non vado più al mare. E che c’entra questo?, direte voi. C’entra, eccome c’entra.
Non vado al mare per vari motivi. Ma soprattutto uno: ho la pelle chiara e delicatissima. Ebbene il sole al mare scotta di più, per cui io mi brucio maledettamente, nonostante l’uso accorto di pomate ad altissima protezione.
Orbene questa Solange, l’abbiamo detto, era una ragazza solare. E quindi, come avevo subito sospettato e intuito, mi poteva fare l’effetto di una sciagurata esposizione al sole.
E così in effetti è stato. Queste ragazze cosiddette solari, tanto decantate sempre, sono invece, per noi gente pallida, una vera iattura.
Solange, già ai primi approcci, ai primi abbracci e baci – deliziosi, devo dire – la sentivo calda, anzi bollente. Emanava un calore spaventoso, insostenibile. Ma, quel che era più grave, da ragazza solare qual era, ovviamente privilegiava il sole vicino al mare. E lì, in quei posti deleteri, mi attirava con le sue innegabili grazie e le sue collaudate arti femminili. Io non sapevo dire di no, come pure avrei dovuto.
Avevo voglia a spalmarmi tutto di pomata protettiva – già la cosa mi rendeva ridicolo ai suoi occhi – due nemici implacabili mi assillavano e presto mi vincevano: il sole a picco sulla spiaggia e gli scogli, lo splendore solare di lei nei suoi baci e carezze roventi.
A un certo punto mi guardava perplessa. Forse sul punto di scoppiare a ridere. Ed io, anche senza ispezionarmi ancora in uno specchio, già sapevo di essere tutto paonazzo e bruciato. Dovevo essere esteticamente orrendo, e non mi potevo nemmeno più permettere il sesso.
Alla fine di questa brutta storia, mi dovettero addirittura ricoverare nel reparto grandi ustionati. Mi raccomandai con la caposala di non far entrare nella mia camerata una ragazza di nome Solange.
Mi ci volle molto tempo per guarire. Quando fui di nuovo in piedi, fuori da un letto, con la mia pelle chiarissima e lentigginosa, corsi da Ernesto. Nel periodo della mia degenza, lui aveva fatto solo una fugace e imbarazzata capatina.
Ero arrabbiato con lui. Anche se lui mi aveva offerto Solange per amicizia, a modo suo, ignaro delle conseguenze.
È vero che a volte gli esseri umani escono di testa e fanno gesti inconsulti di cui subito si pentono. Successe a me: mi scappò di mollargli addirittura un tremendo manrovescio.
Con il labbro inferiore che gli sanguinava, Ernesto mi guardò sgomento – non lo dimenticherò quello sguardo. Poi riuscì a bisbigliare, un bisbiglio dettato da amara saggezza: “Ecco cosa si guadagna ad aiutare gli amici!”


