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ebook di ArchigraficA

giovedì 26 settembre 2013

Le bare vuote





di Claudio Cajati



Mio padre era un grande falegname. Stupendo era tutto ciò che costruiva. Ma il suo cavallo di battaglia era la bara. Tanto che ben presto fece fallire tutti gli altri costruttori di bare della città.
Lui avrebbe voluto che da grande facessi anche io il falegname. Ma presi un’altra strada: il caso volle che a soli sette anni assistessi alla deposizione di un morto in una delle nostre bare. Scoprii che non la bara in sé mi affascinava, bensì la coppia morto-bara. E capii subito – ero un ragazzino sveglio – che avrei fatto il becchino. Quella era la mia vocazione.
Così, appena maggiorenne, ho aperto un’agenzia di pompe funebri. Nonostante la viva disapprovazione di mio padre che, forse anche per questo dispiacere, si è ammalato. E ci ha lasciato a soli cinquant’anni.
Voglio spiegare le mie sensazioni quando metto un morto nella bara. Perché non si creda che io sia un inguaribile pervertito, tanto più che lo sarei stato, cosa ancora più grave, sin da ragazzino.
Ebbene, due durezze si confrontano e si integrano: quella del legno stagionato della bara, quella del corpo del morto ormai preda del rigor mortis. Accomodare con garbo e sapienza la salma nella cassa mi fa sentire un bravo cristiano, rispettoso dei trapassati come, o perfino ancor più che dei viventi.
E poi c’è anche una sinergia di odori. Se tutti sanno e accettano la gradevolezza dell’odore del legno stagionato - larice, ciliegio o altri – pochi o nessuno forse vorrà ammettere che una salma ha un suo profumo delicato, che non va camuffato e mortificato con fiori o deodoranti.
Mia madre sta dalla parte di mio padre e, ora che lui ci ha lasciati, lei moltiplica i rimproveri, come se fossero a nome di tutti e due. Non può fare a meno di protestare che fare il falegname invece che il becchino sarebbe stato più dignitoso, che i becchini sono sempre malvisti, e che i falegnami, inoltre, guadagnano anche di più.
Io difendo la mia scelta. Anche se so che le mie parole sono singolari e non troveranno mai la sua approvazione: “Mamma – le dico sfrontatamente – io voglio bene ai morti. Solo loro rispetto sempre e comunque. I morti non pettegolano, non progettano e non realizzano il male, non tradiscono, non deludono. Fra tanto chiasso che fanno i vivi con la bocca, i morti, giudiziosi, tacciono. E il loro silenzio è d’oro.” Mia madre mi guarda storto, nella bocca una smorfia di disgusto. Ma io concludo: “Quella loro faccia immobile, distesa, serena mi dà pace e conforto, non vorrei mai smettere di guardarla. E mi dispiace che a un certo punto, come è purtroppo inevitabile, devo mettere il coperchio e avvitarlo.”
C’è sempre molto lavoro per me, per fortuna.
Quando è arrivata la Crisi, poi, ho incrementato molto il mio business con i suicidi, artigiani falliti, operai licenziati. I vecchi poveri, morti in anticipo.
Per non parlare dell’ultima moda, il femminicidio: anche nella mia città donne fatte fuori da ex fidanzati o ex mariti o semplici conviventi. E mettiamoci pure il contributo di ubriachi e drogati che falciano i pedoni perfino sulle strisce pedonali.
Infine una mano me la danno anche le faide fra famiglie malavitose con i loro sbrigativi ammazzamenti e i tumori dovuti ai rifiuti tossici che hanno sotterrato in discariche abusive.

La Crisi è finita, purtroppo. O almeno molta gente ci crede. Tutti si attaccano alla vita, non si lasciano andare. Se imprenditori, artigiani e operai non vogliono morire più come prima, non li si può certo convincere. Se i maschi cominciano a rinunciare al femminicidio (non va più di moda?); se le famiglie della camorra hanno siglato una lunga tregua; se la medicina e la chirurgia si dilettano ad allungare a dismisura l’esistenza e la malasanità perde colpi, chi ci va per sotto? Io, che faccio il becchino e vivo della morte altrui.
I miei affari insomma da un po’ vanno male. Scendo nel magazzino e guardo tutte quelle bare che mi ero preoccupato di comprare in grande quantità, e che ora mi rimangono sconsolatamente vuote.
L’altro giorno, che non sopportavo più di vederle tutte inutilizzate, e mi sentivo molto stanco, mi sono calato in una. Anche per vedere se era comoda come sostiene quello che me le vende (si chiama Filippo, da un po’ si è messo in proprio, ma la gavetta l’ha fatta nella bottega di mio padre). Devo dire che proprio comoda non era. Ma poi ho riflettuto che per un morto deve essere diverso. I morti non pretendono, non sono schizzinosi.
Intanto ormai io e tutta la mia famiglia ci siamo abituati a un certo tenore di vita: Nunziata, mia moglie, vuole sempre rinnovare il guardaroba, soprattutto con capi dai colori luminosi e allegri per compensare di essere maritata a un becchino; i ragazzi, Gaetano e Annarella, mi credono un padre benestante, pretendono una paghetta consistente e corrono appresso ad ogni novità tecnologica; io stesso, lo confesso, ho i miei vizietti costosucci, non ultima Natascia, giovanissima aiutante ucraina.
Che fare, allora? Dovrei forse suicidarmi? Ma figuriamoci, sono un ottimista, io. Non mi resta che aspettare che riprendano quota le ragioni e le occasioni per uccidere, per suicidarsi, per morire.
Confido soprattutto nei nostri politici, tanto insipienti e inaffidabili da riuscire a vanificare questa timida ripresa e alimentare piuttosto una nuova devastante Crisi, sicura dispensatrice di morti.
E allora ciò che tutti subirebbero come una rinnovata sciagura, io potrei invece salutare come la manna dal cielo: non più tristemente vuote le mie bare, non più pigramente vuote le mie giornate, non più desolatamente vuote le mie tasche.

