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ebook di ArchigraficA

martedì 20 novembre 2012

Una visita al Museo

di Giacomo Ricci

Ed ecco il terzo smartphoneconto. Una visita ... visionaria al Museo di San Martino, uno tra i più importanti e suggestivi della città di Napoli.
Il Museo di San Martino è straordinario per due motivi. Perché è ospitato in uno degli edifici storici più singolari  di Napoli e, a mio parere, più belli al mondo per l'architettura, la posizione geografica e la visione della città e del golfo.  E perché ha un'arte meno eclatante di quella di un Capodimonte  ma assai importante per la comprensione della storia della città.
Ma mi sentirei di fare un piccolo appunto alla sua attuale condizione. A mio parere la parte più interessante è quella che contiene un'incredibile raccolta di documenti, quadri, cartografie, dipinti, tavole, disegni che illustrano lo stato della città in varie fasi cruciali della sua storia, i suoi personaggi più importanti, gli avvenimenti che ne hanno segnato l'evoluzione. Per uno studioso e soprattutto per chi volesse cogliere l'anima della città e il suo essere stata capitale di meraviglia e anche di laceranti contraddizioni, è indispensabile la visita di questa sezione. Ma, per incredibili motivi di scarsità di personale di sorveglianza, tagli e non so che altro, questa parte del museo non è visibile in una visita ordinaria, normale. O meglio lo è solo a particolari condizioni, per appuntamento e così via.
Mentre sono fruibili parti, altrettanto importanti, ma più ... oleografiche, per turisti.
Ci sembra uno status non accettabile. Una scelta, ancorché dettata da sciagurate e inevitabili necessità,  assai discutibile. Si impedisce al visitatore "normale" di vedere una parte di incredibile interesse a meno che non insista, non debba approfittare della buona disposizione del personale di custodia o non lo sappia già e lo richieda per via ufficiale.  Condizione, a mio parere, del tutto inaccettabile.
Il racconto parte da questo e ne vuole evidenziare l'assurdo.
L'Italia è in un periodo di grande crisi. Ma se lasciamo che Pompei se ne cada sotto i colpi di martello del tempo, il Centro Antico sia sommerso dalla spazzatura un giorno sì e un altro pure e i Musei, straordinari per la ricchezza e il significato che hanno,  divengano non fruibili, siamo veramente al disastro. Nessuno ci potrà salvare. La cultura ha rappresentato, e rappresenta, per il nostro paese, una risorsa straordinaria. Vogliamo mandarla in malora?
E' necessario uno sforzo congiunto di buona volontà per uscire dalla situazione in cui versiamo. E soprattutto di intelligenza e speranza.

Una visita al museo (cover di Maurizio Zenga)




Una visita al Museo

Eravamo nel Chiostro Grande della Certosa. C’erano molti visitatori. Due visite guidate di turisti intruppati in fila fanno un bel casino.  Anche se lo spazio del Chiostro Grande può accogliere questo e altro.
Ma io non sopporto la folla. Avevo perciò lasciato mia moglie Antonia a fare compagnia ai nostri due amici francesi in visita a Napoli. Si erano avviati verso la sagrestia. Ci saremmo visti dopo.
Volevo visitare la sezione dedicata a Napoli, alla cartografia e alla pittura seicentesca che illustra la città. Una sezione che m’interessava molto visti i miei recenti studi sul Vicereame, la rivolta di Masaniello, la peste del 1656.
Non avevo mai visto dal vero quei quadri. Solo in riproduzione. Feticismo e internet a parte, vedere un dipinto dal vero dà sempre una forte emozione. Ci tenevo a vedere soprattutto i dipinti di Domenico Gargiulo.
Ma il destino, quella mattina, aveva per me altri piani.
Entrai e lo vidi. Don Pedro de Toledo, intendo.




Don Pedro de Toledo (Museo di San Martino Napoli)


