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ebook di ArchigraficA

lunedì 27 febbraio 2012

Un'improbabile utopia

note a proposito di Lazzari, appunti sparsi per la rivoluzione

di Giacomo Ricci




Questo libro è, in qualche modo, il proseguimento del mio Pietre di Fuoco. I personaggi sono gli stessi, il professore De Luca, Nunziatina, don Gaetano, Rosetta. Sono gli stessi ma sono diversi. Sono, forse, frutto di una maggiore attenzione. O forse mi sono avvicinato di più al loro mondo. Certamente voglio loro più bene.
Innanzitutto il protagonista, la “voce narrante” di Pietre di Fuoco ha finalmente un nome. Si chiama Jack ed è un bastardo, mezzo napoletano e americano. Viene dagli States, dalla Columbia University, antropologo che lavora sul campo, alla ricerca dei caratteri tipici del lazzaro napoletano. Alla ricerca della sua storia possiamo dire, delle sue radici.
Un carattere autentico, biografico mi collega a lui. Perché il suo nome è quello di mio padre, il mio padre vero, Jack Leslie Doughtie. Jack, mio padre, venne qui nel ‘44. Sbarcò con gli americani. S’inna­morò di mia madre Anna. E da questo loro amore nacqui io. Poi lui partì e non tornò mai più. Ho creduto che mi avesse abbandonato. Mia madre l’ha sempre creduto. Ma, poi, quest’inverno, dopo una vita intera, sotto le pressioni di mia moglie e dei miei figli, con l’aiuto dell’amico Francesco e di John, suo amico, militare americano, l’ho cercato e l’ho trovato. Non c’è più. C’era da aspettarselo, almeno che non avesse avuto quasi cent’anni. Ma quello che ho scoperto è che era morto giovanissimo, dopo pochi mesi che era tornato dalla guerra nella sua Cleburne nel Texas.
Medico, colonnello, aviatore, luogotenente di un ospedale militare, bello, come un attore americano di un film western, texano, alto, con gli occhi neri e profondi e lo sguardo dolce. Morì d’embolia a trentacinque anni. Una conseguenza dei suoi voli, immagino. Ce n’è di che pensare e fantasticare. La morte quando è così sgarbata, quanno nun tene crianza, diciamo a Napoli, fa pensare, ci fa provare un senso di profonda pena. Il vecchio che muore fa tenerezza. Ma è nel gioco della vita. È cosa scontata. Il giovane che muore fa una pena senza fine. Non ce l’aspettiamo.
Una sua foto che mi è stata davanti agli occhi per una vita assume tutto un altro significato. Gli voglio bene pur non avendolo mai conosciuto. Una strana sensazione profonda, che non avrei mai pensato di provare.
Ho scoperto, dopo tanto tempo, che non mi aveva abbandonato. Non aveva avuto il tempo di pensare e scegliere. Perché era già sposato in America (con un piccolo figlio) quando partì per la guerra, venne in Italia, a Napoli, quando amò mia madre, in un paese straniero.
E ho scoperto di avere un fratello, più grande di me di due anni, che si chiama Jack Leslie Doughtie, come lui. Come me, potrei dire, perché mia madre voleva chiamarmi Jack. Poi, non potendolo fare, perché una legge di allora impediva di dare ai propri figli nomi stranieri, optò per l’italiano Giacomo. Il mio nome sarebbe potuto essere Jack Leslie Doughtie e non Giacomo Ricci. Ricci è il cognome di mia mamma, ovvio.
Romanzando, cambiando, infilando fantasie e immaginazioni, ho costruito una storia che, per quanto inventata di sana pianta, è, nei sentimenti, molto più autobiografica di quanto possa sembrare.
Il quartiere di Sant’Anna di Palazzo che ricordo fin da piccolissimo, i suoi elementi, la gente, le parole, il gergo, le inflessioni, le situazioni, le convinzioni, il modo di fare sono tutti veri, autentici, vissuti. I personaggi e le situazioni, al contrario, sono frutto della mia fantasia. Nessun riferimento, come si dice, a persone o fatti realmente accaduti. Ogni coincidenza è puramente casuale. Ma al di là di questo, l’evoluzione della storia è puramente fantastica come chi legge capirà.
L’evoluzione della trama verso il finale è un desiderio che mi porto nel cuore, un riscatto per il popolo napoletano che adoro. Alla lettera. Lo adoro perché ci sono vissuto dentro, perché, bastardo generato dalla guerra, mi ha accolto come figlio suo. Perché è splendidamente tollerante. Perché per il popolo napoletano non esiste il “diverso”. Perché è il popolo stesso a essere “diverso”, dal mondo, dal potere, dalle regole stupide che servono solo a chi non sa regolarsi di suo, perché ha memoria che le “regole” sono sempre imposte dai dominatori di tut­te le epoche per metterglielo a “quel servizio”. Ne ho interiorizzato la dolcezza, anche quella che si può leggere al di sotto della disperazione, del cinismo, della strafottenza, dell’apparente arroganza, della ostentata volgarità. Come ha scritto Curzio Malaparte, lo scrittore che, a parere mio, in assoluto con Axel Munthe, è quello che più ha compreso a fondo, intuito la maledetta grandezza, l’infinita splendida miseria di questa gente, il popolo napoletano “è infelice, meraviglioso”. “Nessuno sulla terra ha mai tanto sofferto quanto il popolo napoletano. Ma non maledice nessuno, neppure la miseria. Cristo era napoletano”. Così scrive Malaparte.
Non so se Cristo fosse napoletano. Forse no. Certamente è di casa qui, nei suoi vicoli più bui e umidi. Sta negli anfratti più nascosti. È vicino a chi soffre. Il popolo qui si sacrifica, è oppresso e disprezzato. Anche se può sembrare che qualcuno vesta firmato e abbia una bmw. Quelli sono i traditori di tutte le razze, gli sciocchi, i violenti, quelli che si accontentano di poco. Sono quelli prodighi di dolore per gli altri. Quelli sono i “fuochisti” della storia.
Il popolo napoletano c’è, patisce, come ha sempre fatto, sta nascosto, per non farsi vedere. Perché ha vergogna. Quella vergogna che ha sempre avuto, che gli oppressori di tutte le razze gli hanno gettato addosso. Quella che descrive Munthe quando cammina, nei giorni del colera, per i fondaci più luridi. Quella che vede Malaparte quando passeggia con il suo amico Jack, militare, americano, letterato, colto e pulito, e osserva il popolo con gli occhi dello straniero, pieni di meraviglia. Quel popolo, oggi nascosto da sembrare sparito, soffocato sotto la spazzatura. C’è ancora. E soffre infinitamente. Ma è capace di risorgere. È capace di risollevarsi anche dalle spire di confusione e depravazione in cui la società contemporanea con i suoi bassi miti di consumo l’ha sprofondato.