lunedì 2 settembre 2013

Wikipedia ovvero dei burocrati


Oche, in corso di lavorazione

Spiacevole avventura la mia di quest’oggi.  
Ve la racconto perché dalle disavventure degli altri si può imparare. Soprattutto conoscere gli inganni che ci circondano.
Mi venne in mente, tempo fa,  di mettere il mio profilo su Wikipedia.
«Uha!» direte «E che tieni manie di grandezza?».
No, vi rispondo. Seguo quel principio semplice, che recita che la pubblicità è l’anima del commercio.
Mi spiego. Non voglio creare equivoci.
Io dipingo, disegno e scrivo.
L’ho sempre fatto con un impegno eccessivo. Pensate che l’ultimo mio disegno, quello che ho in cantiere sul tavolo e del quale vi metto lo stato dell’arte sotto, avrà, una volta finito,  circa 280.000 segni elementari. Si avete letto bene: duecentottantamila. Cioè la mia penna si sarà posata sul foglio per duecentottantamila volte.
Il conto è presto fatto, se non ci credete: in un centimetro quadrato ce ne sono circa 40 di segnetti che vanno da un minimo di un tre millimetri a un massimo di cinque di lunghezza  
Non ne siete convinti?  Neanche io l’avrei mai supposto. Ecco il conteggio:

40 x 100 x 70 = 280.000

Ecco perché, poi, alla fine mi vengono i crampi alle mani. Sono certo che mi credete. In più, poiché sono totalmente cecato, ho la necessità di inforcare due paia di occhiali, l’uno sull’altro per avere una visione da vicino come con una vera e propria lente d’ingrandimento. 
«E allora?» direte dopo che si siete ripresi dal peso del numero che vi ho detto.
Allora ho deciso che devo farmi la dovuta pubblicità.
Seguitemi. Vi spiego il perché della mia decisione.
Il mio metodo, lo avete capito, è folle. Mi metto al tavolo da disegno e per tracciare 280.000 segnetti ci posso impiegare un tempo variabile dai 15 giorni al mese. Dipende dalla mia disposizione d’animo ma soprattutto fisica.
Perché un disegno di un metro per settanta, di china, usando un  rapidograph 0.1 (anzi più di uno, perché spesso quello con il quale inizio verso la metà letteralmente si schiatta, si spunta, s’appila, si sbalestra, insomma lo devo buttar via), basato su una prospettiva architettonica e uno studio preliminare  e una serie di schizzetti d’ideazione non è proprio cosa che si può fare a cuor leggero. Richiede fatica mentale e fisica, applicazione, determinazione e costanza e soprattutto pazienza.