domenica 4 gennaio 2015

Ma poi al pomeriggio




di Claudio Cajati


Ogni maschio, come negarlo?, vorrebbe avere come vicina di casa una ragazza giovane, bella, simpatica, disponibile, invitante, da farci correre le fantasie più sfrenate.
A me era invece capitata Flora. Un fiore nato appassito. Mai mi ero veramente interessato di lei, ma abitavamo in due appartamenti contigui. E così ci era capitato a volte di affacciarci a due finestre molto vicine. Lei, col suo fare discreto e timido, raramente si voltava verso di me: così mi era stato possibile studiare bene il suo profilo. Il volto troppo lungo, la pelle pallidissima, gli occhi stretti e spenti, il naso aquilino, le labbra sottili e smunte.
A volte mi domandavo, dolorosamente, quale uomo potesse mai desiderare un giorno di farci l’amore.
In seguito ho scoperto che Flora fa la commessa in una profumeria. E’ una buona profumeria e credo che è per questo che ci vado. Ma ogni volta cerco sempre di farmi servire dall’altra commessa, Gaia, che è ubertosa, appetitosa, allegra. A Flora intanto però mi sono affezionato. Provo per lei una dolce compassione.
A volte ci capita di tornare di pomeriggio dai nostri lavori – la sua profumeria, il mio studio di rappresentante – alla stessa ora. Vedere davanti a me quella figurina fragile, quasi piallata, dal passo timido e indeciso e il capo quasi sempre chino, mi stringe il cuore e, chissà come, vorrei fare qualcosa per lei.
Ma l’altro giorno è stato diverso, incredibilmente diverso. Flora avanzava spavalda, rigogliosa. Sembrava un fiore appena sbocciato, in tutta la sua turgida pienezza.
Non era truccata più del solito – praticamente non si trucca mai – non aveva messo dei push up per accrescere i suoi piccoli seni quasi puberali, non aveva indossato uno di quei jeans che tirano su e conformano piacevolmente i fondischiena.
Era pur sempre Flora. Dovevo essere un bel po’ masochista: lei mi andava avanti, mi faceva l’occhiolino e mi piegava l’indice invitandomi a seguirla. E io la seguivo, obbedivo come un cagnolino, come un cagnolino ingenuo che obbedisce senza sapere perché. Ci doveva essere in me una curiosità malata, non sostenuta dal desiderio.
Ha aperto porta di casa sua con un gesto fluido, suadente, mentre mi sorrideva di un sorriso torbido e promettente che mai avevo conosciuto. La casa era tutta profumata. Un profumo che mi spiazzava, mi stordiva, mi sopraffaceva.
“Entra” ha bisbigliato. E si è avviata verso il salotto di cui subito ha abbassato le luci, fin quasi a raggiungere il buio. Mentre io imbarazzato non sapevo che fare, ho intuito che lei si stava lentamente spogliando. C’è stata una lunga pausa. Ma poi, invece che il suo corpo ossuto, mi hanno raggiunto i suoi polpastrelli tiepidi che si sono dedicati a percorrere dall’alto tutto il mio corpo. Una lunga carezza estenuante.
Quindi ho sentito nell’orecchio il suo fiato caldo e imperioso che mi incitava a spogliarmi a mia volta. E, siccome stupidamente esitavo, l’ha fatto lei stessa, toccandomi con sapienza nei punti più erogeni.
Senza rendermi conto di come fosse avvenuto, mi sono trovato dentro di lei, risucchiato in una voragine di delizia. Era veramente lei, la magrolina, piallata, dal naso aquilino e i fianchi scarni, o il buio complice l’aveva trasformata in un’altra creatura, ben più desiderabile, più erotica, travolgente? Ero forse vittima, fortunata, di un prodigio?
Flora, o chi lei era adesso, era insaziabile. Con carezze sapienti, con fiati caldi, con frasette provocanti, tornava ogni volta all’assalto, faceva ricrescere in me la libido, mi induceva a penetrarla più e più volte. Quel che non avrei mai creduto possibile, eppure lei era riuscita a spingermi a tanto.
Ormai ero stremato. Lei si divertiva a prendermi in giro: “Te l’aspettavi, eh, te l’aspettavi?”. Io ho avuto appena la forza di mormorare: “No, in verità, devo confessare che non me l’aspettavo.” E allora lei si divertiva ad infierire: “Ma non è finita qui, mio caro, non è affatto finita qui: ad altre prodezze sei chiamato… non so se hai capito che tipo di femmina sono io…” Mi veniva quasi da piagnucolare: “Ma c’è un limite…” Al che lei ribatteva, torbida: “Ed è quello che stiamo cercando in te: solo quando lo si raggiunge, lo si conosce.”
C’è voluto ancora qualche disastroso amplesso per raggiungere il famoso limite.
Quando si è rialzata e rivestita, nelle luci del soggiorno ho ritrovato quella figura smilza, priva di forme esuberanti, gli occhi stretti come fessure stanche, il naso minacciosamente aquilino, le labbra scarnificate e sottilissime, il fondoschiena timido, i fianchi insufficientemente ampi. Una donna che mai mi sarebbe venuta voglia di amare.
E davvero mi è venuto il dubbio che il folle amore con Flora sia stato tutto un sogno. O un fortunato sortilegio.


Canzonette idioti o il respiro infernale della terra avvelenata?