La storia che ho scritto vorrebbe avere una morale. Chi è nella merda non ha niente da perdere, solo le sue catene. Tutt’è che prenda coscienza della sua grandezza. Sta tutta là, deve solo afferrarla. Come si vede, non si tratta di una novità. Qualcuno l’ha già detto almeno 150 anni fa. Qualche altro, più grande e più umile, addirittura duemila anni or sono.
Il mondo che gira attorno al protagonista è un misto. Una natura bastarda e mescolata.
La ragione, il senso viene fuori solo dalla mescolanza. Noi gente del sud, figli di arabi, saraceni, turchi, marocchini, normanni, qualche longobardo, sanniti, albanesi, greci, pirati e sbandati del Mediterraneo di tutte le razze lo sappiamo bene. È dalle profonde ibridazioni che può venire il riscatto, altro che razze pure. Razza bastarda, come la mia, com’è sempre stato dentro di me e non l’ho mai approfondito più di tanto: la chitarra, lo slang, i terrazzi di Napoli, i gatti, il brooklynese, la lingua napolitana, la musica, il ballo da tarantati, il jazz, nero da dentro e da fuori, i Lazzari, il Settecento. Il re Nasone, San Gennaro, i pellerossa, Tom Mix, le fantasie di celluloide, a cavallo di una mazza di scopa, caracollando sui basoli sporchi di verdura dei mercati.
Sono tutti materiali che si devono essere rimescolati nei miei geni, provenendo da mondi diversi e lontani, come quando imparai, da piccolo, a suonare armonica e chitarra, come l’amore per la lingua inglese che ho poi abbandonato, come il senso di appartenenza che mi dà il palazzo reale di Napoli, le sue statue dei re che sono i miei re, la nostra storia di sole e mare, libertà e corsa pazza. Il sole che bacia le navi di Carlo III in partenza verso la Spagna, il più grande re del popolo napoletano. Il nostro re partito via, strappato via alla sua gente.
E amo i briganti, perduti sulle montagne, patrioti di un regno finito, sterminati dalle razze invasori, senza pietà. E Franceschiello, ultimo re, e la sua grandezza d’animo.
Le parole più belle che possono sintetizzare questo mio sentire le ho riportate in alto. Le ha scritte Mark Knopfler. Il nostro è un cuore d’oro, il cuore popolare napoletano è d’oro, lucente come il sole. Come l’aria e il mare che ci hanno tolto.
La storia che ho scritto pretende di essere letta in un fiato. Ma le interruzioni critiche, anche se si tratta di un giallo, non sono stato capace di evitarle. Il lettore così sarà paziente se, in alcuni punti, indugio troppo sulla storia di Masaniello.
Troppo tragica ed eroica per sembrare tutta vera, almeno per un napoletano. Sfora direttamente nel mito. I napoletani, nella vulgata corrente, quando non sono brutti, sporchi e cattivi (come dice Bocca) sono certamente dei lazzari e tutto sole, mandolino e putipù. Evidentemente così devono aver pensato i critici più blasonati, arrampicandosi sugli specchi per tentare di spiegare la cosiddetta “pazzia” di Masaniello, lasciando a Lady Morgan e Alexandre Dumas l’interpretazione più ovvia, che il capopolo fosse stato avvelenato per volere del viceré Conte D’Arcos. Bisogna dire che facevano fatica a riconoscergli una dignità, una compostezza, un rigore. E che, un popolano può mai avere dignità? Può mai dalla merda decantare la manna? Il fatto è che, a leggere la storia con il cuore e con il cervello, di tutte le spiegazioni della pazzia di Masaniello, quella dell’avvelenamento è la più razionale e plausibile. Sembra insomma la più vera. E molto probabilmente lo è. Per conto mio ne sono certo.
E così è sembrata a chi, nella trama di Lazzari, appunti sparsi per la rivoluzione, ha ordito le sue vendette contro i moderni oppressori. Ma di più non posso dire perché si tratta di un giallo e la fine, per definizione, non si può raccontare in anticipo. Intrighi, carte, pergamene, ombre di passati spadaccini, morti accoltellati, riunioni segrete, sospetti che vagano nell’aria, sono gli elementi che rendono spessa e consistente la storia nella quale assieme al professor De Luca, anche Jack, che racconta, assume un ruolo di primaria importanza. Una storia costruita con rigore e attenta alle conseguenze di ogni azione, di ogni eventualità. Come un giallo che si rispetti, mantiene unità di azione, tempo e luogo. Ma sotto questa scorza di necessaria razionalità, la storia è scappata, in più punti, dalle mie mani verso il cielo come un uccello che fugga dalla sua gabbia. Un’ansia surreale la permea in ogni tratto.
I lazzari, al di là di tutta la miseria della loro condizione, rivendicavano una totale anarchia di fondo, un vivere liberi di cui oggi abbiamo perduto completamente il significato. Anche se, a sprazzi, poeti isolati e vagabondi irresponsabili come Pino Daniele e Massimo Troisi, mostrano di averlo capito a fondo.
Aitano, lazzaro, suonatore ambulante, poeta è il lazzaro moderno, il personaggio-chiave di questa storia. È tutto da scoprire perciò non ne anticipo nulla. E Mario Varriale, cui questo lavoro è dedicato, è l’ultimo vero contadino del Vomero, il testimone di un’epoca antica e felice, la possibile via di riscatto (l’unica che vedo) per l’immediato futuro della città di Napoli. Quella di un ragionevole ripensamento critico dei nostri modelli di vita, abbracciando un’utopia del grande ritorno al passato, ai suoi valori, alle sue tecniche, alla terra e al rispetto della natura, rivedendo molte delle cosiddette conquiste della “modernità”, rifiutandone tanti falsi vantaggi. Un mondo lontano dalle abiezioni della produzione contemporanea che divora il pianeta e le sue limitate risorse.
Ma questa è veramente un’improbabile utopia.