Oche, dettaglio del merletto centrale

Io, nevrotico, incazzoso, pazzo furioso (come sono stato con un paio di poveracci,  amministratori di Wikipedia incappato sotto la mia penna infuriata) quando disegno un’opera di questo impegno trovo la mia pace.
Metto le cuffie e Mozart, i concerti per piano e orchestra vanno a palla. E la mia anima rimane sospesa a mezz’aria, come un uccello, come le  oche che disegno, che sono delle vere e proprie macchine per volare.
«Sì, amico mio» starete pensando, «Ma che c’entra Wikipedia con questa tua fatica?».
Su Wikipedia ci sono i premi Nobel, i grandi benefattori. I grandi fenomeni, insomma, mi direte.
Ma ci stanno pure una mappata di grandi cazzimmusi che si fanno pubblicità, vi rispondo io. Non mi fate fare nomi. Ne ho trovati una decina che conosco e che, devo dire, non sono proprio niente di che. Bravi, non c’è dubbio. Ma mica sono premi Nobel, o sanbti o navigatori o poeti. Sono bravi artigiani come me.
Allora, ho pensato, se io appaio su Wikipedia come disegnatore ci sta. Mi conosceranno anche in tanti.
Ci sta per la tecnica che adopero, per la forma dei miei disegni, per l’aria che tengono.
Ma soprattutto perché, in un’epoca di vera merda come quella che stiamo vivendo,  nessuno fa niente per niente. Io invece, che sono un famoso bastian contrario,  faccio tutto per niente.
Non ho mai venduto un disegno, in tutta la mia carriera. No, devo essere preciso,. Un solo acquerello a un’ignota ammiratrice. Chje lasciò l’assegno presso la libreria Clean e non volle che mi venisse svelato il suo nome.
Bello, no?
Ne ho regalati abbastanza. Non moltissimi, per la verità.  Alle persone care. Ho poi venduto dei multipli. Ma in tutto non più di una decina.
Ma quando faccio un disegno così impegnativo, non ho il coraggio di separarmene.
Anche perché ai disegni si legano i pensieri. Non so se a voi succede.
A me sì. A ogni tratto, quando lo rivedo, anche a distanza di anni, si lega un pensiero.
Così  il disegno si trasforma in una mappa dei miei pensieri, una topologia del mio essere interiore. Paure, emozioni, ricordi, sensazioni, incazzature, dolcezze, volti, persone, tutto fluisce nella mia maniera di disegnare. In quell’immensa planimetria  di caratteri elementari che costruiscono, sul foglio, una proiezione dei miei moti interiori.
Ma c’è di più.
Questa è la mia tecnica. Ma è una tecnica limitata, che va a finire.
E già. Non solo perché io finirò. Ma perché, dopo di me,  non ci sarà scuola possibile.
Sono gli strumenti a non esserci più.
Il CAD, la computer grafica stanno distruggendo tutto il mondo passato della rappresentazione tecnica.
E il mio disegno, chiamiamolo così artistico, è una forzatura volontaria e deliberata del disegno tecnico.
Io sono nato come disegnatore tecnico. Disegnatore in studi di architettura. Mi chiamavano la “penna più veloce di Napoli”. Me lo ha confessato su FB un mio caro amico dopo tanti anni. Era voce che girava per gli studi e per la Facoltà.
Rapidograph, graphos, tiralinee, squadre, compassi e balaustrini, cartoncino, fogli bristol, tutto ciò era il mio pane, il mio lavoro.
Poi pensai che ne potevo trarre l’arte.
E con la penna sottilissima ho cominciato a sperimentare. Traccio texture finissime sul foglio bianco che sovrapponendosi l’una all’altra  danno infinite gradazioni di grigio, morbidissime se il tratto è sottile come quello dello 0.1, più audaci e feroci se il tratto diventa più spesso, fino alla violenza dei neri assoluti, passati a pennello o con la penna 1.2, 1.8 o addirittura 2.0.
Bene. Tutto questo apparato tecnico è al tramonto. Definitivo. Inappellabile.
Non si trovano più gli 0.1, non si trova più neanche l’inchiostro di china per rapidograph. Ne ho una collezione di boccette ma sono terrorizzato che finiscano.
Avevo sul mio tavolo una decina di 0.18 comprati da Amodioa Port’Alba, un fondo di magazzino. Se ne sono spezzati sette. Me ne restano tre. Poi dovrò mettermi in giro, per depositi, fondi di magazzini, cercare sul web. Ho visto che Amazon ne vende qualcuno di ricambio.
Forse ancora ce la faccio a disegnare.
Dunque io sono un artista a termine.
Allora avevo pensato che tutto questo mio mondo e anche la qualità dei miei disegni che, bontà vostra, molti di voi apprezzano e me lo comunicano con entusiasmo, fosse degna di Wikipedia. Fosse degna di un’enciclopedia “libera”.
Ma quando mai? Al mio tentativo si è frapposto il burocratese peggiore, un autoritarismo spietato, stalinista. Poco da fare. O fascista se preferite.
Hanno apposto alla mia biografia (scritta da me che candidamente non l’ho mai nascosto) un allert, che avverte della poca “enciclopedicità” della voce. Enciclopedicità dubbia. Questa la sentenza che mi diede poco più di un mese fa un tizio che fa lo sciacquino per Wikipedia.
A parte che la parola enciclopedicità mi suona strana e un po’ falsa e forse forse, è un neologismo di cattivo gusto, ma non c’è stato molto da fare. Nella pagina di discussione ho dato sostegno critico e documentario a ogni affermazione della mia biografia, ho messo i link alle pubblicazioni fatte lungo tutto il corso della mia vita universitaria, e poi i libri, i gialli, il blog di ArchigraficA, le ricerche, i miei interventi continui e soprattutto le mostre e i disegni.
E qui ho subito un vero e proprio affronto.
Io avevo proposto la voce “Giacomo Ricci disegnatore”. Perché sono perseguitato da un mio omonimo, molto più giovane di me, che fa il corridore automobilistico e che si mescola a me in ogni ricerca sul web. Ed è presente, manco a dirlo, su Wikipedia.  
Per tutto quello che vi ho detto finora  ci stava, no?
Bene. Lo sciacquino, d’autorità,  ha cancellato la parola “disegnatore” sostituendola con   “architetto”. Non che mi dispiaccia. Io, alla fine,  architetto sono. Ma, come vi ho detto, nell’affetto, nel cuore, nell’anima sono un disegnatore.  A vita.
E vallo a spiegare al burocrate.
Scrivo, mi dilungo, spiego.
Sapete come si dice a Napoli. Io mi sono sbattuto e prodigato a spiegare.
“Manco po’ cazzo!”.
Parole al vento. Nessuna risposta. Perché loro hanno la filosofia di non risposndere al Trool. Di non trollizzarsi (ma tu vedi che italiano!). Dunque non ti rispondono.
Nessuno mi ha risposto per un mese e più.
Anzi mi danno del vandalo perché inavvertitamente ho cancellato dal sorgente della pagina qualche carattere che non dovevo.
Cerco di parlare con gli amministratori.
Un sistema cavillosissimo quello di Wikipedia. Per ottenere trasparenza assoluta in tutto quello che fanno finiscono per essere totalmente oscuri. Nascosti ferreamente dietro nickname, mail messaggi, simboli, icone. Pagine e pagine di regolamento, norme, regole, divieti, avvertenze FAQ, istruzioni per l’uso. Un vero casino.  
Da far venire il mal di testa.
Sì, avete ragione arrivo alla conclusione.
Oggi, stufato di non aver risposta e di vedere la pagina di “Giacomo Ricci (architetto)”  sempre con quell’imperturbabile allert in apertura, entro, cancello tutto. Cancello la voce per intewro, attento solo a non cancellare i caratteri messi da loro. Ho detto. Voglio vedere se non mi rispondono.
Subito appare il messaggio di un talaltro sciacquino, più indisponente del primo che, in fin dei conti,  è stato assai garbato, che mi dice che la voce non è di mia proprietà e non la posso cambiare. Né tantomeno sopprimerla, camcellarla. E la rimette così tale e quale a prima. Lo stesso allert bene in vista, naturalmente.
Gli faccio notare, allo stupidino, che l’ho scritta io e che solo nei sistemi totalitari non si è padroni di quello che si è scritto.
E faccio un po’ di ironia su olio di ricino, squadrette di punizione e ritorsioni.
Lui s’incazza definitivamente. E,sempre più autoritario e scemo, mi blocca a tempo indeterminato e mi dice che poiché all’atto della sottomissione del testo ho accettato indissolubilmente le regole del gioco (contenute in uno dei cavillosissimi e ineffabili regolamenti a latere) non sono padrone del mio testo e siccome l’ho aggredito di persona (war non so che cosa) mi blocca.
Allora io chiedo a voi. Vi sembra accettabile che un sistema che si sbandiera come democratico e libero non lo sia nei confronti di chi collabora?
Mi devo tenere che lo sciacquino uno mi imponga di fare l’architetto e non il disegnatore?
E’ questa la cultura libera che vogliamo?
Io la mia risposta ce l’ho, chiara. Non so voi. Ma io la grido a piena voce.
Se ne andassero a fare nel culo, loro e la loro enciclopedia. 