Del suo volto tra il bovino e il vizioso, colpisce soprattutto lo sguardo.
Nel dipinto gli occhi sono piccoli rispetto al viso e alla lunga barba, il naso è sottile, adunco  e le sopracciglia altezzose, incurvate, predisposte alla severità inappellabile dell’espressione. Le palpebre si abbassano lente e indolenti sugli occhi, tagliando le pupille in alto, con alterigia e superbia. Le mani, molli, non abituate al lavoro, le dita pigre e flaccide, l’anello con una piccola pietra nera accentuano l’impressione che ho detto. E’ un uomo cattivo. Non c’è dubbio. Lo lasciai perdere.
Mi mossi per entrare nella stanza successiva. Si passava di là per raggiungere le opere di Gargiulo.
Ho un’istintiva simpatia per questo pittore. E’ soprannominato Micco Spadaro,  “spadaro” perché suo padre fabbricava spade e lame. Io avevo pensato ad altro. Ma era una fantasia che si può scrivere in un romanzo, ipotizzare che fosse un ottimo spadaccino.
I quadri di Micco Spadaro erano nelle stanze più in fondo. Ma, al varco, vidi un cordone. A impedire l’accesso.
Mi girai verso il custode. Era seduto, applicato a leggere il giornale.
«Scusi. Ma non si può vedere il resto?» chiesi.
Alzò lo sguardo. Scosse la testa.
Mi avvicinai. Fu gentile, garbato. Ma inflessibile. Mi disse che dal suo posto non si poteva muovere e non poteva farmi andare da solo. Feci per replicare. M’interruppe.
«Mi dispiace. Si vede che siete un appassionato. Ma il personale, da qualche tempo, è stato dimezzato…».
Confuso, incazzato e deluso mi ero allontanato maledicendo i tagli, l’austerità, la spending  review e i morti loro.
Me n’ero andato di fronte nella sezione dedicata al teatro. Una vera delusione. Un posticcio per turisti. Me ne andai in fretta.
Scendendo la scala passai di nuovo davanti alla sezione cartografica.
Non c’era nessuno all’ingresso. M’infilai dentro. Il guardiano non c’era. La sedia era vuota. La tentazione fu forte. A volte le cose si fanno e basta. Senza pensare.
E senza pensare passai di là dal cordone.
E lì, di fronte a me, il quadro della Peste del 1656. Era grande, monumentale. Prendeva quasi un’intera parete. Scuro, tenebroso, vermicante di corpi riannodati e dolenti. Membra ignude che strisciavano su una terra vecchia, sporca, infetta. Un cielo di piombo riversava luci livide su quell’umanità morente, circondata da mura alte e fredde.



La peste al Largo del Mercatello (1656), di  Domenico Gargiulo detto Micco Spadaro

«Vi spaventano quei corpi che soffrono?».
La voce era alle mie spalle. Ero rimasto tanto assorto nella contemplazione da vicino della perizia nelle minuzie di Spadaro che mi ero dimenticato del mondo attorno a me. Ero fottuto, scoperto. Ora dovevo vedermela con un custode incazzato. 
Mi girai di scatto.
Mi sorrideva. Non era quello di prima. Era un giovane dai lineamenti gentili. Gli occhi neri neri. Il cappello della divisa gli sembrava stare un po’ largo sulla testa. Mi sorrise ancora.
«Vi spaventano?» disse di nuovo.
«Chi?» risposi un po’ frastornato. «No… no, non mi spaventano. Ma sono così confusi e legati gli uni sugli altri… Mi danno l’idea di un mare…».
«…di sofferenza» aggiunse lui.
Il sorriso si era spento in un’espressione amara.
«La peste del ’56 fu terribile. Peggio anche della rivoluzione» aggiunse.
Rimase in silenzio. Seguiva i suoi pensieri. Ero fortunato, pensai. Magari sapeva cose che io non avrei trovato nei libri.
«La rivoluzione, perché?» chiesi.
«Nella rivoluzione c’era un senso, una ricerca di riscatto. La peste spegneva tutto. Inesorabile. Un destino senza appello».
«Ma la rivoluzione fallì».
«Perché Masaniello fu tradito» disse con sguardo nel vuoto. Si levò il cappello di testa. Mosse i capelli con la mano, a prendere aria, come a chiarire i pensieri.
Lo guardavo stupito e affascinato. Lui sapeva, ne ero certo.
«Come fate a dirlo?» chiesi.
«C’è la certezza storica. I documenti lo dicono. Fu avvelenato».
«Nessuno storico ha mai trovato prove. Si tratta solo di una diceria popolare».
«Ma voi l’avete scritto» disse lui guardandomi negli occhi.
«L’ho inventato. Ma … avete letto il mio libro?».
Ignorò la mia domanda.
«Fu avvelenato. Bacche di belladonna. Solatro, veleno che turba l’anima. Mistura che gli spagnoli conoscevano. Meglio della spada. Il veleno colpisce e nessuno sa».
«Allora la pazzia…».
«Fu il veleno. Per allontanarlo dal popolo e dai suoi seguaci» disse il ragazzo, come se avesse visto gli avvenimenti con gli occhi suoi.
«Il viceré, a Posillipo,  gli fece bere l’acqua gelata» aggiunse, «piena di solatro e…».
«Ma il solatro puzza di zoccola morta» dissi, «Non se ne accorse?».
«Foglie di menta. Si neutralizza l’odore».
«Così, … addio rivoluzione».
«Vedete quel quadretto?» disse indicando un presunto ritratto di Masaniello, famosissimo. Attribuito a  Micco Spadaro.
«Sì lo conosco».
Ci avvicinammo.