giovedì 23 febbraio 2012

Lazzari secondo Vittorio Losito



di Vittorio Losito




Questo testo è ben più di un “noir”: è un viluppo di ricordi e di emozioni che, pur non dichiarandolo esplicitamente, tende a restituire una visione radicale della realtà facendola derivare da una civiltà di appartenenza e da memorie ed esperienze personali di vita, sedimentate e feconde.
Alla lucida analisi dell’antropologo alla scoperta di strutture di aggregazione e di meccanismi sociali, si sostituisce, come contraltare consapevole, l’adesione “ingenua” e, dunque, poetica al mito del popolo “lazzaro”, unito in sé, altra faccia del mondo contadino (che sorride dalle pendici di San Martino), che alza la testa e mette da parte la sua rassegnazione e fa “giustizia”, la sua giustizia che scorre e deborda fuori dagli argini della cosiddetta «società civile»: perché il popolo “lazzaro” non vi si riconosce anzi la conosce solo nelle sue degenerazioni.
L’estrema dignità nella povertà estrema (punto di agglomerazione del modo di pensare dei borghesi impoveriti, alla Umberto D.) nasconde qui miracoli terribili e sanguinosi. Il mondo virulento e sotterraneo dei “lazzari” vive a contatto con una borghesia che, anche se colta, è sfiancata e mediocre, e degli ultimi residui d’una nobiltà schizofrenica e preda di atavici sensi di colpa: il senso di un’azione di ribellione ritrovato in antichi libelli, la meschinità della cultura istituzionale, disegnano lo spazio sociale e la collocazione dei “colti” che affiancano il popolo “lazzaro” e lo guidano nelle sommosse attraverso segrete società di incappucciati. Si riposerà infine nella vagheggiata saggezza contadina, che a Napoli è un vero sogno e un evanescente ingenuo mito.
Una bella favola corrusca, che tuttavia nasconde la vera disperazione del presente, della contemporaneità che si rivela indomabile anche dalle categorie culturali più raffinate. Un populismo sognante che poggia su un lessico intrecciato e non scontato, una galleria di ritratti che rivela ancora una profonda fiducia nella natura umana che riuscirebbe a conservare intatte e incontaminate radici anche all’interno di vite poverissime e abiette.
Ma questo testo, e questo è vitalissimo e commovente, è anche una ricerca d’identità personale, una ricerca di radici e uno scavo nelle memorie lontane, un raccontarsi la propria storia, nella disarmante fiducia che «siamo sempre gli stessi ad ogni età» e che, felicemente, non si cresce più oltre l’adolescenza.
Tutto questo è un grumo di emozioni avviluppato attorno ad una mai dimenticata esperienza di vita e di luoghi, rimasta ardente e viva, incancellabile come la verità.
E tutto questo fa superare di slancio alcuni limiti di secondo piano come quello che a me sembra un uso un po’ standardizzato del dialetto napoletano, un’accentuazione del “colore locale” forse pleonastica, l’uso di generalizzazioni che s’identificano come “colte” (lo stare, di fatto, dalla parte dei “colti” contro la “cultura”, un Nietzsche troppo facile, gli incappucciati in fila, i troppi camorristi in Borsalino e occhiali neri, i professori che “tramano nell’ombra”). Ma questi a me paiono dettagli secondari rispetto all’efficace rigore dei dialoghi e monologhi interiori, che sono il filo rosso del libro e che sostengono robustamente la narrazione. 
Il sogno sorridente della terra madre e dell’ultimo contadino di San Martino, vagheggiamento di un improbabile riscatto al di fuori della contemporaneità, affonda le sue radici mitiche e pulite  nella nuvola rosea dell’illusione, ma anche nel sottosuolo scavato e vuoto di Napoli.
Il libro si caratterizza come opera dai molteplici aspetti non sempre distinguibili, con guizzi rocamboleschi e ripiegamenti interiori: un’opera felicemente barocca, una bella favola noir e una mascherata sorridente e dolente insieme.