sabato 31 agosto 2013

Ancora menzogne storiche su Napoli



Carlo III di Borbone, Re di Napoli




di Giacomo Ricci


Alla fine del TG 3 delle 19.00 di  ieri andò in onda un servizio su Achille Lauro e la rapina edilizia della città di Napoli che  con lui sindaco si ebbe.
Faccenda nota, magistralmente raccontata dal film di Rosi Le mani sulla città e che, ogni tanto, viene rispolverata con il dovuto folklore, i riferimenti alla plebe napoletana di tutti i tempi, la rapina della città, lo scempio paesaggistico, la cosiddetta “muraglia di via Aniello Falcone” e così via.
Roba nota e, direi, vecchia abbastanza per entrare nella storia comune delle disgrazie subite da questa città.
Ma la cosa che ci fece letteralmente saltare sulla sedia, a me e mia moglie, fu un’affermazione gettata lì, con grande disinvoltura, dal commentatore del servizio in onda. Il comportamento di Lauro, disse proprio così,  non era stato diverso da quello dei Borbone, sul piano della rapina del territorio e del malgoverno.
Eccolo lì, di nuovo, fare la sua apparizione lo svarione, a dir poco, d’interpretazione storica. Che poi, a voler essere corretti, di svarione non si tratta e nemmeno di una battuta estemporanea. 
No, nient'affatto. A voler essere rigorosi si tratta di un vero e proprio “falso” storico, anzi, diciamola così com’è, di una vera e propria menzogna.
Una menzogna che, anche se probabilmente il malaccorto commentatore di RAI3 non se n'è reso pienamente conto, circola ad arte, assieme ad altre, per dare corpo a un vecchio principio bellico.
Che è, papale papale: quando si sconfigge un popolo e la sua forma politica bisogna che la distruzione sia radicale, fisica, assoluta,  perpetrando un vero e proprio genocidio, sul piano morale e su quello della storia.

Il Parco della Reggia di Caserta

“La guerra è la guerra”, dice un vecchio adagio. Ma noi, nel commentare la storia a posteriori sembriamo sempre dimenticarcene.
Se si sconfigge un popolo sul piano militare si deve proseguire, fino in fondo. Non basta che il suo esercito sia distrutto, che le città siano state messe al sacco e che la popolazione “nemica” sia umiliata non solo nei suoi guerrieri e nel suo esercito ma anche, e soprattutto, nelle sue donne e nei suoi bambini.
Bisogna infierire sui vinti. Bisogna ucciderne quanti più possibile, umiliarli, azzerarne la coscienza, distruggerli. E se non si può per tutta la popolazione, allora bisogna cancellarne la memoria. Questo l'imperativo, questa la necessità. 
Lo dicevano i romani: «Vae victis!».
«Guai ai vinti!»
Che poi non si tratta soltanto di un “beffardo accanimento” dei vincitori sui vinti, come a torto si ritiene. Si tratta sempre, c’è poco da fare, di un vero e proprio progetto di annullamento. Perché la sconfitta non si trasformi in un boomerang, in un feroce insegnamento a quelli che sopravvivono per prendersi la rivincita, è necessario distruggere fino in fondo popolo, memoria e storia.
Riempire la storia futura di una quantità sufficiente di menzogne: i nemici? Sporchi, pidocchiosi, malvagi, affamatori, inetti, imbelli, senzadio, arroganti, incapaci e chi più ne ha più ne metta. 
Dunque «Guai ai vinti».
Così si dà fondo a tutta la libido turpe che se ne sta nel  fondo dell’animo dei vincitori, che si trasformi  in fenomeno concreto, in un vero e proprio atto di sottomissione totale dei vinti, ma soprattutto di un vero e proprio progetto di annullamento dell’alterità, del nemico.
Ché si sa, il nemico è da distruggere in toto, e dunque, nella sua cultura, nella sua stessa antropologia.
Il progetto di annullamento è sempre presente dopo una guerra. Non c’è politica che tenga, non c'è mediazione possibile. Ciò che si deve distruggere e la storia dell’altro, del vinto. A qualsiasi costo.
Ecco che allora lo svarione preso dal cronista del TG3 appartiene  a qualcosa di più grande che lui stesso, nella sua ristrettezza storica e totale disinformazione (vera? falsa?) contribuisce a perpetrare.
Ma noi abbiamo il dovere, a centocinquant'anni di distanza, di chiederci come siano andate veramente le cose. 
Ma diciamolo con chiarezza.
Può esserci paragone storicamente accettabile tra i Borbone e Lauro? Tra Carlo III, primo vero Re che il Regno di Napoli abbia avuto dopo secoli di dominazioni esterne e il buon Achille, imprenditore self-made-man dell'immediato secondo dopoguerra?