Presunto ritratto di Masaniello di Micco Spadaro (Museo di San Martino, Napoli)

«Avevano poco tempo. Mimmo disegnò questo ritratto di getto. E’ tale e quale a Masaniello» disse lui.
Non mi venne in mente di chiedergli come facesse a essere così sicuro. E poi “Mimmo”. Nessuno chiama così Domenico Gargiulo detto Micco Spadaro. Aveva le sue informazioni evidentemente.
«Micco, volete dire?».
«No, Mimmo» disse perentorio.
Cambiai discorso.
«Aveva questi baffetti così allegri» dissi. Mi pentii subito di questa mia osservazione veramente stupida. Che significa baffetti allegri? E poi guardai il dipinto. Ma dove li avevo visti i  baffetti se non ce li aveva? Mi resi conto d'aver confuso, nella mia immaginazione, due dipinti diversi, sovrapponendoli. 
Lui rise. Gli era piaciuta la mia uscita. Fece finta di non accorgersi del mio errore.
«Sì, era allegro, lui. Un ragazzo sveglio, vivace, intelligente. Mimì e Salvatore dovettero penare non poco per farlo stare in posa. Si muoveva. Non riusciva a stare fermo un minuto. Sembrava morso dalla tarantola. I pittori facevano un’arte a pregarlo di starsene buono. “Ma che me ne fotte dei quadri. Chi volarria arricordarsi di me?” diceva lui».
«L’avesse dovuto sape’» dissi io.
Mi prese per il braccio e mi condusse di fronte.
C’era il quadretto che rappresentava la morte di Peppe Carafa. Piccolissimo. L’avrei creduto enorme. Si stentava a vedere la testa di Don Peppe issata in alto sulla picca.




L’uccisione di Giuseppe Carafa di Micco Spadaro

«Lo acchiapparono fuori dal Cerriglio. Nei pressi di Santa Maria la Nova» disse.
Si fermò.  Poi riprese.
«Tentava di raggiungere il Mandracco. Alla barca per Procida e poi a Ischia. Masaniello lo scovò. Si era mascherato da prete. Ma da sotto il saio usciva la punta della spada».
«Mi sembra un film di Stanlio e Ollio. Farsi acchiappare per la spada» mi venne da ridere. Il ragazzo inventava. Era chiaro.
«Va bè» dissi, «Mi sa che state inventando. Come fossi un turista credulone …».
«Se vi mostrassi i documenti, dove c’è tutto scritto?».
«E dove sarebbero questi documenti?…».
Fece per rispondere. Una risata risuonò nella stanza accanto. Delle voci. Le sue parole si gelarono.
«Chi è?» dissi, trasalendo.
«Non vi date pensiero» rispose «sono due bravi cristiani. Uno dei due è quello che non vi ha fatto entrare perché doveva andare a colazione. Ma mo’ che è tornato, se lo pregate…» disse con un sorriso furbetto.
«Tutti uguali eh? E a voi vi devo qualcosa? E i documenti? Dove stanno?».
«Il piacere della vostra compagnia e di aver parlato con uno che ne capisce è la migliore ricompensa» mi rispose.
I passi erano vicinissimi. Stavano entrando.
Apparve il custode che conoscevo sottobraccio a un tizio in completo grigio, molto elegante. Mi vide. Si accigliò.
«Scusate, e voi come avete fatto a entrare? Non vi avevo detto che questa sezione è chiusa?» disse.
I due mi guardavano meravigliati e incazzati.
«Vi chiedo scusa. Non mi sarei... Ma il vostro collega è stato così gentile…».
I due si guardarono negli occhi. Poi guardarono me, stralunati.
«Collega? Ma di quale collega parlate? Qua ci siamo solo noi» disse il custode.
Mi girai. Il ragazzo era sparito.
«E aro’ è ghiuto a fernì? Era qui fino a che entraste dalla porta. Ci ho parlato fino a qualche attimo fa…» dissi sconcertato.
«Ma di chi parlate? In questa sezione oltre a me non c’è nessuno. Ma che volete prenderci per i fondelli? Devo condurvi dalla direttrice?» disse il custode con fare minaccioso.
Non mi conveniva insistere e fare la figura del visionario. Feci buon viso a cattivo gioco.
«Perdonate, sto un po' confuso. Sarà il caldo…» dissi. 
Si rabbonirono.
Mille pensieri mi giravano in testa. Con chi avevo parlato? Chi era quello che mi aveva raccontato di Micco Spadaro e Masaniello? Dov’era finito?
Mi sentii chiamare. Era Antonia all’ingresso, alla porta che menava al cortile.
Ringraziai i due. Feci una specie d’inchino. Scappai e la raggiunsi.
«Guarda che cosa ho comprato. Un catalogo interessantissimo. Ci sono tutti i quadri della sezione cartografica» mi disse, « Ma dove sei stato finora?».
Balbettai qualche scusa, raccontai della mia visita. Non dissi nulla dell’accaduto. Ero frastornato.
Ci avviammo  nel porticato del chiostro grande.
Era vuoto adesso.
Sfogliai il catalogo.  Belle immagini. Vidi che c’era anche un ritratto di Salvator Rosa raffigurante Micco Spadaro. Uguale al ragazzo misteriosamente sparito.
Mi sono dimenticato di dire che, mentre ero alle prese a giustificarmi con i due custodi, una voce mi era risuonata alle spalle, vicina vicina e flebile,  come un soffio, come mi parlasse all'orecchio.
«Spataro non perché mio padre faceva le spade, ma perché io e Salvator Rosa eravamo grandi spadaccini. Uommini ‘e spada, curtiello e ferraiuoli! E facevamo fuori gli spagnoli la notte. Infizzati uno a uno, per rappresaglia. Eravamo alleati di Masaniello. Nella Compagnia della Morte. Avete ragione professò, avete pensato bene. E il mio nome è Mimì, non Micco. Un’altra palla del De Dominici. Aveva trovato un documento dove il nome era puntato M. Spadaro, e l’aveva tradotto, a capa sua, in Micco. Chissà perché».
Mimì! Buona questa. Dunque era Mimì Spadaro. Ma infatti che significava quel “Micco”? Mi ricordava Totò quando dice “E io micco, che me l'ero creduto”, per dire “Quanto so stato fesso!”.
Che straordinaria scoperta, la mia! Bernardo De Dominici aveva colpito ancora con una delle sue “invenzioni”. Ma i documenti? Li avrei mai trovati? Chi mi avrebbe mai prestato fede, senza uno straccio di prova? Allora credete pure che  questa storia sia  una mia invenzione.
Ma ho sentito dire che la sezione cartografica sia chiusa perché, di notte, c’è un fantasma che si aggira. Sembra che il custode notturno abbia visto un’ombra che, indovinate un po’ che fa? Passa le ore del mattino  a tirare di scherma. E pare che sia veramente bravo!
Allora hanno deciso di vederci chiaro. E nel frattempo hanno chiuso l’accesso. Fosse per paura?
Fantasma o non fantasma, a me  Mimì è stato assai simpatico…