Alessandro Scarlatti

di Giacomo Ricci

Siamo un gruppetto di napoletani che, non si sa perché, amiamo la nostra città.
L'idea che abbiamo in testa  gira intorno a una Napoli che non è quella che ci raccontano i media, Saviano con «Gomorra, la serie» e che Salvini crede di conoscere.
E' una Napoli che noi abbiamo chiarissima nella mente ma che la contropropaganda confonde di continuo, riducendola a due aspetti, apparentemente opposti ma complementari: la Napoli canticchiante e stupida di Gigi D'Alessio e quella truce della camorra, dei rifiuti.
Da un lato la canzonetta becera (e cretina, scusami Gigi, ma non trovo parole migliori per identificare il tuo cinguettio neomelodico, superficiale, scontato nei suoi  sentimenti triti, ritriti, impastati al limite di una pappettina dolciastra che sa, però, forte di rancido); dall'altro la ferocia infernale di chi non evita di dichiarare la morte di interi territori, effettuando genocidi e assassinii di massa di fronte ai quali anche delinquenti storici come Hitler e tutto il corpo delle SS proverebbero imbarazzo e forse anche un po' di scuorno.
Perchè se si rimane costretti nella dicotomia di cui sopra non si va da nessuna parte. L'unica alternativa, confesso, sarebbe quella di dire «Vesuvio, pensaci tu!».
E sia fatta la volontà del cielo. Chi s'è visto, s'è visto, come si dice a Napoli.
Ma le cose, come sappiamo bene e sanno quelli che conoscono la storia di Napoli non stanno affatto così.
Anzi.
Alla base di questa riduzione ai minimi termini di Napoli nei due stereotipi contrapposti, ci sono forti interessi e manovre da parte di chi vuole che le cose siano così rappresentate.
Una Napoli alla Gigi D'Alessio, diciamolo pure, fa veramente schifo. Come fai a cantare canzonette idioti quando lo scenario della città sul piano del suo concreto status è disordine, delinquenza, inquinamento, spazzatura e sottocultura?
Non ti viene da pensare: ma che gente di merda, ma che avranno mai da cantare?
E quando poi il guaio non è solo locale ma nazionale, che fai?
E già, perché la terra dei fuochi ha interrati, nelle sue viscere, i rifiuti tossici di gran parte dell'industria italiana del nord.  Allora fai finta di non capire, butti a scordare, sostieni qualche voce (idiota) che nega tutto e così via.
Bene. In questo panorama a dir poco disastroso, se non apocalittico, qual è l'idea che noi, sparuto gruppetiello di napoletani ci ostiniamo ad avere nella testa?
Lo dico subito.  Si tratta di un luogo figurato. Che probabilmente non esiste. Ma che r-esiste nel nostro immaginario. Come facciamo a definirlo? Che cos'è? Da dove iniziamo? A quale Santo ci votiamo per metterne a fuoco i lineamenti? Per avere almeno la forza di immaginarlo? Perché, date le premesse che dicevo, ci vuole una gran forza per immaginare un'alternativa alla cretineria becera dell'ignoranza canzonettara o alla violenza infernale dei demoni che hanno devastato la terra e avvelenato tutte le sue creature, uomini, piante, bambini compresi. Soprattutto i bambini.
Comincerei  con una definizione.
Anni fa, un architetto milanese, assai intelligente, al punto che lo identificammo tutti (tutti noi architetti italiani) come un vero caposcuola, ebbe la pensata geniale  e il coraggio di uscirsene con una definizione a dir poco entusiasmante per chi amasse l'arte e l'architettura.
Aldo Rossi (questo il nome dell'architetto in questione) definì «la Città Analoga».
Che cos'era? Che cosa s'era inventato il professore Rossi?
Ve la faccio breve, scavalcando teorie, pensieri, idee e tutto il resto che accompagnava questa definizione.
La «Città Analoga» era, per Rossi, in buona sostanza, una sorta di modello ideale, come avrebbero potuto essere le città ideali del Rinascimento italiano, ma più su un piano concettuale che stilistico. Cioè, quello cui voleva riferirsi Rossi era un prodotto culturale complesso, che raccoglieva, nel suo corpus, tutte le soluzioni ottimali, meglio riuscite  sul piano artistico e culturale dell'architettura italiana di tutti i tempi.
Allora, se potessimo passeggiare idealmente per la Città Analoga, ci imbatteremmo in tutti i capolavori eterni che l'uomo ha avuto la forza e il coraggio di produrre nella sua storia, tutti lì riuniti. Come un vero e proprio campionario di meraviglie, concorrenti assieme nella definizione di un paesaggio urbano perfetto, armonico, splendente, unico.
