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ebook di ArchigraficA

martedì 25 novembre 2014

Incontrare un amico ...

.... e poi scoprire che non l'hai mai conosciuto...


di Giacomo Ricci



E' un po' lungo, ma vale la pena leggerlo tutto, ve lo assicuro.
Divertente e soprattutto istruttivo.
Mi è successo davvero qualche tempo fa:
Allora, una mattina, verso le 11.00, sono stato invitato, senza rendermene conto, a uno spettacolo teatrale di alta recitazione, al modico prezzo del biglietto di soli 10 euro.
Come?
Se avete pazienza, ve lo spiego. Anche perché così farete in modo di non capitarci pure voi.
Ero all’ingresso del parcheggio Brin. Ci avevo depositato l’automobile un paio d’ore prima. Avevo sbrigato le mie commissioni a Napoli e mi apprestavo a tornare a casa.
Mentre entravo per ritirare la macchina, ho sentito un clacson scampanellare allegro e persistente. Mi sono voltato. E ho visto una macchina bianca con un tizio che da lontano si sbracciava per salutarmi.
In genere non mi fermo per strada. Ma spesso lo faccio perché incontro miei ex-allievi. Ed è sempre una festa. Uno dei pochi vantaggi di aver insegnato per tutta la vita. Spesso si tratta di ragazzi diventati uomini, irriconoscibili nel passaggio dalla giovinezza all’età matura.
Il tizio dalla macchina bianca ha aperto la portiera e ha detto «Professore, che piacere!».
E’ una specie di parola d’ordine. Se avesse detto «architetto», «ingegnere» o «signore» con eleganza, ma fermo, lo avrei mandato a quel paese. Perché odio gli attacca-bottoni.
Ma la parola «professore» è un passepartout del mio cuore. Incontrare un ex-allievo è sempre una festa, un ricordo, uno scambio di parole d’affetto. Quando una persona si ferma per strada per salutare un suo ex-professore lo fa perché ne ha un buon ricordo e dunque è una bella occasione per scambiare due chiacchiere. Si riesce, anche se in poche battute, a raccontarsi la propria visione del mondo. Mirabile sintesi dovuta alla fretta e al ricordo.
Il tizio mi viene incontro. L’aspetto dell’ex-fuoricorso invecchiato ce l’ha tutto. Camicia bianca, barba lunga, viso tondo e panza che trasborda dalla cinghia. Capelli corti e occhiali quadrati da intellettuale un po’ passatello. Il tipico allievo che ora è preso dal lavoro e dai problemi.
Si avvicina e mi tende la mano.
«Professore, a parte gli occhiali, lei è rimasto tale e quale, dopo tanti anni. Dio mio quanto tempo è passato».
Gli faccio la domanda di rito.
«Chi sei? Sai, siete in tanti, che non mi ricordo di tutti, non è possibile…» mi giustifico.
«Ma come, io sono il figlio dell’ingegnere Peppino Gentile. Non vi ricordate di me?».
Come succede sempre la mia mente insegue i ricordi. Ma di questo ingegnere Gentile non trovo traccia. Però, lo sapete meglio di me, quando la nostra memoria fa difetto, ci sentiamo sempre in colpa e abbozziamo. Facciamo finta di ricordare anche se, andando indietro, non troviamo proprio nulla.
Niente. Il vuoto più assoluto.
«Ma fammi ricordare» incalzo, «quando tempo fa?»
Spero che, come fanno gli altri, mi ricordi l’anno accademico, il corso tra i tanti che ho tenuto, negli anni, che magari mi ricordi all’epoca di chi ero assistente.
«Scusate prof ma voi adesso di cosa vi occupate? Non vi ricordate?».
Non capisco. Ma mi viene in mente un simpaticissimo mio collega geometra, quando facevo il disegnatore per il professore De Luca, mio maestro amatissimo. Il pensiero corre. Cerco di trovare somiglianze. Volendo, quella faccia irsuta e occhialuta che mi sta davanti potrebbe essere il figlio di Franco. Ma Franco, simpaticissimo e caro collega disegnatore, non era un ingegnere. Era un disegnatore meccanico. C’è qualcosa che mi sfugge. Sono confuso.
Ma lui mi travolge.
«Ah, prof, non sono più a Napoli. Mi sono trasferito a Milano. Ora siamo qui, con il mio gruppo, perché ci stiamo occupando del Grande Albergo d’Oriente e della Sala Paradiso. E’ un lavoro complesso. E poi il ritorno in questa città di merda…».