Giacomo Ricci (Napoli 1945) architetto,  professore universitario, docente alla Facoltà di Architettura di Napoli, animalista e ambientalista, ha pubblicato due romanzi gialli Pietre di Fuoco e Lazzari, che hanno per protagonista il prof. Giuliano De Luca, il romanzo fantastico Il Sogno di Jeronimus Bauknecht. Si occupa di grafica e illustrazioni fantastiche. Ha al suo attivo numerose mostre.

sabato 17 novembre 2012

San Giuseppe ... cuoco

Ecco il secondo smartphoneconto, San Giuseppe cuoco di Claudio Cajati.
Un testo delizioso, scorrevole, immediato, divertente. 
Cajati ripropone la rilettura di uno dei Santi più importanti ma spesso dimenticato. Costretto in un ruolo di perenne subalterno dalla sua stessa storia e dalle condizioni, diciamo così, imposte dal ... cielo. 
San Giuseppe ha una trovata di genio. Inventa. Produce. 
Una storia che potrebbe servirci, a suo modo, da esempio, in questo periodo di crisi. 
Se le condizioni al contorno sono quelle che sono trasformiamo le nostre limitazioni in spunti per la creatività. 
Et voilà: ecco a voi la creazione niente male di San Giuseppe: le zeppole!
E dite che non si tratta di una bella creazione ...


scarica dai link:





San Giuseppe, cuoco

di Claudio Cajati




Avevo bisogno di un riscatto perché troppi si erano divertiti alle mie spalle, da troppo tempo. Ero diventato lo zimbello del paese, e nessuno mi rispettava, né come marito né come falegname. Mi ero ridotto a stare rintanato nella mia bottega e, quando proprio non potevo fare a meno di uscire per strada, strisciavo lungo i muri coprendomi il volto nella speranza di non essere riconosciuto, di risparmiarmi i commenti sarcastici della gente. Maria era tutta concentrata sulla sua gravidanza e, pur volendomi bene, non si curava di me. A volte si sentiva stanca ed anche stressata per l’incredibile responsabilità che era caduta sulle sue fragili spalle.
Capitò che un giorno non ce la faceva proprio a mettersi a cucinare, e così ci pensai io. Ai fornelli me l’ero sempre cavata, dimostrando non solo disciplina e misura, ma anche una certa inventiva. Niente di eccezionale, comunque, solo qualche variante riuscita alle solite ricette.
Ma quel giorno mi rivelai in uno stato di grazia. Dopo aver preparato il pranzo e desinato con Maria, non potei andare in camera a schiacciare il solito pisolino. Una forza superiore – non voglio dire di più, e non uso le maiuscole per non prestare il fianco a nuove malignità – una forza superiore, dunque, mi tirò di nuovo in cucina. Gli ingredienti erano ordinari: farina, uova, acqua; quelli impiegati tante volte per preparare pietanze ormai scontate. Ora, invece, sotto le mie mani freneticamente sicure, sotto i miei occhi stupefatti, si combinavano in maniera nuova. Ci vollero pochi minuti. Alla fine, dalla padella venne fuori una ciambella soffice e profumata che senza esitazione spolverai abbondantemente di zucchero a velo.
Non so come, ma avevo inventato la zeppola.