giovedì 24 novembre 2011

Hermann Muthesius e le sue ville - un saggio di Piergiacomo Bucciarelli

di Giacomo Ricci


Ci sono figure della storia contemporanea dell’architettura che, nonostante il ruolo e il significato acquisito per l’importanza della loro opera progettuale e teorica, sono accantonate dalla critica e dalla storiografia più accreditata. Così, in maniera apparentemente inspiegabile,   alcuni interpreti di rilievo vengono dimenticati e messi da parte.
Poi, il lavoro critico di qualche studioso ne rintraccia, nel tempo,  il senso e li riporta alla luce, mostrandone il reale valore.
Destino, questo, che accomuna molti protagonisti  di quel momento storico dell’architettura contemporanea particolarmente importante che va sotto il nome di Movimento Moderno.
E’ molto probabile che questa operazione di “rimozione” accada proprio perché si tratta di figure, per così dire, “scomode”. Vengono oscurati  esponenti  di spicco dell’avanguardia e dei movimenti più originali e innovatori che non rientrano all’interno degli schemi interpretativi storiografici consolidati e funzionali  all’interpretazione corrente di questo complesso fenomeno dell’architettura a cavallo tra Ottocento e Novecento,  il “moderno” per l’appunto.
Sorte che segna, ad esempio, il cammino di Bruno Taut, figura di indubbio prestigio tra i componenti dell’avanguardia berlinese dei primi anni del Novecento che, poi, è stato “dimenticato” per ricomparire nel suo giusto peso e significato soltanto verso gli anni ’80 del Novecento, almeno se ci si limita al  panorama accademico italiano.
Come ci ricorda Piergiacomo Bucciarelli, autore di un recente lavoro di rilettura delle vicende e del significato di una delle figure emblematiche dell’architettura europea del primo Novecento (Piergiacomo  Bucciarelli, Le ville berlinesi di Hermann Muthesius, Gangemi editore, Roma, 2011) è frequente, negli storici più noti dell’architettura moderna,  trascurare tutto ciò che possa «mettere in dubbio la linearità del processo di formazione del modernismo e l’originalità dell’apporto dei “pionieri” quali interpreti illuminati  dello “spirito del tempo”».
Un’interpretazione, questa,  che ipotizza la “crescita” del Movimento Moderno, come fenomeno privo di contraddizioni, ripensamenti e conflitti. Quella della formazione dell’architettura moderna europea sarebbe, così,  una storia lineare, graduale, metodica, fatta di aggiunte successive nel tempo, di "contributi" progressivi e privi di qualsiasi tensione conflittuale. Modello che farebbe sorridere per la sua ingenuità se non fosse che ci sembra artatamente fraudolento, meditata  e furbesca operazione di occultamento di verità e processi assai scomodi da definire e, per così dire, "digerire". 
Hermann Muthesius, ci ricorda Bucciarelli,  è una di queste figure “dimenticate”. Un nodo critico scomodo, se quello che ho or ora detto ha qualche fondamento di verità. 
La storiografia italiana, ad esempio, si è occupata di Muthesius soltanto in maniera marginale e occasionale. Almeno fino agli anni Ottanta. 
Per la verità c’è stato chi, molto tempo fa, ha studiato  e, in qualche maniera, restituito a Muthesius il suo significato e l’importanza del ruolo svolto nei complicati e turbolenti  processi di formazione dell’ideologia dell’architettura moderna. Sto pensando, per esempio, a due nostri critici, due architetti  che si sono occupati di architettura tedesca e soprattutto  dell’espressionismo tedesco a cavallo del primo conflitto mondiale. 
Franco Borsi e Giovanni Klaus Koenig hanno steso, a quattro mani, un  meraviglioso reportage dal mondo dell’espressionismo architettonico tedesco fiorito nel periodo che va dal 1914 al 1920 circa. Si tratta di  un saggio-regesto che ha oggi il valore di un vero e proprio monumento critico-letterario – ora introvabile – che fu pubblicato nel 1968-69 dal titolo L’architettura dell’Espressionismo. Si tratta di un testo pioneristico e, mi si passi il termine, “rivoluzionario”, soprattutto per il significativo ruolo di catalizzatore dell'attenzione critica e di rivolta nei confronti del piatto conformismo della critica architettonica di quegli anni. Il mondo dell'interpretazione storiografica di quegli anni era  in qualche maniera egemonizzato  dalla voce di Siegfrid Giedion (nel suo Space, Time and Architecture) che,  nel suo tratteggiare le radici del Razionalismo architettonico, operava censure e omissioni a più non posso. A Giedion si univa l'azione critica del nostro, peraltro benemerito, Bruno Zevi che, per tutta una serie di comprensibili ragioni,  stravedeva per Wright e la sua teoria dell’architettura organica ma, odiando con tutte le forze qualsiasi forma di totalitarismo  e  scorgendolo, in nuce, in alcuni angoli dell'architettura tedesca,  trascurava interi settori di formazione dell’architettura moderna.
A torto o a ragione, il risultato di queste visioni critiche era che un’area piuttosto ampia della produttività dell’architettura tedesca degli anni immediatamente seguenti al primo conflitto mondiale veniva praticamente azzerata, passava totalmente sotto silenzio nella sua Storia dell’architettura moderna, uno dei testi formativi di intere generazioni di architetti italiani.
Ma, con il loro lavoro critico,  con la riscoperta delle ragioni dell'avanguardia espressionista, Borsi e Koenig riportarono, sul finire degli anni Sessanta,  l’accento su alcuni episodi molto importanti nella formazione dell’ideologia dell’architettura europea contemporanea. Ad esempio, sempre in quegli anni e degli stessi due autori, è da ricordare un’altra pubblicazione – semiclandestina mi verrebbe di dire – che, prima di qualsiasi altra opera critica,  puntava l’attenzione su di un episodio, direi cruciale, del dibattito e della riflessione sull’architettura contemporanea. Quel piccolo opuscoletto, a cura di Borsi e Koenig, pubblicato da Uniedit nel 1977 dal titolo Il “Deutscher Werkbund” 1914: Cultura, Design e Società, nel quale è riportato integralmente il testo del dibattito – sarebbe più giusto definirlo “conflitto” – avvenuto a Colonia che vide contrapposte le tesi di Hermann Muthesius, presidente del Deutscher Werkbund, e Henry van de Velde, intorno al  ruolo dell’architettura, dell’architetto e se fosse necessario avere all’interno del processo produttivo dell’architettura una forte presenza artistica o meno.