Lo guardo interrogativo.
«Che ti è successo?» chiedo.
«Niente. Faccio fare il pieno e invece del diesel mi fanno il pieno di super. La mercedes buttata. Mi hanno dato questa caccavella» e indica la macchinetta bianca, con una bella botta avanti sul parafango.
Non so perché ma il fatto di infilare il tubo della pompa di super nell’imboccatura del diesel mi pare strana. Non c’è un anello che lo impedisce, a prova di sbadataggine del rifornitore di carburante? Pensiero involontario, il mio. Ma in queste cose, sono una frana. Forse ricordo male.
«Prof e voi dove abitate?» mi chiede incalzando.
«Io a Furore».
Lui fa uno sforzo. Ci arriva
«Ah mi pare lungo la costiera…»
«Sì in Costiera amalfitana» dico.
«Fate bene. E ora di che vi occupate?».
Ma come, non sa che faccio l’architetto e che mi ha apostrofato lui stesso come prof?
Non riesco a mettere a fuoco perché lui parla, parla. E’ come una mitragliatrice.
«Prof. Datemi un vostro biglietto, così quando mi trovo in Costiera ci facciamo una mangiata di pesce a Cetara».
«Non ho biglietto. Vuoi il cellulare?»
«Ecco, sì. Va bene».
Gli compito il numero. Lui lo trascrive rapidissimo.
E si deve ricordare anche il mio nome perché non me lo chiede.
Poi, come se prendesse una decisione importante.
«Prof, per ricordo vi voglio dare il mio campionario».
Non so perché non fisso la parola «campionario» nella mia mente. La scambio, in maniera del tutto involontaria, per «catalogo» che più si addice a un ex-allievo di architettura, un catalogo di progetti, di realizzazioni che ha fatto con la sua ditta. E sì, mi fa piacere averlo.
Mi conduce al sedile di retro della sua macchina. Apre lo sportello. Ne cava fuori una busta me la affida da tenere con le due mani. Ci infila dentro una busta di plastica nella quale vedo, ben piegata una specie di giacchetta scura e poi ci infila una borsetta.
Io non capisco. Mi sento come un cretino.
«Ma che devo fare con questa roba?» gli chiedo.
«Per quanto vi prego, prof. Io sono felice che la teniate come mio ricordo».
Poi, prima che io possa dire una parola, mi abbraccia e mi bacia sulle guance da un lato e dall’altro. Mi stringe la mano con calore.
«Che piacere incontrarvi dopo tanto tempo. Uno di quei piaceri rari».
Io sorrido. Ma devo avere la faccia del fesso. Quasi quasi me ne rendo conto.
Non capisco.
«Ci dobbiamo vedere a Cetara. Una spasella di alici fritte e polpetielli…».
Io sorrido come uno che non capisce e non sa che fare.
Lui indugia. Fa per andarsene. Poi come se gli venisse in mente in quel momento.
«Prof vi devo chiedere un aiuto per la benzina».
Così, abrupto, non capisco.
Poi mi rendo conto. Il tizio vuole dei soldi.
Per fortuna nella tasca della camicia, in petto, ho dieci euro.
Gliele passo, giustificandomi.
«Mi dispiace. Ho solo questo. Ma con dieci euro di benzina hai voglia di caminar…».
Non mi fa finire.
«Uhà, prof, solo dieci euro? E non avete altro?».
E mentre dice così mi guarda come scusandomi ma come uno che allora deve prendere un provvedimento perché la cifra è proprio bassa e mi sfila, con rapidità e destrezza ,la busta dalle mani. Che, tra l’altro, io volentieri gli cedo perché mi brucia tra le dita come fosse incandescente. Sono felice di liberarmene.
«Prof allora ci vediamo a Cetara. Ci dobbiamo fare una panza di alici».
Monta in macchina e se ne va veloce. Sparendo alla mia vista.
Io rimango come un cretino. Felice, però, di essermene liberato per solo dieci euro.
Uno spettacolo che vale più di quanto mi è costato. Una bravura incredibile quella del tizio, nel prendere in giro i gonzi come me.
E non riesco ad arrabbiarmi. Anzi comincio a ridere come un idiota, mentre rientro al Brin per prendere la mia auto e tornarmene a casa.
Se qualcuno vi chiama da un auto e non lo conoscete, ovviamente non fermatevi.
Ringraziate con gentilezza, fate finta di non capire e andate via.