Un riferimento culturale, insomma, una sorta di manuale di soluzioni eccellenti, capace di fare da guida in ogni futura creazione.
Ma anche una città vera e propria, da vivere, almeno sul piano ideal-culturale, un riferimento, una poesia fatta concretezza, un'opera d'arte sublime, realizzata dal concorso del meglio che, nella storia dell'architettura, gli architetti-artisti abbiano pensato.
Certo. Nulla di più lontano dalla pratica ingegneristica costruttiva della nostra epoca di geometri di campagna e cialtroni, pronti a gettare quanto più cemento possibile, a ingurgitare quanto più panorama naturale possibile. Uno straordinario strumento logico, la Città Analoga, utile a stabilire differenze, a tagliare menzogne ed errori della pratica conduzione delle concrete soluzioni per la città contemporanea.
Come dire: «Chi conosce a fondo il materiale della Città Analoga, sa come affrontare i problemi della nostra epoca e sa come mettere  da parte equivoci e imbrogli, orientandosi con decisione sulla strada delle soluzioni corrette, della corretta interpretazione della realtà che ci circonda».
Ecco, allora, l'idea di definire una «Napoli Analoga», un luogo nel quale l'arte, la cultura, l'umanità complessa di questa città possano confluire senza le contaminazioni di merda (canzonettismo sciacquetto e malavita infernale fuori controllo) possano aver campo. Anzi, ne siano rigorosamente bandite.
All'obiezione che le due immagini di cui sopra siano strettamente connesse con qualsiasi operazione culturale e artistica mi oppongo con fermezza.
I riferimenti di «Napoli Analoga», come vuole Rossi, sono soltanto quelli alti, storici. Così, come nella Città Analoga possiamo immaginare il Pantheon, il Colosseo, il Duomo di Firenze, la Cupola di Brunelleschi e la volta della Sistina, in Napoli Analoga hanno diritto di asilo le ricerche in lengua napolitana di GiovanBattista Basile e Giulio Cesare Cortese, Lo cunto de li Cunti e la Vajasseide, le invenzioni di GiovanBattista Della Porta (sembra essere stato il primo  inventore della storia del prototipo del cannocchiale ), la musica di Paisiello e Cimarosa, i quadri di De Ribera e Battistello Caracciolo e non le schifezze di D'Alessio e dei neomelodici.
Ogni napoletano colto sa bene che cosa può rientrare in questo modello teorico-culturale così come nessun architetto, degno di questo nome, metterebbe accanto al Battistero de Lo sposalizio della Vergine di Raffaello, un edificio di speculazione marcato Ottieri.
E' questione di intelligenza e cultura. Ma è soprattutto rigore nella costruzione di un repertorio di esempi validissimi sul piano artistico, culturale, linguistico che hanno fatto di Napoli un simbolo forte e resistente sul piano culturale, in grado di affrontare e sconfiggere gli attacchi degli imbecilli e degli ignoranti.
Totò, Eduardo e il suo teatro, Peppino e la sua forza umana, De Ribera e il suo mestiere, Aniello Falcone e il suo studio-scuola, Domenico Gargiulo, Salvator Rosa, Carosone e la sua simpatia, Gegè Di Giacomo e la sua batteria indiavolata, Troisi e la sua poetica bravura, Paisiello, Cimarosa, Scarlatti, Scarpetta e le sue pochade, James Senese, Vanvitelli, Alvino, Pupella Maggio, Titina De Filippo, Salvatore Di Giacomo, Libero Bovio, Ferdinando Russo, Roberto Bracco, Il principe Sansevero, i suoi misteri e le sue invenzioni, l'abate Galiani, Genovesi, Vico, Matilde Serao, Giuseppe Marotta, Luciano De Crescenzo, i ragazzi di Alessandro Rak e l'Arte della felicità, tutto contribuisce a definire un grande scenario di riferimento culturale straordinario che rappresenta il trionfo linguistico-artistico, le parole che intessono il discorso che regge un luogo magico, Napoli Analoga, il nostro grande manuale di perfetto comportamento intellettuale, artistico, morale, culturale. E di prospettive per il futuro. Supereremo l'ottusa, impazzita visione infernale della camorra e quella becero-cretina dei neomelodici da piazza.
Noi, gentiluomini, artisti  e filosofi. Noi della Napoli grande, della «Napoli Analoga», manuale di bellezza, perfezione e saper vivere.
Gigi, per piacere, fai spazio. 