Se poi si tiene presente la monografia pubblicata da Electa qualche anno dopo  (1981) dal titolo Muthesius, apparsa in occasione dell’omonima  mostra organizzata da Silvano Custoza e Maurizio Vogliazzo a Milano, contenente una serie di interventi molto qualificati su Muthesius, si capisce come la figura dell’architetto tedesco  non fosse del tutto sconosciuta alla nostra cultura architettonica.
Ma il fatto è che non le si è dato il dovuto rilievo. Questo, in estrema sintesi,  ci ricorda il saggio di Bucciarelli. Un rilievo che fosse corrispondente alla portata delle idee e dei progetti dell’architetto tedesco, nato nella Turingia nel 1861.
Quello che ora Bucciarelli ci propone è un saggio approfondito e puntuale su Hermann Muthesius, sulle sue idee e aspirazioni, l’importante ruolo di trade union che ebbe tra la cultura inglese di fine Ottocento e quella tedesca degli inizi del  Novecento e, soprattutto, la capacità che egli ebbe di adattare  l’idea di casa ai tempi e  alle tecniche moderne,  senza svilire il valore della tradizione e delle invarianti antropologiche che all’architettura domestica davano significato e sostanza. La capacità, insomma, di legare  le esigenze della vita moderna e della sua produttività alla solidità delle tradizioni e delle particolarità geografico-antropologiche.
Aver soggiornato per ben sette anni in Inghilterra, portò Muthesius alla stesura del famosissimo manuale sull’edilizia domestica britannica,  Das Englische Haus, un testo ricchissimo di osservazioni sulla prassi costruttiva, i materiali, le valenze stilistico-formali della Country House inglese e il suo significato. Ma soprattutto, lo portò verso la teorizzazione della Landhaus,   un vero e proprio “progetto storico-culturale” che era sia il prodotto di una riflessione moderna sulla casa e il suo progetto, sia «il giusto coronamento di consuetudini architettoniche oggettivamente legate alla nazione tedesca, l’espressione dei costumi di una borghesia che si rifletteva nelle sue ville eleganti e progettate in modo pratico».
Perché, al di là del ruolo svolto nel Werkbund e delle sue teorizzazioni generali – ad esempio il concetto di Typisierung sul quale tra un attimo torneremo – Muthesius è soprattutto l’elegante fabbro, l'artefice raffinato  che realizza splendide residenze suburbane per la borghesia, che induce gli esponenti di questa classe a  questa scelta di vita, fatta per metà di spirito metropolitano ma, per metà di fuga dalla città, di un vivere secondo la tradizione e la coerenza a modelli antropologici consolidati nella storia locale.
Direttamente discendente dalla Country House, la Landhaus non si impianta nella campagna, ma nel sobborgo, ai margini della grande città. Merito di Muthesius è stato, ci dice Bucciarelli, non soltanto quello di convincere la buona borghesia a scegliere questo modello di vita, ma anche a rinunciare alla casa come simbolo del proprio benessere, del proprio status privilegiato, a bandire, dal suo stile di vita, ogni pretesa estetica, ogni riferimento alla bellezza aulica e artistica classica. E questo atteggiamento  fa di Muthesius un precursore della modernità più razionale ed efficiente. Lo accomuna ad altri grandi e illustri personaggi come Adolph Loos.
«I progetti di Muthesius rispondevano al programma di un funzionalista ante-litteram: assicurare il comfort e l’intimità»  ed egli  fu tra i primi «a scorgere nei prototipi britannici i capisaldi del funzionalismo degli anni venti – sole, aria e luce – e a importarli nel suo paese».
Dicevo poco fa del concetto di Typisierung. Quello della “tipizzazione” fu uno dei temi forti del Congresso di Colonia del 1914,  intorno al quale si scatenò un vero e proprio  conflitto culturale tra Muthesius, che presentò dieci tesi per dimostrarne la validità  e il suo significato legato alla moderna produzione industriale  e il suo oppositore Van de Velde che, al contrario, sosteneva  che l’architettura non potesse essere disgiunta dallo spirito dell’arte e altresì propugnava  la supremazia dell’artigianato sulla produzione industriale.  Un dibattito vivo e vitale, nient’affatto tramontato,  che anche oggi fornisce lo spunto per  considerazioni attuali e importanti. Oggi potremmo schierarci per l'una o l'altra parte (io, per esempio,  propenderei per la tesi di Van de Velde). L'importante, in ogni caso, non è da che parte stare ma il fatto che ci sia dibattito e vivacità culturale. Cose che, oggi, sembrano venire meno, schiacciate sotto l'urgenza del dato economico. 
La continuità e l’attualità  di temi trattati più di cent’anni fa  ci mostra come l’opera di architetti come Muthesius, ingiustamente ignorata, meriti di essere approfondita con maggiore attenzione e possa farci comprendere molti dei conflitti che ancora oggi caratterizzano la produzione architettonica contemporanea.
Saggio importante, questo di Bucciarelli, che contribuisce  a farci rintracciare la radice di alcune contraddizioni del moderno in architettura e induce una  maggiore comprensione della storia e   del mestiere di architetto.
Tutti quelli che vogliono avere un panorama completo e criticamente articolato del Movimento Moderno e delle sue origini concettuali troveranno questo saggio opportuno e utile.  
Da leggere.