Vedreste questo spettacolo. Che è bello se raccontato da altri e fa anche divertire.
Ma vi assicuro che se ci capitate di persona, un po’ presi per il culo poi vi sentireste.
Ed è sempre meglio farne a meno.




Letteratura Disegnata: lezione due


Alfabeti e disegni
La calligrafia di Ugo Pratt







di Giacomo Ricci



«Il mio disegno cerca di essere scrittura. Disegno la mia scrittura, scrivo i miei disegni».
Straordinarie queste parole di Hugo Pratt, come ho già detto in precedenza. A questo proposito vorrei esporvi una mia particolare teoria. La quale suggerirebbe che Pratt abbia avuto tanto successo perché, sul piano del disegno, sia riuscito a costruire, libero da ogni inibizione «realistica», un alfabeto completo e complesso di simboli iconici.  Proprio come fa un bambino.   E che la sua «scrittura di parole disegnate» rappresenti una consapevole e deliberata ricostruzione dello spazio creativo-compositivo tipico dei bambini.
Anzi, diciamola meglio: in cui i bambini eccellono.
Dimensione spaziale e immaginativa che  artisti famosi, per tutta la vita, tentano disperatamente di riconquistare, riuscendoci solo in alcuni casi limitati e molto particolari.  Sto, per esempio, pensando a Marc Chagall e le sue deliziose figure che volano in cielo o Paul Klee e alla sua Storia naturale infinita, ai segni elementari che compongono le sue creazioni grafiche, le sue calligrafie, i suoi preziosismi iconici, i suoi alfabeti inusitati e fantastici.
Quando un bambino s’impossessa di un foglio di carta e compone in piena libertà non ha nessuna paura del vuoto del bianco del foglio. E’ come se i segni già ci fossero e lui, michelangiolescamente, non facesse che ricalcarli, portarli alla luce. Paura, vero e proprio horror vacui, che, al contrario, appartiene ad ognuno di noi, del mondo adulto.
Il foglio di carta bianca è spiazzante, spaesante, disorienta. Per ricomporci dobbiamo subito creare confini, cornici, punti di riferimento, direzioni da seguire nel nostro percorso.
Un bambino che disegna lo fa con grande maestria e disinvoltura, ponendo esattamente ogni elemento al suo posto. Ognuno con il suo significato univocamente fissato, stabile. Il sole è il sole, la linea di terra è la base sulla quale poggiano i piedi e il fondo tutti i personaggi e le cose che entrano nella sua “storia disegnata”. Non fa niente che i raggi del sole siano stortignaccoli e questi somigli più a uno scarrafone che non al nostro astro splendente nel cielo. E così le gallinelle stanno con le zampe a terra e magari beccano, il cavallo ha la coda al posto suo e le colline si alzano dolci sullo sfondo con tante verzette spennate che, li riconosciamo subito,  sono tanti splendidi alberi di un bosco lontano.
Ogni cosa ha il suo senso e lo acquista anche e soprattutto dal rapporto che stabilisce  con gli altri elementi presenti nella scena.  Cioè, architettonicamente parlando, tutto è «composto», giustapposto, piazzato, cioè, al «posto giusto» nei confronti delle altre entità vive che lo circondano.
I bambini sono eccellenti compositori. Hanno il senso della composizione e dello spazio.
E mai parola come «scena» fu più adatta per descrivere un’opera compositiva di questo tipo, perché quella del bambino è una rappresentazione teatrale dove ogni personaggio recita il suo ruolo e lui, il bambino-regista,  integra, con le parole, con il racconto che fluisce sicuro dalla sua testa, quello che sta accadendo sul foglio di carta.
Calligrafia pura, quella di un bimbo che disegna. Forma e significati coincidono e sono inscindibili. Un’unità semantico-linguistica inattaccabile, inespugnabile da qualsiasi attrezzo critico, per quanto affilato e crudele esso possa essere.
Per Pratt, l’area in un frame, in una vignetta circondata dal suo bordo quadrato-rettangolare, è, dunque,  spazio semantico riguadagnato. Espressione riacciuffata da un’infanzia lontana, che sembrava perduta per sempre. Corto Maltese si muove in un universo simbolico significante di segni catalogati e fissati. Il suo berretto, i lunghi favoriti, l’anello all’orecchio, il sorriso enigmatico e romantico, i capelli ricci e la sua giacca, le lunghe gambe, quasi due pertiche,  infilate in lunghi pantaloni bianchi  a campana che svolazzano al vento fittizio della scena sono i segni di un alfabeto grafico-immaginifico stupendo e coinvolgente, che ci porta lontano con lui a navigare in mari salatissimi che circondano isole e terre di sogno. Tra un’umanità selvaggia e pulita. Proprio come fece Stevenson andandosene a vivere nelle isole Samoa l’ultimo periodo della sua vita.