Io, se dovessi, esibirmi in azzardati paralleli storici  mi sentirei di paragonare Lauro, meglio e in maniera curiosamente affine,  a un nostro contemporaneo cittadino della nostra Italia contemporanea, molto discusso, ancora sulla breccia da un po’ di tempo. Stessa età, più o meno (circa ottant’anni) stessi vizi (accanimento di prestazioni su giovani donzelle, nonostante il loro essere vegliardi), moglie e  fidanzata ufficial-ufficiosa in contemporanea, grandi guadagni e fortune colossali accumulate, patron di squadre di calcio (il Milan e il Napoli rispettivamente), napoletanitudine come "aura" culturale (?), autentica per il primo, acquisita per il secondo per scelta e vocazione/formazione musical-cultural-crocieristica.
Ma allora chiediamoci: quale sarebbe  il rapporto tra l’edilizia realizzata nel periodo laurino  e quella promossa dal primo Borbone?
Nessuno, ovviamente, come ognuno dotato di cervello e di un minimo di informazione può notare. 
Faccio un rapido elenco?
Per Lauro valgano:
La cosiddetta “muraglia cinese” situata in Via Aniello Falcone, una delle strade panoramiche più felici e belle di Napoli, orribile schiera di palazzacci di speculazione in un posto dallo straordinario valore ambientale, paesaggistico e naturalistico.

La cosiddetta "Muraglia cinese" a Via A. Falcone

Il cosiddetto  Rione Lauro a Fuorigrotta, un lager a dir poco, un orrore edilizio spaventoso.
La palazzata a piazza Mercato che grida ancora vendetta davanti a Dio e gli uomini, in disprezzo del luogo storicamente più rilevante della Napoli del passato e delle passate dominazioni. 

Palazzata a Piazza mercato. In fondo lo storico  campanile del Carmine

Il palazzaccio a Piazza Cavour che sostituì due splendide palazzine neoclassiche e così via.

E per il  Borbone? Allora per Carlo III, il cosiddetto “buon Re” elenchiamo:
La Reggia di Capodimonte e il parco.

La Reggia di Capodimonte
La Reggia di Caserta e il parco. (ricordo per inciso il lavoro fatto dall’architetto per alimentare la cascata, spostando il letto di un fiume e convogliandone le acque in maniera da ingegnere dell’Ottocento. Solo un Eiffel ci avrebbe pensato e ne avrebbe avuto lo spessore. Ma siamo a metà del Settecento, un secolo prima. Questo per sottolinearne il carattere innovativo).

La reggia di Caserta

La trasformazione dell’ex-cavallerizza in Museo Archeologico Nazionale (per inciso Re Carlo avviò gli scavi di Pompei e donò la sua intera collezione “personale” di Cammei e l’intera collezione farnese di statue che gli veniva da sua madre Elisabetta Farnese, per l’appunto).

L'ercole farnese
La Reggia di Portici.

La Reggia di Portici

La Villa Comunale.
E mi fermo qui ricordando che uno degli architetti da lui chiamati per le imprese di cui sopra fu nientedimeno che Luigi Vanvitelli, autore tra l’altro delle opere di ingegneria cui prima facevo cenno.
Ricordo ancora la “speculazione” dell’Ospedale dei Poveri e per i suoi successori la colonia di San Leucio.

L'Ospedale dei Poveri

Il primo rappresentò una delle più grandi opere filantropiche concepite all’epoca atteso che non si parlava ancora di socialismo né tanto meno delle idee illuministe di Fourier che sono più tarde.
La colonia di San Leucio, è una delle idee più “rivoluzionarie” mai realizzate, sotto il profilo tecnico, produttivo e sociale. E metto un particolare accento su quest’ultimo aggettivo. Si trattava nientedimeno che della costruzione di una colonia di lavoro, indipendente e autosufficiente,  per giovani diseredati, facendovi costruire  la macchina tessile più avanzata al mondo come tecnologia. Progetto che diede  inizio ad un esperimento sociale, urbanistico, antropologico, produttivo e innovativo di amplissimo respiro, mai più eguagliato neanche nei regimi cosiddetti “comunisti” contemporanei o appena tramontati.

San Leucio, la grande macchina tessile

Ah, per inciso. Tutti i luoghi di cui fu promotore il buon Re Carlo (stavolta senza virgolette)  sono attualmente musei, tra i più grandi al mondo e che invece quello che sopravvive dell’edilizia laurina è ancora un perfetto pugno nello stomaco.
E a propositi di pugni sullo stomaco, non arriverei a tanto (sotto il profilo metaforico, s’intende) col commentatore di RAI 3 per le stupidaggini che ha detto. Mi limiterei a una buona tiratina d’orecchi, come si usa fare con gli allievi somari, pregandolo di andarsi a studiare  meglio la storia urbanistico-architettonica di Napoli.
Quando la smetteremo di dire bugie da bassa propaganda postbellica? Quando impareremo a mantenere il rispetto dovuto a organizzazioni politiche che nulla hanno da invidiare ad altre e che, nella buona come nella cattiva sorte, sono la nostra memoria (grande) di popoli del Sud?
Per terminare,  il monarchico Lauro era un fautore della monarchia sabauda. Non mi pare che fosse in qualche modo legato a quella dei Borbone.