Piergiacomo Bucciarelli, Le ville berlinesi di Hermann Muthesius, Gangemi editorer, Roma, 2011 (109 pp.)


gangemi editore


mercoledì 16 novembre 2011

Santo Piazzese e il "cazzeggio"

 di Giacomo Ricci


Circa una settimana fa, Cristina Censi mi consigliò di leggere I delitti della via Medina Sidonia di Santo Piazzese. Un libro vecchio, del '96, pubblicato da Sellerio, di cui non sapevo nulla. L'ho fatto e ne sono stato contento. Un libro leggero, un giallo sui generis, un autore che non conosco e che, come racconta Holden, quando hai letto un  suo libro vorresti leggere tutte le cose sue e vorresti "che l'autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira". 
Sì, la voglia è proprio di farci due chiacchiere, sull'Università, sulle prospettive, chiedere che sta leggendo, che pensa dell'ultimo libro di Camilleri e che cosa ha in mente ancora di scrivere. 
Una sensazione difficile da provare, questa, di sentirsi amico di uno sconosciuto. Ne cerchi la foto sul web, leggi chi ne parla e, magari, un'intervista da vedere in youtube.  Allora ho scritto subito a Cristina per ringraziarla della scoperta, del suggerimento. E ho pensato che le cose che ho scritto possano essere utili a qualcuno sul blog. Ecco dunque la lettera.