E qui fu ripagato. Tusisala lo chiamavano gli abitanti di quei lontani mari, «raccontatore di storie», ripagandolo, gratificandolo molto più della civiltà che aveva abbandonato che considerava la sua splendida letteratura d’avventura con sufficienza critica, sottovalutandola, impoverendola di significato.
Nel bambino e in Pratt i segni, per la loro fissità mobile e la loro stabilità concettuale danno, a un tempo, sicurezza a chi legge, perché privi di qualsiasi ambiguità semantica, e aprono, proprio come le parole a volte sanno fare, lo spazio della poesia.
Poesia, quella di Pratt, che appartiene, dunque, a un mondo dell’infanzia rivisitato.  In un’essenzialità vibrante e musicale.
Su questa base di segni carichi di significati,  Pratt costruisce i tratti che caratterizzano i suoi personaggi.
La sua narrazione eredita, a parere mio, le dinamiche proprie di Robert Louis Stevenson, come si sarà capito, autore nel quale  i personaggi , pur nel loro contrapporsi-completarsi, sono derivati dal tormento e dalla complessità dell’animo umano che non è tutto bianco o nero, ma frutto della contraddizione. Mi sto riferendo, ovviamente, alla situazione descritta in Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr. Hide. Straordinaria anticipazione di inconscio, Es, conflitti, complessi, SuperIo che solo più tardi sarebbero stati teorizzati e sistematizzati da Freud. Il male, dice Stevenson non è altro da noi. Il fratello terribile, la bestia, l’orrore è tutto dentro di noi. E basta poco per scatenarlo in tutta la sua ferocia e dal nostro profondo passare ad invadere la terra e gli uomini, seminando orrore, tormento, sterminio.
Ecco qui, in forma poetica e di racconto, anticipata la sorte dell’Europa di qualche decennio di lì da venire, con gli orrori e gli stermini nazisti e la devastante figura del fratello più nero di qualsiasi immaginazione possibile, Hitler e la sua «follia».

E qui è necessaria una digressione. Ma si tratta solo in apparenza di divagazione.
Io sono convinto che, oggi, tutto quello che ha che fare con la lingua scritta, almeno qui da noi, In Italia, sia in profonda crisi. Certamente è la conseguenza di una più generale crisi sociale ed economica. Ma è anche una conseguenza del mondo dell’immagine rapida e sfuggente, che non fa a tempo ad apparire da essere già obsoleta e morta. L’immagine di consumo, rapida, effimera, televisiva è studiata apposta per una comunicazione pervasiva, istintuale, profonda, impressionante, coinvolgente e, dico io, devastante.  Si tratta del trionfo-declino di ogni forma di linguaggio che per questo effimero trionfo, si trasforma in puro veicolo di merce. E per questo scopo, per il trionfo del mercato,  stiamo sacrificando sull’altare della sopravvivenza del capitalismo uno dei primati più importanti dell’uomo sul piano intellettuale e conoscitivo. Mi riferisco alla lingua, alla scrittura, la letteratura, in ultima analisi.
Perché tutto il meccanismo di decodifica lingua scritta-significato con la sua faticosa conquista, viene bypassato, messo in secondo piano. Per una comunicazione diretta, istintuale, devastante, basata sull’immagine effimera di cui ho detto.
Sul piano istintuale, dunque, stiamo tornando indietro, a una comunicazione prelinguistica, prealfabetica. O almeno assai semplificata, da apparire rudimentale, imprecisa, scarna, banale, e,  in definitiva, vuota.
Ecco che allora il tentativo del fumetto che ripone in collegamento tra loro immagini e parole appare degno di nuovo interesse.
E appare tale tutto il lavoro di Pratt di cui abbiamo ricordato ora il significato.
Che poi questo lavoro sia intenzionale è esplicitamente evidente in Pratt che interviene moltissime volte  intorno al valore del rapporto icona disegnata-parola. Lo fa con esplicite strip a questo dedicate.
C’è, da parte sua, anche un legame profondo con i miniaturisti medievali, le icone e così via.