venerdì 23 agosto 2013

Gatti e filosofia della vita






Gaetanino

di Giacomo Ricci

Il mio gatto mi sale sempre sulle spalle (come in questo momento). E’ una cosa che gli piace fare assai. Non avevo mai avuto un gatto così legato a me. Nessuno dei tanti che abbiamo avuto in tanti anni lo ha fatto.
E’ lui che mi ha scelto come amico ed è fedelissimo. Come potrebbe essere un cane.
Io l’ho chiamato Gaetanino. Ricordando il cane di Renato Pozzetto in un film del quale non ricordo più il nome.
Devo dire di volergli molto bene anche se il suo attaccamento a volte mi sembra morboso e faccio di tutto per sfuggirgli.
L’affetto e la vicinanza di una bestiola sono cose che non si discutono.  Sono affetti reali, incondizionati.
Legami profondi, gratificanti.
Gaetanino è un gatto bellissimo, soriano con discendenze siamesi abbastanza evidenti, tigrato, grigio perla, con occhi verdi e sguardo languido.
Una vera bellezza.
La serenità degli animali nei confronti della vita è un sentire , anzi, meglio, un sentimento  che ci fa bene, ci rende meno aggressivi.  Ci fa più maturi e tolleranti.
Abbiamo molto da imparare  da loro perché, nella nostra crescita, nella nostra definitiva collocazione come specie di homo sapiens sapiens, per il nostro pensiero calcolatore, abbiamo dimenticato molto della natura e delle nostre origini.
Dovremmo, noi tutti, fare un gran passo indietro e riconsiderare  quello che abbiamo abbandonato. Credo che – se il genere umano non cessi prima – l’unica strada percorribile per noi sarà quella del “ritorno”, alla faccia dei progressisti della tecnica e del moderno, verso un modello di vita più equilibrato con la natura e meno aggressivo.

A volte penso che quando si arriva alla mia età  ogni giorno sereno è tempo guadagnato di cui ringraziare chi ci ha dato la vita.
Io lo so che il nostro modo di intendere la trascendenza è mitologico, letterario, fantasioso, non reale. 
Come i bambini riformuliamo a nostra immagine quello che non comprendiamo.
Ma, aver capito questo – questa nostra ingenuità – non nega l’esistenza di una continuità vitale per ognuno di noi.
Anche se è altro dalla nostra capacità di immaginare.
Questo non vuol dire che non ci sia e che noi non siamo  uno stato (con la nostra vita) di un processo più grande del quale facciamo parte che non comprendiamo ma di cui, in maniera oscura e confusa, intuiamo la presenza.
Tutto qua.
Che poi questo processo sia  Dio, il Tutto, l’Universo, che c’importa? L’importante è che ne facciamo parte, da lì veniamo  e lì andiamo.
Tutto qua, per l’appunto.
La cosa complessa e meravigliosa è la vita come processo intelligente, sofisticato e attento che è alla base e governa tutte le creature e che agisce al di sopra e al di fuori di esse, ne determina finalità e azioni.
Alla fine, tutti i comportamenti delle creature viventi sono motivati dalla conservazione e continuazione ordinata del processo ai vari livelli.  Ed è un processo che intuiamo segua un progetto, uno scopo e una finalità. Quindi è un processo intelligente che però noi non comprendiamo. Lo osserviamo, vediamo che esiste ma perché, come e dove ci sfugge. Solo ora ne intravvediamo alcuni aspetti marginali. Ma siamo soltanto agli inizi.
Sarebbe interessante ipotizzare che il genere umano sia innanzitutto capace di sopravvivere alle forti istanze di autodistruzione che sono in campo e poi sia in grado di comprendere i reali meccanismi della vita, del processo, cioè, di cui si è parte.
Ma il cammino appare difficoltosissimo in ogni caso.
Ammesso che, per l’appunto, il genere umano, nel frattempo, per sua intrinseca stupidaggine, non si autodistrugga come tutto, al momento attuale, lascia intendere.
Che dovremmo fare nell’immediato? Rinunciare al consumo sfrenato, ai falsi bisogni, al danaro, alle ricchezze.
Essere poveri di cose e ricchi di natura. Come tutte le altre bestie che popolano la terra. Usare la tecnica ma in maniera estremamente parsimoniosa. Riservare le grandi conquiste  tecnologiche alla medicina e alla ricerca scientifica.
Tutto il resto  dovrebbe essere  vivere della terra e di letteratura.
Annullare tutto il resto.
Si può immaginare un mondo così fatto? E' verosimile?
Non lo so. Forse ci saremo costretti. Dopo una spaventosa carestia che annullerà tutte le nostre (false e ridicole) sicurezze. 
L'uomo impara soffrendo. 
Strana , ma vera equazione della nostra parabola vitale. 
E allora immagino case rurali, città piccolissime, poca energia, comunicazione adeguata e spazio per l’arte, concentrando tutti i nostri sforzi intellettuali su una scienza tesa alla conoscenza della vera natura dei processi vitali e negata alla superproduzione, all’accumulazione e al consumo.
Perché, poi, alcuni uomini dovrebbero essere ricchi? Che significa esser “ricchi”? A che serve? Perché avere tante cose? Non ne bastano poche, ben calibrate?
Oltre a un tetto dove vivere e cibo adeguato (stile vegetariano decisamente), il resto – se non sia arte e godimento dello spirito – a che serve?
Rifuggo dalle utopie che sono (quasi) sempre trappole subdole e infami. Immaginazioni infantili, preludio a ogni forma di barbarie e dittature insulse. 
Quindi smetto subito qualsiasi tentativo di prefigurare  il futuro e di anticiparne l’organizzazione, come esercizio stupido, pericoloso e improbabile.
Vale però il principio di non legarsi alle “cose” come obbiettivo unico e assoluto. Le “cose” sono un mezzo per esistere, nient’altro.
Al contrario di quello che noi oggi crediamo, che le “cose” siano degli obbiettivi da raggiungere, una qualificazione di status.
La nostra vita è effimera. Le “cose” non la rendono più stabile e sicura. Sono semplicemente strumenti.
Poi guardo gli occhi di Gaetanino e mi concilio con il mondo. E non è cosa da poco.
Siamo io, lui, una tazza di caffè per me, e i suoi adorati bocconcini in un piattino.
E il sole sorge anche oggi.
Lo vedo sbucate a poco alla volta, dietro la punta dei Monti del Cilento, dalla finestrella della mia cucina aperta sul giardino. 