" Cara Cristina,
ho letto I delitti della via Medina Sidonia. Direi che il tema principale del libro, per la verità assai gradevole nel tono generale, è il “cazzeggio”.  E mi spiego, perché è cosa importante.
C’è una frase di Eduardo De Filippo ne Le voci di dentro, che è una commedia cupa ma che a me piace infinitamente, nella quale Eduardo parla del “papariamiento”.
Papariarsi, comportarsi cioè  come una papera, nel camminare soprattutto. Papariarsi è camminare per casa quando non si ha nulla da fare e si perde tempo a spostare un mobile, a cambiare posto a un quadro. Papariarsi, ciabattare qua e là, a piedi leggermente divaricati, guardandosi in giro, senza che l'ansia di uscire ci prenda.  "Quanto è bella questa nostra lingua”, dice Eduardo,  perché con un solo  vocabolo dà conto di un’atmosfera, di uno stato d’animo.
Cazzeggiare vuol dire più o meno la stessa cosa, anche se indica un comportamento  di scrittura,  perdere tempo (o prender tempo, è lo stesso), divagare, passeggiare, andare alla deriva, approfittare di una situazione per fare scorrere le idee liberamente, associandole quasi fosse una seduta dallo psicanalista, per vedere, come dice Jannacci, “l’effetto che fa”. Illustrissimo predecessore, antesignano di questa tendenza è il mio adorato Robert Walser che ne La passeggiata traccia l’apoteosi di questo modo di sentire la vita. Sintesi della sua filosofia: sono perdente, nessuno mi si fila, non valgo nulla … e chi se ne fotte? Chi è meglio di me? Filosofia che, oggi, con mercati, valore, banche, borsa, fallimenti, debiti, speculazioni  e complicazioni varie, è assolutamente da tenere in profonda considerazione.
Alla fine il mio vero valore è la vita. E chi me la leva? I soldi? Ma andatevene a quel paese voi e i soldi! Come diceva un tale (nel libro di Piazzese),  quando muori sull’auto che ti trasferisce all'altro mondo non puoi montare il portabagagli e portarti appresso la rrobba. Quella la lasci tutta qua.  La morte, ‘a livella di cui parla asciutto, essenziale,   geniale come sempre, l’illustre principe Totò,  non fa eccezioni con nessuno. Non l'ha fatto con i faraoni che si erano preparato quel ben di dio per la loro villeggiatura oltre la morte, figurarsi con un borghese del terzo millennio. 
E Piazzese fa questo con consumata abilità, perde tempo, riempie le pagine bianche di segni, di parole che ci informano sui suoi gusti musicali, e le addensa  di citazioni letterarie (in specie Il giovane Holden, libro per il quale nutre un’ammirazione sconfinata). Un cazzeggio, un citarsi addosso, un arravogliarsi, un perdersi che credo sia nella migliore tradizione salottiero-letteraria del Sud, di un Sud sano e strafottente, che indugia al sole, alla bella giornata, alla ricerca di un senso leggero delle cose, che sia un tantino un po’ più su delle cose, che voli come un’arietta leggera e spiritosa.
Marotta, Gli alunni del sole, Ferdinando Sorice in testa, portiere e filosofo.
Perché poi è ironico, sfottente, prende in giro sé e gli altri.
Il delitto è assolutamente secondario.
Parla di morti ammazzati per parlare d’altro, anzi per non parlare affatto ma rimandare ad altro, a un mondo parallelo. Mostra l’inettitudine e la nefandezza della classe dei professori universitari, una tensione morale – e proprio il caso di dire – che, come sai, mi trova completamente d’accordo.
Insomma ho deciso che mi leggo anche gli altri due che ha scritto, che fanno parte della Trilogia su Palermo pubblicata sempre da Sellerio. Anche perché, nel terzo libro, pur con gli stessi personaggi e con ampi riferimenti al primo, ho capito che ribalta il punto di vista e lo stile diventa giallistico al massimo, asciutto, sincopato, scarno. Abbandona il racconto in prima persona e assume la funzione del narratore universale, quello impersonale, oggettivando, rimescolando l'atmosfera in una più sofferta visione del mondo. Ma devo ancora leggere. Le mie sono anticipazioni-sensazioni che ho filtrato attraverso la sbirciata delle prime pagine. 
Insomma Piazzese appare  scrittore con gli attributi a posto. Mi è venuta voglia di conoscerlo, come dice il giovane Holden.
Non so come fare ma ci proverò.
Grazie insomma della tua segnalazione.
A presto".

E poi, alla fine, il giallo c'è e si conclude - c'era da dubitarne? - nella migliore atmosfera classica, di cui era  maestro  Simenon, dove anche gli assassini sono uomini con le loro debolezze, la loro miseria e, diciamolo pure, anche a loro dignità, perché scelgono di abbandonare  la scena al momento giusto, consapevoli di aver perduto la partita.  
E l'io narrante si carica di una profonda umanità. 
Chissà forse riesco a conoscere Piazzese e, magari - lasciatemi fantasticare - a strappargli un'intervista per il blog. 
Comunque leggetelo. Ne vale la pena. 