Ecco che il lavoro di Pratt nella costruzione di una sua personale calligrafia presenta elementi di grande interesse dal punto di vista del discorso che qui si svolge. Che andrebbero analizzati puntualmente come fondativi di un suo alfabeto personale o, meglio, di un suo vero e proprio vocabolario grafico.
E qui intendo con quest’espressione un qualcosa che noi, nella nostra articolazione linguistica basata su fonemi, non possediamo più e che, nella nostra infanzia, era uno degli elementi caratterizzanti la nostra creatività.
Il vocabolario grafico si basa su ideogrammi o iconogrammi propri delle costruzioni linguistiche più antiche, dove ogni simbolo era figurativamente individuato e corposamente evidente, senza alcuna derivazione basata su fonemi e astrazioni come le lettere dell’alfabeto cui siamo oggi abituati.
Pratt conduce, in maniera del tutto arbitraria, è ovvio, la sua comunicazione scritta-disegnata verso uno status di questo tipo.
Molti simboli, linee che attraversano il quadro, macchie più o meno ondeggianti, ellittiche,  ombre come vere e proprie calligrafie, segno ondulati che delineano abbigliamento e tratti del corpo, chiari stereotipi che individuano un volto, sbaffi arricciati al posto dei capelli, tutto questo repertorio insomma, è classificabile, si ripete, cioè, con una certa frequenza non soltanto nello stesso racconto ma anche in molti altri e finisce per rassicurare il lettore, immergendolo in un mondo di comunicazione definito e delimitato.
Questa permanenza dei segni serve alla coppia autore/lettore,  Pratt/io-che-leggo, per stabilire una forza collaborativa che dà sostanza al testo scritto-disegnato.
Niente più e niente meno di quello che fa un bambino nel suo universo di significanti grafici fino a quando non è costretto a una vera e propria frenesia del realismo e della rassomiglianza.
Allora, se questa teoria in qualche modo si regge, come dicevo all’inizio, il successo di Pratt starebbe tutto nella riconquista del mondo espressivo infantile-adolescenziale che siamo stati costretti ad abbandonare.
E questa digressione favolistica ci rapisce, ci restituisce una dimensione dimenticata ma che, da qualche parte, si nasconde dentro di noi.
E Corto-Pratt diventa un compagno di viaggio che ci conduce per mano verso quel mondo meraviglioso che credevamo di aver perduto e che invece era a due passi da noi. Bastava allungare la mano per afferrarlo di nuovo.
E il sorriso di Corto diventa complice, ci mette sicurezza. E corriamo per i mari con lui, verso isole felici. 

I miei coccodrilli


di Claudio Cajati


Mi presento: sono Giuseppe Gatti, giornalista del quotidiano Il Gazzettino del Sud. Nella mia autostima sono sempre stato ondivago. Senza giungere alla patologia della sindrome bipolare (euforia-depressione), ho sempre avuto bisogno di conferme o smentite dagli altri. Più precisamente, da quelli che stimo e credo capaci, valutandomi con soggettività diverse dalla mia, di restituirmi una coralità che bilanci il mio tentennante egocentrismo.
Ho saputo da poco che ho un tumore alla prostata. Ma scoperto nella fase iniziale. Un’operazione e via. Allora mi è venuta la brillante idea: nella nostra redazione c’è un gruppo di colleghi specializzati nei coccodrilli… ma non i coccodrilli intesi come tremendi rettili dai denti micidiali, bensì i coccodrilli giornalistici. Cioè i necrologi scritti in anticipo, sulla vita di personaggi noti, al fine di averli immediatamente pronti non appena giunga la notizia della loro morte. Cosa ho fatto allora? Ho finto con i colleghi di avere un tumore maligno, con poche settimane ancora di vita, e ho chiesto loro di scrivere dei coccodrilli per me, anche se non sono un personaggio noto. L’ho chiesto come un omaggio per un bilancio definitivo, nel bene e nel male. E perciò non l’ho chiesto solo a quelli che sono grandi amici miei, ma anche a quelli indifferenti, e perfino a quelli che mi hanno contrastato sempre, mostrando antipatia. L’ho chiesto con la raccomandazione di essere assolutamente sinceri, senza esagerazioni nei lati positivi, senza censure in quelli negativi. Io poi proverò a fare una sintesi equilibrata.