Mondi Possibili

Terre di Utopia

progetti immaginari, storie, idee


Ho pubblicato il catalogo di alcuni miei disegni che contiene scritti di Benedetto Gravagnuolo, Pasquale Belfiore e miei. 
Ve li propongo.
Il catalogo in formato pdf è scaricabile da qui

(clik sull'immagine per scaricare il catalogo)



Disegni di fantasia

di Benedetto Gravagnuolo




Nel 1499 il monaco domenicano Francesco Colonna diede alle stampe un libro dal singolare titolo arcaicizzante: Hypnerotomachia Poliphili. Riallacciandosi alla tradizione allegorica del Roman de la Rose, la favola narrava le avventure di Polifilo che, perso d’amore per Pilia, inseguiva nel sogno l’amata inoltrandosi in un immaginario paese delle meraviglie, costellato di architetture fantastiche. Benché illustrato con splendide xilografie ed apprezzato da uomini di cultura come Albrecht Dürer, che acquistò una delle pochissime copie vendute, il libro andò incontro ad un insuccesso di mercato, anche a causa del linguaggio criptico “inventato” dal frate dottissimo mescolando parole greche, latine e italiane. Solo con la traduzione francese nel secolo successivo divenne noto in tutt’Europa, considerato (non a torto) come un trattato di architettura sui generis, una sorta di supplemento onirico a Vitruvio.
Questo episodio mi è tornato alla mente vedendo i disegni di architettura di Giacomo Ricci, pubblicati  nel romanzo Il sogno  Jeronimus Bauknecht. Intuendo i prevedibili interrogativi dei lettori, l’autore gentilmente ci offre tra le mani la chiave di decodifica dell’enigma.
Bauknecht sarebbe stato un giovane architetto tedesco amico di Gropius che, dopo aver preso parte al Novembergruppe e ad altri movimenti d’avanguardia, era partito per un viaggio senza ritorno nel Tibet, alla ricerca di un’antichissima città esotica della quale si erano ormai perse le tracce. Il romantico intellettuale non solo era riuscito a raggiungere la meta anelata, ma anche a rilevare con meticolosa precisione le case  e le strade di quella città orientale, scoprendo alla fine che essa corrispondeva, con sorprendenti analogie, alla città ideale fantasticata dai suoi coetanei espressionisti. Tuttavia Bauknecht morì in quelle terre lontane dimenticato da tutti, perfino dai suoi più intimi amici. Per un caso fortuito, Ricci, avrebbe ritrovato quei disegni preziosi e stava per pubblicarli. Sarebbe stato uno scoop, ma un maledetto incendio li ha definitivamente ridotti in polvere. In preda ad una sorta di transfer medianico, l’autore li avrebbe perciò ridisegnati, finendo con l’identificarsi con lo sfortunato architetto tedesco.
Si tratta di un gioco letterario, che dà il pretesto a Ricci per spiccare un volo icarico nel cielo delle fantasie oniriche. In queste case immaginarie può accadere di tutto: gli interni si trasformano in paesaggi urbanistici e viceversa. Su un tavolo sorgono case e templi; una sedia diventa un campanile; una porta dischiusa apre il sipario su archetipi ancestrali.  Come nel sogno, lo spazio e il tempo perdono il rigore delle coordinate cartesiane. E negli occhi di una donna amata può brillare un mondo utopico in miniatura.
Ma c’è un’altra faccia della medaglia che la favola di Bauknecht rivela a chi la sa intendere. E’ l’attrazione irresistibile che Ricci prova per gli eroi perdenti, per i poeti disarmati, sconfitti dalla storia a causa del loro ostinato attaccamento all’utopia di una città del sole, sospesa tra il cielo e la terra, ed abitata da un’umanità libera dalle catene di quella prigione quotidiana nella quale ci siamo assuefatti a vivere, fino ad accettarla  come l’unica realtà possibile.  Non a caso Ricci ha eletto Le Mont analogue di Renè Daumal ad emblema della sua crociata utopica. Né credo sia casuale il fatto che egli abbia dedicato attenti studi monografici ad architetti “visionari” come Hermann Finsterlin ed il giovane Taut della “collana di vetro” e della “Stadtkrone”.
Non vorrei, dunque, deluderlo con le mie conclusioni ottimistiche. Eppure, nella recente Mostra del libro che si è tenuta lo scorso aprile a Milano, una copia del Polifilo è stata valutata più di cento milioni. Non so quanto potrebbe valere - in termini monetari - il racconto illustrato da Ricci. Ma molto, ne sono certo, in termini culturali.




Visioni di città

di Pasquale Belfiore

Si racconta che il frate Niklaus von der Flüe ebbe la visione di un mandala diviso in sei parti, con al centro l’incoronato volto di Dio. Fu una esperienza terrificante, come tutte le esperienze di presentimento della verità, dice Jung che racconta l’episodio. Frate Klaus non avrebbe potuto resistere alla tremenda esperienza del numinoso se non elaborando, traducendo il simbolo.

“La chiarificazione – racconta sempre Jung – fu raggiunta sull’allora granitico terreno del dogma, che mostrò la propria forza di assimilazione trasformando qualcosa di spaventosamente vivo nella bella intuizione dell’idea originaria.  Essa però avrebbe potuto avere luogo su un terreno completamente diverso: quello della visione stessa e della sua spaventevole realtà, probabilmente a danno del concetto cristiano di Dio e indubbiamente ancor più a danno di frate Niklaus che in quel caso non sarebbe diventato beato, ma magari un eretico (se non addirittura un folle) e avrebbe forse terminato la sua vita sul rogo”.