lunedì 29 dicembre 2014

Nascere genio




di Claudio Cajati


Sono nato che ero già un genio. I miei genitori, invece, due cretini. Come è possibile che da due cretini nasca un genio? È proprio un bel salto. Ne ho concluso che è errata l’affermazione “Natura non facit saltus”. Invece li fa i salti, e il mio caso ne è una dimostrazione esemplare.
Tanto cretini i miei genitori, che non volevano farmi nascere. Dicevano a se stessi e ai rispettivi suoceri e suocere che non era ancora il momento giusto, che loro non si sentivano maturi abbastanza per fare un figlio. Solo che, bestie libidinose e malaccorte quali sono, tanto si sbatterono a letto che bucarono il preservativo. Ed eccomi qua, figlio non voluto, figlio eccezionale. Il che sta a dimostrare, ancora una volta, la saggezza di Lao Tse: “Non tutto ciò che è bene, è bene; non tutto ciò che è male, è male”. Bucare il preservativo è male, farne nascere un genio è bene. Siete d’accordo?
Ho imparato a camminare a un mese. A parlare e a scrivere a due mesi, e facevo già delle frasi di senso compiuto. Il primo racconto l’ho scritto a un anno. Il primo manuale di tecnologia a tre anni. Ho preso la laurea in Ingegneria Meccanica a 10 anni, quella in Ingegneria Elettronica a 11 anni, quella in Architettura a 12 anni e quella in Filosofia a 13 anni. Sono Ordinario in tutte e tre le Facoltà.
Il campo in cui brillo maggiormente è quello delle invenzioni. Sono talmente straordinarie e talmente tante che, per senso della misura (“Est modus in rebus” dicevano gli antichi Romani) ne presento qui soltanto un’estrema sintesi, nel numero e nelle spiegazioni.
Ho inventato il ciucciotto autopulente: se si sporca, non occorre che la madre lo lavi perché ha un serbatoio di acqua e amuchina che entra automaticamente in funzione.
Ho inventato il lettino basculante a velocità variabili: quando ero neonato, notai che mia madre mi cullava facendo oscillare il lettino sempre alla stessa velocità, il che magari era rassicurante ma anche molto noioso.
Ho inventato lo spazzolino da denti programmato e semovente: dotato di un minuscolo software, è una specie di acrobata che, senza la guida della mano, si arrampica sopra e sotto, davanti e dietro la chiostra dentaria.
Ho inventato la posata unica coltello-cucchiaio-forchetta: si consegue in tal modo un consistente risparmio, sia nel numero di posate che nel loro lavaggio.
Ho inventato un’auto che usa la pipì come carburante: è necessario soltanto che il guidatore beva molta acqua, così gli basterà orinare in un apposito pitalino collegato al motore, e sarà libero dalla ricerca, talvolta angosciosa, di una pompa di benzina vicina e aperta.
Ho inventato un robottino che emette un verso a metà fra miao e baubau, cioè biao: questo ha il potere di far diventare amici, per sempre, cani e gatti, di qualsiasi razza, taglia ed età. Il detto “Fare come cani e gatti” scomparirà per obsolescenza.
Ho inventato un profumo per sedurre le ragazze. Tutte, disponibili o ritrose, sposate o zitelle, eterosessuali o lesbiche, religiose o atee… tutte insomma, si lasciano andare ed è possibile possederle, perfino in luoghi pubblici. Però, la durata dell’effetto è limitata, fra una e due ore a seconda del soggetto. E quindi bisogna, all’occorrenza, avere lo spray a portata di mano e fare un’altra abbondante spruzzata.
Molto grave, soprattutto in un Paese come il nostro che invecchia, il problema delle donne che non riescono a rimanere incinte. Con i connessi problemi della fecondazione eterologa, sì o no, e le infinite polemiche etiche e politiche che ne seguono. Ebbene ho risolto: ho inventato un additivo, da aggiungere al momento allo sperma, per avere gravidanze sicure. Le boccettine con il mio additivo vanno a ruba, ma io mi prendo solo 100 euro che poi devolvo ai bisognosi. E lo faccio in segreto, in modo che il popolo, comunque criticone, non lo venga a sapere.