I colleghi esperti in coccodrilli sono sette. Tre sono miei amici per la pelle: Claudio Fidanza, Paolo Landi e Sergio Sannino; due sono indifferenti, né amici né nemici: Fulvio Piccirillo e Filippo Caturano; due sono, se non proprio nemici, certo avversari e tirapiedi: Romano Nocchi e Cesare Quintavalle.
Claudio, Paolo e Sergio inizialmente non hanno proprio preso in considerazione l’invito a scrivere dei coccodrilli per me. Sgomenti e premurosi, si sono invece soffermati a chiedere più notizie sulla mia malattia, a sollecitare nuovi esami per smentire la diagnosi infausta, a sostenere che sono un uomo troppo forte e combattivo per arrendermi… Ho dovuto forzarmi per ribadire la bugia del tumore maligno con ancora poco per sopravvivere, e ho dovuto sudare le fatidiche sette camicie per convincerli a scrivere i coccodrilli. “Voi siete miei grandi amici, allora non esagerate in positivo, mi raccomando, siate quanto più imparziali potete. Ok?”. A Fulvio e Filippo ho detto che avevo bisogno di un loro giudizio misurato, e che avrei tenuto in gran conto i loro coccodrilli su di me. Loro sono rimasti sorpresi, ma anche lusingati per la chiara considerazione che io mostravo finalmente per la loro intelligenza e sensibilità. A Romano e Cesare, infine, ho detto che nel mio procedere ondivago mi ero spesso sbilanciato dal lato di una eccessiva autostima, e che quindi avevo bisogno dei loro coccodrilli, certo più inclini a mostrare i miei lati negativi, il che mi serviva per morire con una equilibrata coscienza di me, con un valido bilancio della mia vita. Loro accettarono, sospettosi ma anche intrigati da questa nuova singolare prova.
I primi coccodrilli che ricevetti, furono quelli di Fulvio e Filippo, i colleghi né amici né nemici.
Quello di Fulvio diceva: “E’ scomparso, a soli sessanta anni, Giuseppe Gatti, brillante giornalista de Il Gazzettino del Sud, vinto da un tumore inguaribile. Uomo riservato, educato, perfino timido, Giuseppe lascia la moglie e due figli. Il suo stile era stringato, la sua ambizione mai smodata; sapeva apprezzare il lavoro degli altri ma senza espliciti riconoscimenti. Si è anche esercitato, con la sua versatilità amatoriale, nel disegno e nella narrativa, pubblicando romanzi e racconti, senza grande successo. Si mormorava che lui, fedele al suo cognome, preferisse i felini agli esseri umani, ma di questo, vero o falso che fosse, egli non me ne parlò mai.”
Quello di Filippo diceva: “Un male inguaribile ci ha strappato in poche settimane Giuseppe Gatti, nostro collega de Il Gazzettino del Sud, a soli sessanta anni, lasciando sgomenti la moglie e due figli. Giuseppe, talentuoso, precoce e presto esperto, era soprattutto un timido: non esternava quasi mai le sue valutazioni e i suoi sentimenti. Ai colleghi, validissimi anch’essi, riservava un consenso quasi muto, fuggevole e sommesso. La sua timidezza e il suo rifiuto degli intrighi non gli hanno consentito il successo anche nella narrativa, nella quale ha esercitato la sua versatilità. Oltre alla famiglia, Giuseppe era molto legato agli animali, ma soprattutto ai gatti (nomen omen, si direbbe) ai quali si favoleggia parlasse come ai cristiani. Ma sono voci di seconda mano.”
Poi mi sono arrivati i coccodrilli degli avversari e tirapiedi, Romano e Cesare. Sono stati seri, fedeli alla loro pacata ostilità verso di me.
Romano ha scritto: “Giuseppe Gatti, nostro collega a Il Gazzettino del Sud, è morto a sessant’anni per un tumore alla prostata. Tipo ombroso, esageratamente riservato, sempre di poche parole, aveva difficoltà a inserirsi socialmente, perfino nell’ambito della redazione in cui avrebbe dovuto sentirsi accettato e protetto. La sua velleità di proporsi anche come narratore, lo portò a scrivere e pubblicare, con piccole case editrici, racconti di vario genere, ma sempre senza alcun riscontro di pubblico e di critica. Il Gatti poi ha sempre avuto una passione smodata per i gatti (ovvio, visto il cognome?), passione che negli ultimi tempi era diventata una singolare ossessione e che lo allontanava sempre più dai suoi simili: arrivava a parlare ai felini piuttosto che agli esseri umani!”