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venerdì 23 settembre 2011

Lazzari, appunti sparsi ..., 5

Gaspar Van Wittel, Palazzo Cellammare (part.)



di Giacomo Ricci

scena cinque: il morto

«Ma il piede mi fa male» feci appena in tempo a dire. Il prof, a valanga, mi tappò la bocca. 
«Jack, non mi far perdere tempo. Corri. Qui tra due minuti!  Fa ‘n culo a sta ccà. ‘E subbeto. Chiù ‘e pressa possibile!».
Giuliano De Luca non mi diede il tempo di dire una parola. Una furia scatenata.  Quando diceva male parole in dialetto stretto  cose straordinarie erano accadute. La fine del mondo come minimo. Un cadavere da qualche parte, forse. Ora che stavo imparando a conoscerlo, potevo essere certo. 
«Che perfetto italiano!» osai scherzare. Poi la buttai lì: «Un morto? Dead people?».
Il gelo di un lunghissimo attimo di silenzio. 
Gesummio, my God! Avevo indovinato!
«C’è anche qualcos’altro. Cchiù liéggio, ma pure tiene l’importanza sua. Vieni più presto che puoi»  disse, voce bassa,  le ultime parole in perfetto italiano. Serio, glaciale.
Riattaccò, lasciandomi con la bocca aperta.
Guardai l’orologio della cucina. Le sei. Cazzo, un morto, pensai.    Ma uccidessero lui, il prof! Alle sei già caricato come una molla pronta a scattare, a settant’anni e passa. Io, a quarantadue, ridotto a una specie di rudere. La natura non è giusta. Fa schifo. Ma bisognava sbrigarsi. Scendere in fretta. 
“Una parola, con quest’impiastro”, pensai, guardandomi il piede. 
Non vale chiedersi che c’entravano i morti con il nostro lavoro di universitari. Lui vecchio ordinario di filosofia della “Federico II”, interprete di antiche scritture, esperto nel restauro di vecchie pergamene e manoscritti. Io, non più giovanissimo ricercatore,  antropologo, italiano e americano allo stesso tempo,   con il pallino dell’arte medievale,  mandato a Napoli dalla Italian Accademy della Columbia University,  per una ricerca sul campo, inseguendo un’idea strampalata di affinità tra i lazzari seicenteschi e la manovalanza bruta della camorra contemporanea. 
«Exotic but interesting» aveva detto il manager del dipartimento di storia della Columbia della mia idea, con un mezzo sorriso compiacente, mentre firmava il mio lasciapassare culturale per l’Italia e l’assegno di ricerca necessario alla mia sopravvivenza.
Mi era venuta in mente l’idea, che  si potesse ipotizzare l’esistenza di invarianti mentali che definirebbero i comportamenti umani, in particolari strati di popolazione, anche al di là delle contingenze storiche e geografiche. Una di quelle cazzate che gli antropologi, in vena di una qualche malcelata metafisica, s’inventano di continuo  per dare spessore a una disciplina impalpabile e sempre più inconsistente. 
Argomento rarefatto, lo ammetto. Magari una vera e propria panzana. Ma era funzionale alla mia voglia di riscoprire la città natale di mia madre, e il popolo al quale per metà appartenevo. Non da turista, ma penetrandone i meccanismi più segreti. 
De Luca mi aveva accolto nell’Università di Napoli, accettando di seguire la mia ricerca sul campo. Così mi ero trasferito, da qualche anno, nella  città dei miei nonni materni. E, per tutta una serie di scambi e interdipendenze accademiche troppo complicate da spiegare, lui, in qualche modo, era diventato il mio capo, qui a Napoli. 
Interessante averci a che fare. Ma assai pignolo, esigente, o, come dicono i Napoletani, un vero scassacazzo. 
I morti col nostro lavoro c’entravano. Più spesso che non si creda. Altrimenti mai, per nessuna ragione al mondo avrebbe preteso che, con un piede fracassato, mi precipitassi a rotta di collo da lui, in dipartimento. Dittatore sì, ma illuminato.
Come avrei fatto? 
Le stampelle, innanzitutto. Poi buona volontà.  A strafottere. Quella non mancava mai, o quasi. E poi Minichiello, la mia salvezza. Di professione portiere, ma factotum per vocazione. Proprio come i barbieri latini del Bronx. Tutte le volte che poteva si rendeva disponibile. Miniera, vulcano di soluzioni improvvisate, geniale furfante nell’arte di arrangiarsi. L’essenza del napoletano, internazionale per vocazione e genio.
Lo chiamai al cellulare.  Incrociai le dita. Speravo che avesse il telefono con sé. Rispose subito.
«Eccomi qua. Buongiorno».
«Minichie’?».
«Sì, professo’, dimmi tutto». 
«Ho bisogno di te, subito. Immediately». Mi accorsi che quel “subito” era alla De Luca. Il prof mi stava plagiando.
«Che’, professo’, s’è scassata la wash machine?».
«Minichie’ non sfottere».
Palazzo importante di Monteroduni quello dove Menico prestava servizio. Con una grande corte centrale, luminosa, scenografica che, per metà, s’affacciava nel giardino di Cellamare, uno dei più favolosi di Napoli.  Non come il mio palazzotto seicentesco, piccolo, buio, di Via Santa Teresella degli Spagnoli,  più in basso  della casa di Lenór Pimentel Fonseca, verso Sant’Anna di Palazzo. Importanza che si vedeva perché poteva disporre, quando lo voleva, di un sostituto, un secondo. 
Gli dissi che doveva accompagnarmi in Facoltà. Subito. Il tono di De Luca non ammetteva deroghe.
«E mo volessimo fa’ piglià collera ‘o professore?  Dammi cinque minuti e sono da te». 


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