Qualcosa di simile è forse capitato a Giacomo Ricci, storico e critico dell’architettura, che una decina di anni fa ha avuto anch’egli qualche terrificante visione.  Cosa abbia visto non è dato saperlo. Di certo, anch’egli ha trasformato qualcosa di spaventevolmente vivo nella bella intuizione di disegnare da allora (ossessivamente, come si conviene alla traduzione di un simbolo) immagini di architettura (come si conviene ad un architetto). La silloge è trasparente e sarebbe perfino banale – un architetto che disegna architetture – se non fosse poi intervenuto il “diavolo” ad intrigare le cose.  Perché se il simbolo (sun-ballo) mette insieme, fa coincidere visione e disegni, il diavolo (dia-ballo) li disunisce, aprendo a Ricci spazi di ragionata follia o, meglio, spazi folli governati dalla ragione.
Le opere di Ricci  sono infatti dimostrazioni per assurdo della possibilità di rappresentare il sogno, l’oscuro, il gratuito, le personali nevrosi e manie, lo sberleffo, l’illazione, il diavolo appunto. Ricci vuole dimostrare che il diavolo esiste e parte dall'ipotesi della sua indimostrabilità. Ipotesi vera se c’è un rapporto logico tra disegno e significato: ipotesi falsa se il rapporto c’è ma non è logico. E nulla di “logico” v’è negli ultimi inquietanti quadri di architettura esposti in mostra perché i disegni di palazzi e città non significano rappresentazioni di palazzi e città, ma qualcosa d’altro: significano il sogno, l’oscuro, il gratuito, le personali nevrosi e manie, ecc., il diavolo appunto.
La scissione luciferina tra visione e rappresentazione è fatta da Ricci con due semplici artifici: concatenazione irreale di cose reali, rigorosa coerenza della illogica concatenazione. Che, ad esempio, una scena di città, passando attraverso uno strizzapanni, ne esca appiattita e stirata è ragionevole pensarlo; come è possibile che palazzi e chiese possano stare comodamente assisi sul tavolo da cucina (ed infatti i cantori della metropoli parlano di galvanizzazione) o che nuvole e palloncini facciano decollare fabbriche e campanili (come da qualche tempo accade nelle basi spaziali).
Tutti elementi reali, realisticamente disegnati, concatenati tuttavia in modo irreale. Stando così le cose, nulla v’è di più indiscreto che chiedere il “significato” di tutto ciò. Esiste, certo, ma a noi non è dato saperlo.
Talento grafico, cultura, referenti autorevoli, gran lavoro sulle tecniche di rappresentazione: tutti registrabili.  Il significato no, esistente ma indicibile, come si conviene al diavolo.

C’è tuttavia un piccolo disegno di stampo leonardesco che, unico, forse tradisce un seme di significato. Si chiama Macchina per parlare alla luna. Sublime “sciocchezza” d’un architetto che studia per diventare poeta e nel frattempo si mostra in una mostra per mostrare che il sonno della ragione genera dimostrazioni. 




Altrove 


di Giacomo Ricci 

 “Come ci afferra il grido degli uccelli
Qualunque grido che sia mai stato creato,
Ma già i bambini, giocando all’aperto,
gridano prossimi alla verità del grido.

Giocano il caso. Negli interstizi di questo,
dello spazio-mondo (in cui l’intatto grido
dell’uccello penetra come uomini nel sogno)
spingono i cunei degli strilli loro.

Ahimè, dove siamo? Sempre più liberi,
come gli aquiloni  strappati via, sospesi
a mezz’aria vegliamo con irrisori lembi

dal vento sbrindellati – Dai ordine a chi
grida, oh dio del canto! Ch’ebbri si destino
portando come corrente la testa alta e la lira.”

Rainer Maria Rilke, Sonetti ad Orfeo, II, XXVI


Credo che, da piccolo, anche a me sia capitato di attraversare uno specchio inseguendo, come Alice, un bianconiglio balbettante che correva come un pazzo per un verdissimo prato con una sveglia nelle mani.
Sinceramente non ricordo come e quando tutto ciò sia accaduto. Tutto si perde in una nebbia grigia. Ma, tra i vapori,  nel passare del  tempo, dei frammenti di quella realtà sono emersi lentamente. I miei disegni provengono da quel mondo al di là dello specchio, sono la testimonianza di un fondo dell’anima perduto sotto l’infinità banalità del quotidiano.
Per molto tempo ho creduto che non fossero opera mia e che, nascosto non so da quale parte, qualcuno mi suggerisse, in una sorta di strana scrittura automatica per simboli, le forme e i personaggi di quei disegni.
A poco alla volta, abituandomi a stare in uno strano luogo di mezzo (forse tra la cornice e lo specchio, con il corpo al di là di questo e gli occhi al di qua) ho capito che ero io l’autore e che quel qualcuno che se ne stava altrove era una porzione di me bambino che ancora scalciava per avere diritto alla sua esistenza.
Credo che ognuno di noi abbia un se stesso-bambino  nascosto da qualche parte che vuole tornare a vivere ed ascoltare storie. Le storie, raccontate dalle nostre nonne,  che ci affascinavano e ci facevano un po’ paura. Le storie nelle quali è perfettamente logico che su di un tavolo di legno se ne stia una piccola chiesa di campagna e, più in  là,  ci appaia  sdraiato sulla sabbia un libro dal quale un fiume se ne esce invadendo il paesaggio e finendo in una bottiglia. Mentre in cielo uno stormo di oche cavalcate da frac vuoti con bombette e sciarpe vanno correndo verso l’orizzonte ed il sole,  per sfuggire alla notte che s’è rinchiusa in un cassetto insieme ad un manichino rosa  che legge versi di Rilke da una piccola pergamena scritta a caratteri dorati.

Tutto questo non accade in questo mondo. Ma basta passare lo specchio per vedere e dimenticare le stupidaggini che ci  circondano asfissiandoci e, alla fine, sorridere. Altrove.