Il coccodrillo di Cesare diceva: “Il nostro collega Giuseppe Gatti è morto per un tumore alla prostata colpevolmente trascurato. Non era un compagnone, un animatore del gruppo, uno che fa amicizia: bisognava tirargli le parole dalla bocca con una specie di forcipe; non parlava mai della sua famiglia, dei suoi gusti, del suo orientamento politico. Il Gatti non era interessato alla vita dei suoi colleghi, e si limitava a leggerne, di tanto intanto, i pezzi che avevano scritto, senza mai congratularsi apertamente. Tipo versatile, ma in senso velleitario, tentò anche la carriera di scrittore, ma con esiti disastrosi. Infine la sua incomprensibile passione per i gatti (ah già, il cognome!) lo aveva portato ultimamente a uscire proprio di testa, a parlare ai suoi amati felini e a sperare, o pretendere, che quelli gli rispondessero!”
Infine ricevei i coccodrilli dei miei grandi amici, Claudio, Paolo e Sergio.
Il coccodrillo di Claudio era: “Ci sono persone che non dovrebbero morire, tanto è il loro valore e il bene che sanno fare agli altri. Noi della redazione del quotidiano Il Gazzettino del Sud abbiamo conosciuto una persona così: Giuseppe Gatti, che un destino impietoso ci ha sottratto. Giornalista di grande talento e faticatore instancabile, individuo apparentemente egocentrico, e invece timido, riservato, di profonda umanità e benevola ironia, Giuseppe era sempre pronto ad aiutare chi fosse in difficoltà. I suoi interventi, orali o scritti, non erano mai banali, bensì capaci di affrontare ogni problema da un punto di vista inedito. Tentò anche la carriera dello scrittore, ma i suoi romanzi e racconti, che io ho avuto il privilegio di leggere, non ottennero il successo che pure meritavano. La sua religiosità - che non ostentava mai - lo portava a concepire e sentire profondamente il respiro globale della Natura, ad amare esseri umani, animali, piante, minerali alla stessa maniera. Ma la sua passione più forte erano i gatti, come se avesse dovuto corrispondere al suo cognome. Negli ultimi tempi circolava la voce, maligna e infondata, che egli amasse i suoi mici, una ventina, addirittura più dei suoi figli, Christian e Salvo. E che questa aberrazione si spingesse fino a tentare di imbastire dei dialoghi con i suoi gatti! Queste menzogne, che partorivano prese in giro micidiali, amareggiarono i suoi ultimi giorni, ma signorilmente Giuseppe non reagì mai.”
Paolo mi ha scritto: “Qui, nella redazione de Il Gazzettino del Sud, c’è rabbia e sgomento per una morte crudele: a soli sessant’anni ci ha lasciato, per un male incurabile, Giuseppe Gatti, grande giornalista e fantastico amico. A sua moglie Veronica e ai figli Christian e Salvo, l’espressione del nostro vivissimo cordoglio. Giuseppe si è distinto in ogni aspetto fondamentale della vita. In famiglia per l’amore discreto e profondo; in redazione per l’attaccamento al lavoro e l’originalità dei suoi pezzi, al tempo stesso molto seri e ironici; nelle amicizie per la capacità di mettersi nei panni degli altri e di ascoltarli in silenzio. Non parlava molto e non era prolisso nello scrivere. Era stringato ed essenziale, secondo il precetto: non dire con molte parole quello che puoi dire con poche. Si cimentò anche nella narrativa, producendo romanzi e racconti che ho letto e apprezzato; ma non ebbe successo, forse il mondo dei lettori non era pronto. Religiosissimo, senza essere praticante, Giuseppe amava tutti gli esseri della Natura. In particolare gli animali e, più di tutti, i gatti. In casa era arrivato ad averne una ventina! Dobbiamo credere che negli ultimi tempi, uscito di testa, ai suoi mici ci parlava e addirittura si aspettava le risposte? Non lo so, non mi azzardo a dire sì o no: Giuseppe era una persona aperta che magari custodiva un segreto incredibile.”