Ho inventato un apparecchio, una specie di macchina della verità evoluta a cui è impossibile mentire. L’ho pensata soprattutto per i nostri politici, esperti in piccole e grandi menzogne, in promesse che già sanno di non poter mantenere, in omissioni oculate che sfuggono al povero cittadino impegnato a sopravvivere, in insinuazioni insidiose che sono invece spudorate calunnie. Al mio apparecchio, che funziona a base di vino ad alta gradazione, la verità non sfugge: come dice il proverbio, “In vino veritas”.
Ma. Ma c’è un ma: pure noi geni abbiamo qualche cruccio.
A scuola. Già alle elementari, e poi alle medie, al ginnasio, al liceo, all’università, la mia genialità induceva reazioni estreme. Tutti quelli che hanno avuto a che fare con me, anche i cosiddetti amici, si sono divisi in due gruppi: quelli che mi frequentano e mi adulano sperando chissà quale geniale ricompensa; quelli che si allontanano e mi evitano perché li faccio sfigurare e provare invidia.
Le donne. Vengono con me, anche quelle restie, già fidanzate o sposate. Il mio profumo magico per sedurle è infallibile. Del resto non sono brutto, e a letto me la cavo, anche se non sono un grande amatore. Ma poi, svanita l’azione del profumo (non posso spruzzarlo all’infinito!), se la svignano. Loro preferiscono gli uomini cretini o, al massimo, normali, con cui mettere in pratica la famosa parità dei generi. Purtroppo con un genio non c’è parità possibile. A meno che la donna non sia anche lei un genio. E qui in paese di genî ce n’è uno solo. Io. I miei genitori, i cretini doc, vorrebbero aiutarmi. Ogni tanto se ne escono con frasi del genere: “Leonardo, tu cerca di nascondere che sei un genio, fai la parte di quello normale, e anzi ogni tanto fai qualche fesseria, di’ qualche scemenza… Tutti, uomini e donne, non vogliono uno come te, vogliono uno al loro livello, sennò si mortificano, finiscono per trovarti insopportabile…” A questo punto è meglio se sto zitto: che gli dico a fare che io sono quel che sono, e non mi va di fingere?
Poi ho il problema che molti, diffidenti o invidiosi, sostengono di non credere a tutto quello che ho inventato e so fare. E, di bocca in bocca, nel paesino procede il tamtam micidiale: anche quelli disposti all’inizio a darmi un minimo credito, si convertono in critici impietosi. Allora mi è toccato mettere di nuovo in funzione il mio geniale cervello: dopo aver soppesato varie alternative, ho pensato di inventare uno spray che ubriacasse le menti e le costringesse a credermi, perfino se mi saltava in mente di buttare là una fesseria. Ma, stranamente, ho fatto flop.
In paese intanto si sono ormai coalizzati contro di me. Mi perseguitano quotidianamente, con sfottò, grida, calunnie, spintoni, sgambetti, lancio di pietruzze (“Ehi genio, da quale lampada sei uscito? Da quella di Aladino?” ”E faccele vedere tutte queste invenzioni, su, che siamo curiosi” “Se sei un genio, facci diventare genî anche a noi” “Sul cervello ci hai fatto un’assicurazione, nel caso si guasti? Ma quello è già guasto!” “Sei un genio e quindi ci guardi dall’alto, ma noi che ti guardiamo dal basso vediamo che le palle non ce l’hai!” “Ad Halloween, dopo che hai dato i dolcetti, cosa gli hai fatto alle bambine, eh sporcaccione?” “Anche fosse vero che sei un genio, resta il fatto che a noi sembri soltanto un poveraccio isolato e asociale”).

Ho dovuto rifugiarmi in casa. Loro credono di avermi sconfitto. Ma non sanno che la solitudine aguzza l’ingegno, soprattutto quello del genio. Ogni tanto mi affaccio alla finestra e mi faccio vedere stanco, demotivato, abbattuto, addirittura depresso. Mando perfino, di tanto in tanto, qualche gemito e qualche singhiozzo. Loro pensano di avermi proprio annientato, di essersi liberati finalmente di quel presuntuoso bugiardo che si vuole far passare per un genio. E non sanno niente dell’ultima invenzione che sto mettendo a punto. Una super bomba per farli fuori tutti. Allora sì che sarò veramente solo.