Il tempo passava veloce. Gesù, ormai grande, aveva cominciato a fare, ora qua ora là, i suoi miracoli. Io li facevo in cucina. Nel senso che perfezionavo man mano la ricetta della zeppola: non solo il dosaggio degli ingredienti, ma la temperatura a cui portare l’olio, i tempi della frittura. Ed altri segreti che, naturalmente, non sto qui a rivelare.
Ormai la fama delle zeppole di Giuseppe si era sparsa nel paese. Tutti venivano a bussare per poterne assaggiare almeno una. Gesù moltiplicava i pani e i pesci, con i suoi potenti mezzi; io dovevo moltiplicare le zeppole, con i miei poveri mezzi. Avevo il mio da fare, ed anche le mie spese. Per cui decisi di farmi pagare qualche moneta, un’offerta a piacere. Esclusi, naturalmente, i fanciulli, i poveri, i tribolati, a cui le donavo con grande gioia. Dovevo perfino placare i bisticci, se non proprio le risse, che a volte scoppiavano fra il pubblico in attesa davanti alla mia bancarella (L’avevo messa su, con la scritta: “Da Giuseppe”, per fronteggiare in strada la crescente richiesta, ed evitare di trovarmi una folla brulicante dentro casa.)
“Lasciate che i fanciulli vengano a me” aveva detto Gesù. Quando qualche prepotente davanti alla mia bancarella si faceva largo a forza alle spese di qualche bambino o ragazzo, io proclamavo: “Lasciate che i fanciulli vengano alle mie zeppole”. E subito, per riflesso di ben altra autorità, a sentire quella frase tutti mi obbedivano.

San Giuseppe e le zeppole, di Maurizio Zenga 



Fu così, credo, che meritai il titolo di santo. Ma, sulla scritta sopra la bancarella, lasciai semplicemente “Da Giuseppe”. Non era il titolo a fare la differenza, ma il sapore delle mie zeppole, fatte secondo una ricetta che molti hanno tentato di imitare. O, addirittura, di migliorare.
L’umanità è fantasiosa e, ancor più, smaniosa. Molte varianti sono state introdotte a partire dalla mia invenzione. C’è chi usa il burro e chi la sugna, chi impiega fra gli ingredienti le patate e chi no, chi ha creato un falso storico aggiungendo crema pasticcera e amarene, chi ha sostituito le amarene con le ciliegie, chi sostiene che lo zucchero non deve essere spolverato a velo, chi crede di fare delle zeppole e fa solo dei bignè. Devo dire che la mia ricetta originale, nella sua divina semplicità, rimane chiaramente insuperata.
E siccome qui, in paradiso, non ho più possibilità di tenere la mia cucina e la mia bancarella (qui non ci sono golosi), ogni 19 marzo mi tocca affacciarmi a guardare sulla Terra e fare il tifo per chi le zeppole le sa fare come si deve. Diciamo, quasi buone come le mie.
Lo so, c’è ancora oggi chi osa continuare a denigrarmi, a farmi oggetto di una facile irrisione. Ma io non mi scompongo, non raccolgo le provocazioni. Mi basta consolarmi con tutti i buongustai e i golosi del mondo che, quando si deliziano con una zeppola doc, pensano con rispetto e riconoscenza a chi la inventò. Il loro benedetto San Giuseppe cuoco.







Claudio Cajati (Napoli, 1947), architetto, già ricercatore e docente alla Facoltà di Architettura di Napoli, animalista egattomane, ha pubblicato due romanzi per ragazzi, Testafina Pallina mia blu, i romanzi Le parole del corpo La convergenza, la raccolta di racconti In prima persona, e vari racconti fra cui quelli, intitolati Una monade in condominio, scritti a 4 mani con Lucilla Actilio. Nel 1992 ha vinto con “Look definitivi” il Premio Teramo per un racconto inedito (6 milioni di lire).
Per questa collana ha già pubblicato lo smartphoneconto n.1
Claudio Cajati, Le formiche




domenica 11 novembre 2012

Le formiche di Cajati

Archigrafica Edizioni presenta un'altra iniziativa: gli smartphoneconto.
Uno smartphoneconto è un racconto per smartphone, rapido, sintetico, ben calibrato. 
Pubblicheremo, a cadenza periodica smartphone conto che potranno essere scaricati direttamente dal post di presentazione. 
Al racconto si accompagnerà sempre un'immagine originale che sintetizza il senso del racconto. 