 Il coccodrillo di Sergio, infine, diceva: “Quando muore un grande amico, un vuoto amaro si apre in noi. E’ questo il caso della scomparsa di Giuseppe Gatti, brillante giornalista de Il Gazzettino del Sud, stroncato da un male incurabile a soli sessant’anni. Marito e padre modello, lascia affranti e sgomenti la moglie Veronica e i figli Christian e Salvo. Giuseppe era persona molto riservata, ma capace di aprirsi ai problemi degli altri con generoso slancio. Non era praticante in chiesa, eppure profondamente religioso, con un eccezionale senso della sacralità della vita, quella vita che avrebbe voluto eterna, e invece… I suoi straordinari pezzi giornalistici, animati da una sottile ironia, erano sempre originali, e finivano per conquistare il consenso perfino degli individui bersagliati. Meritava il successo anche come scrittore – scrisse romanzi e racconti notevoli – ma il mondo editoriale gli chiuse inspiegabilmente le porte. Ultimamente si era un po’ chiuso in sé, forse per la malattia, ma sicuramente per i pettegolezzi e le prese in giro di cui era oggetto: circolava la voce che egli preferisse ormai parlare agli animali piuttosto che agli esseri umani: in particolare ai gatti, sua passione estrema sin dall’infanzia. Non credo che ciò sia vero. Ma è certo che Giuseppe aveva un tale bisogno di amare e comunicare che non poteva limitarsi al campo degli esseri umani. Anche i suoi gatti, non solo noi colleghi, patiranno la sua mancanza.”
Ho ringraziato tutti e sette i colleghi, gli amici, gli indifferenti e gli avversari, per il dono prezioso che mi avevano fatto. Avevo chiesto loro i coccodrilli pensando di farne poi una sintesi, equilibrata e credibile, che mi consentisse di sottrarmi alla mia autostima ondivaga. Invece mi sono accorto che anche i tre più lusinghieri, quelli di Claudio, Paolo e Sergio, erano inadeguati, parziali. Io ero qualcosa di più e di diverso. A questo punto era necessario che il mio coccodrillo me lo scrivessi io.
Diceva così: “La morte è un’opportunità per stilare un profilo definitivo, un bilancio conclusivo della vita di un individuo. Così anche chi non è un personaggio noto, può meritare un coccodrillo. Giuseppe Gatti è morto a soli sessant’anni, lui che sognava di camparne cento, vinto da un male implacabile, un male che non guarda in faccia a nessuno, che colpisce alla cieca chiunque. Giuseppe lavorava come giornalista a Il Gazzettino del Sud, ed era stimato per la sua serietà professionale, per l’originalità dei suoi pezzi in cui coesistevano una tremenda severità e una divertita ironia. Individuo taciturno spesso e volentieri, apparentemente introverso ed egocentrico, era capace di sorprendere tutti con esternazioni diluviali, con partecipazioni accorate ai problemi degli altri, con espressioni creative rare ma impressionanti. Giuseppe, però, sognava di sfondare in un altro campo, quello della narrativa, e scriveva le sere e le notti, circondato dalla perplessità e contrarietà della famiglia, romanzi e racconti. Non possedendo l’arte della diplomazia, dell’intrigo e dell’inciucio, i suoi testi narrativi, pubblicati con case editrici minori, non ebbero alcun successo: un flop spaventoso che lo amareggiò molto, una ferita che non si sarebbe mai più rimarginata. Giuseppe conteneva in sé enormi clamorose contraddizioni: era religiosissimo eppure erotomane, era pusillanime eppure pronto a sfidare il pericolo pur di aiutare qualcuno, era legato alla famiglia eppure stakanovista nella fedeltà al suo lavoro, era lucidamente razionale ma incline alla commozione e al pianto, ottimista o pessimista a seconda delle occasioni. La sua religiosità, aliena dall’adesione a qualsiasi religione storica, lo proiettava gioiosamente in contatto con la Natura in tutte le sue manifestazioni, anche quelle di solto giudicate sgradevoli e pericolose. La sua irrefrenabile passione per i gatti, che ad alcuni appariva una risibile stravaganza, era il fil rouge della sua vita domestica. Era arrivato a concepire il Gatto come il culmine della creazione divina: non si vergognava a fare cose inaudite, che gli attiravano ogni tipo di sfottò, come tenere lunghi dibattiti con i suoi gatti, sicuro che pur parlando linguaggi diversi, lui e i mici si intendessero. In punto di morte volle accanto a sé, oltre alla moglie Veronica e i figli Christian e Salvo, tutti i suoi gatti. E quella fu, come disse lui, una Bella Morte.”
Ai colleghi non ho rivelato che avevo mentito loro, che non avevo nessun tumore maligno e nessuna sentenza di morte imminente. Quando si è reso evidente che sopravvivevo tranquillamente, con un sorriso ho detto, sfruttando la mia notoria religiosità: “Il Signore, nella sua infinita bontà, mi ha graziato.”