Il primo a inaugurare la serie è:

Le formiche di Claudio Cajati, illustrato da Maurizio Zenga. 
Un racconto fulmineo e immediato. Da leggere in un fiato solo.
Ve lo proponiamo senza alcun  indugio.


Claudio Cajati, The ants mobi (English version)



Le formiche

di Claudio Cajati




“Dottore, io lo devo sapere... me lo dica: quanto mi rimane?”
Gli metto le mani sul braccio e glielo stringo. Come si farebbe con un amico al quale si sta chiedendo un grosso favore. Certo, lui invece è un dottore. Addirittura un luminare. Non sta bene che io mi prenda tutta questa confidenza. Ma ormai l’ho fatto. E continuo a stringergli il braccio mentre aspetto la sentenza.
Lui mi guarda. Mi sembra imbarazzato, ma soprattutto irritato. Scuote leggermente il braccio e capisco che la mia stretta lo infastidisce. Devo mollare. Mollo. Ma, puntandogli addosso gli occhi, sguardo già pronto a velarsi, lo incalzo. Assillante e al tempo stesso implorante: “E allora, dottore?”
Si schiarisce a lungo la voce. Non l’ho mai sentito tossire, o avere comunque un qualsiasi problema alla gola. È chiaro che sta prendendo tempo. E se sta prendendo tempo è perché tutto il cinismo acquisito e rafforzato nella sua lunga carriera di oncologo non gli basta per spiattellarmi a cuor leggero l’annuncio della mia condanna.
Approfitto di un’altra pausa che lui si concede – comincia a gesticolare misteriosamente ma sempre senza rispondermi – per precisargli cosa c’è dietro la mia domanda: “Dottore, lo so che devo morire... ma questo lo sappiamo tutti, che prima o poi ci tocca...” Faccio una brevissima pausa in cui il dottore non trova di meglio che far oscillare appena il capo in un accenno di assenso, scontato, a un’affermazione così lapalissiana. Ma io ho da dire una cosa più stringente, e continuo: “Però per me è diverso: gli altri, quelli sani, non hanno nessuna idea di quando gli toccherà. Potrebbe essere fra un’ora o fra molti, moltissimi anni, e così la morte, il pensiero della morte, diventa talmente remoto da non influenzare, praticamente, il modo di vivere...”
Il dottore dà una vistosa occhiata al suo orologio. E poco ci manca che la sua mano si chiuda e apra più volte nel gesto che vuol dire: Stringa, io ho altri pazienti, mi aspettano, cosa crede Lei?.
E va bene, stringo. Cerco di arrivare rapidamente al nocciolo: “Dottore, io invece so che la morte mia è vicina... ma quanto vicina? Questo devo sapere. Gli ultimi giorni li voglio vivere meglio che posso... ma, se ho solo una settimana o un anno intero, cambia quello che posso fare...”
Il dottore assume un’espressione vagamente ironica, quasi divertita, direi. Ancora una pausa, come se cercasse le parole adatte. Chiare ma possibilmente non crudeli: “Lei, signor Marotta, vorrebbe sapere quanto le rimane. Ebbene, non lo sa nessuno. Non glielo può dire nessuno. Nemmeno io che faccio l’oncologo da quarant’anni ormai. Quello che posso dirle, invece, sulla base di casi analoghi al suo – ma, preciso, non uguali, solo analoghi, solo analoghi – è che forse, dico forse, le rimane da un mese a due anni... mi corre l’obbligo di sottolineare che è solo un’ipotesi. Potrei anche sbagliarmi...” E fa una faccia mestamente imbarazzata. Forse vuol dire che potrebbe essere anche meno di un mese, piuttosto che più di due anni?
Ingoio a stento il rospo. E mi affretto a dire: “Ho capito, ho capito. Grazie...” Eppure non ho nessuna voglia di ringraziarlo. E non aggiungo altro. Altre parole, forse amare o stizzose, mi muoiono in bocca.
E poi il dottore ormai si è congedato. Con un sorriso di affettuosa paternalistica pietà ha concluso: “Signor Marotta, cambi prospettiva. Non pensi a quanto le resta. Pensi solo a vivere intensamente. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto.” Mi stringe la mano, forte; con l’altra mi dà una piccola pacca sulle spalle. Più da saggio amico che da freddo luminare.
Esco dalla clinica. Non so se ho voglia di sedermi o di correre. Guardo l’orologio. Il mio poco tempo sta passando. Il mio poco tempo che non so quanto poco è.
In fondo il dottore ha ragione. Le sue parole mi hanno irritato, ma debbo riconoscere che ha ragione. Anche io vorrei che ogni mio istante fosse carico di senso. Che fosse intelligente, emozionante, commovente perfino. “Vivi intensamente e non esserne mai pago” mi disse una volta un’amica.
E allora senza rifletterci comincio a correre. Per ingoiare il vento, per lasciarmi indietro le case, per superare qualcuno giovane e sano, per sentire il corpo, affamato di vita, ancora vincitore sulle cellule assassine.
Corro. Corro a precipizio. Come se non avessi superato i cinquanta. Come se non fosse necessario badare alle irregolarità, avvallamenti o rigonfiamenti, nella pavimentazione.
Non ci bado. E mi accorgo di essere irrimediabilmente inciampato quando sono ormai rovinato in terra, sacco floscio inerme. I pantaloni lacerati all’altezza delle ginocchia, sbucciate e sanguinanti.
Dopo poco, sento dolore. Ma non me ne dolgo: quanto sono ancora vivo! E poi, cos’è una sbucciatura di ginocchia per un malato, forse terminale, di cancro?
Vorrei rialzarmi subito. Penso che ne va del mio orgoglio di uomo malato ma ancora vigoroso. Non mi aiutano le braccia, però. E nemmeno le gambe, tronchi di legno fradicio.
Resto a terra. Molti secondi, forse minuti. In attesa di un’energia, di uno scatto, che non possono avermi abbandonato definitivamente. Curvo a quattro zampe, non penso a chiedere aiuto. E del resto, davanti e dietro di me, non c’è nessuno a cui chiedere aiuto.
I pochi passanti sono spariti d’un tratto. A casa a passo svelto per il pranzo o chissà. Penso che dovrò cucinarmi qualcosa anche io. Ma mi si è chiuso lo stomaco, o piuttosto, mi rendo conto, è perché lì si annida il male che l’operazione, tardiva, non ha potuto arrestare.
Resto a terra a quattro zampe, ridicolo animale improvvisato. E di nuovo faccio per tirarmi su.
Le formiche, di Maurizio Zenga

Prima di riuscirci, mi capita di vedere sul marciapiede, a pochi centimetri davanti a me, una linea fitta, mobile, di trattini neri. Sono tanti, scorrono al tempo stesso verso sinistra e verso destra. Sono formiche. Alacri, organizzate, ordinate, lavorano all’unisono per un compito che dev’essere importante, anche se mi sfugge. È la loro vita, minuscola, misteriosa, sacra. Che noi umani ignoriamo, sottovalutiamo. O addirittura combattiamo a morte.
Penso che avrei potuto inciampare qualche centimetro più avanti: mi sarei abbattuto su di loro con tutto il mio peso, e magari chissà quante, senza volere, avrei schiacciato. Avrei dato loro una morte inopinata e immeritata.
Ma per fortuna non è successo. La loro sommessa silenziosa preziosa vita è salva. E ne provo sollievo. Quasi da lungo tempo fossimo amici.
Gli occhi mi si velano di tiepide lacrime. Intanto un signore mi è arrivato accanto e si offre di aiutarmi a rialzarmi.
Lo ringrazio. Ma gli rispondo che adesso no: sto osservando le formiche. La vita delle formiche.
La vita.





Claudio Cajati (Napoli, 1947), architetto, già ricercatore e docente alla Facoltà di Architettura di Napoli, animalista e gattomane, ha pubblicato due romanzi per ragazzi, Testafina e Pallina mia blu, i romanzi Le parole del corpo e La convergenza, la raccolta di racconti In prima persona, e vari racconti fra cui quelli, intitolati Una monade in condominio, scritti a 4 mani con Lucilla Actilio. Nel 1992 ha vinto con “Look definitivi” il Premio Teramo per un racconto inedito (6 milioni di lire).











lunedì 1 ottobre 2012

C’è ma non si vede!


di Maria Grazia Sabella



È inutile, non posso farci niente.
Devo parlare anche io di crisi, per forza. Mi scappa proprio, ce l’ho sulla punta della lingua. La sento proprio come un’esigenza, scaturita da una lunga estate in giro per le coste e per le valli.
La riflessione ha preso forma il giorno di ferragosto. Anzi, qualche giorno prima, quando ho deciso, assieme al mio compagno, che saremmo andati a fare qualche giorno di mare nella nostra casa a Montalbano Jonico. Per i non addetti, una cittadina a 10km dalla costa ionica lucana.
No, dai, qualche giorno in un albergo ce lo possiamo permettere! Tu dici? Ma certo, ho avuto anche la quattordicesima!
Cose da brividi per molti, lo so, ma esiste ancora la quattordicesima per qualcuno.
Va bene, allora mi metto a cercare qualcosa. Facciamo cinque giorni e quattro notti durante la settimana di ferragosto in Basilicata? Ok, vai.
Niente.
Fa nulla, cerchiamo in Campania.
Niente.
In Calabria.
Niente.
Sud.
Niente di niente.
Porca miseria, possibile che in tutto il sud non ci sia nulla di libero, neanche in una bettola??
Ma non ci demoralizziamo, dopotutto un posto libero lo abbiamo. E Montalbano sia!
Carichiamo la moto e partiamo, incuranti del pericolo celato nel prezzo della benzina, nel prezzo della birra e nel prezzo dell’ombrellone. Che eroi!
Arriva dunque il giorno di ferragosto. Con svariati gradi all’ombra ci avviamo verso uno dei lidi presenti, quello che più ci dà l’impressione del giusto compromesso tra offerta e prezzo.
Salve, è libero qualcosa? No, mi spiace, tutto pieno. Anche in ultima fila? Si, si, pieno anche in sesta fila.
Facendo un breve calcolo matematico, il lido era fornito di ben 120 ombrelloni. Tutti pieni.
Ma non demordiamo, passiamo a quello successivo.
Salve, è libero qualcosa? No, mi spiace, tutto pieno. Anche in ultima fila? Si, si. Se vuole faccio un tentativo per vedere se qualcuno non è venuto oggi in spiaggia. Ok, grazie mille.
Dopo svariati giri tra gli ombrelloni si avvicina l’addetto con un sorriso smagliante.
Fortunati! In prima fila c’è un ombrellone vuoto. Ed essendo passato mezzogiorno non credo verranno più, nel caso poi vi faccio spostare. Grazie mille, gentilissimo!
Non potevamo crederci! Il giorno di ferragosto con l’ombrellone in prima fila. Roba da ricconi, insomma. O fortunati.
Che sciagurati però, credere che ci fosse stato un posto libero il giorno di ferragosto a mare. Va beh, che ne sapevamo noi che ferragosto è festa per tutti e quindi anche la Crisi era in vacanza?
Insomma, avevo già svariati elementi per intuire che forse effettivamente la Crisi si era presa davvero dei giorni di ferie, quando un’altra vagonata di piccole esperienze me ne danno conferma.
Sarò celere.
Frittura di pesce, 12€ a porzione. Che uscivano una dietro l’altra dalla cucina.
Ombrellone, 18€ con due lettini. Al completo.
Birra, 2.50€ la nostrana e 3€ la straniera. Bottiglie vuote in ogni cestino.
Doccia, 0.50€ la fredda e 1€ la calda. Tanta fila.
Benzina, 1.80€ scontata. La gente a far la coda neanche la dessero gratis.

Insomma, bagnanti, siamo o non siamo con le pezze al culo?!
Io una mia opinione ce l’ho.
Innanzitutto parto col dire che secondo me la Crisi c’è, prima che vi affanniate a sostenere con dati e tabulati che stiamo affogando nella Crisi.
La Crisi c’è. Ma non si vede!
E perché?
In primo luogo va costatato una volta per tutte il BARATRO della forbice tra ricchi e poveri. Sta scomparendo la classe media, quella borghese, il che porta a chiederci che fine stiano facendo.
Semplice, si stanno dividendo. Alcuni stanno diventando più ricchi e alcuni, forse la maggioranza, stanno diventando un po’ più poveri. 
Se pizzerie e ristoranti sono ancora pieni, se gli stabilimenti erano al completo la settimana di ferragosto alla faccia della Crisi, è perché quelli che prima potevano permettersi il resort, il villaggio turistico o il club nautico adesso hanno meno disponibilità e si devono accontentare come molti comuni mortali.
Semplice.
Basta inoltre ricordare che coloro i quali vengono chiamati “ricchi”, o semplicemente chi ha i soldi, sono ben disposti a far “girare l’economia” ( forse in nero, ma la fanno girare ) e quindi si vedono alberghi pieni, gente che esce dai negozi con buste gonfie, porticcioli con tante barche attraccate. Si vede che “non c’è Crisi”.
Ovviamente poi “c’è Crisi” per coloro i quali vengono chiamati “poveri”, che non hanno il lavoro, non arrivano a fine mese e le vacanze se le sono fatte su Google Maps.
C’è, ma non si vede.



Esami, anarchia, diritti


Credo interessante questo scambio di idee tra un'allieva e il sottoscritto. 
Chiarisce dubbi, il significato delle regole, i comportamenti, i numeri, la poesia e il progetto. 
La lettera che segue mi è stata inviata da un'allieva di cui non metto il nome per motivi di privacy. 
Il suo contenuto è singolare e importante. Vale la pena leggerlo. E vale la pena rispondere. Come ho fatto. 


Caro professore

Questo messaggio non è scritto in chiave polemica, non voglio chiederle di esami non convalidati, di date di esame da aggiungere o se si può sostenere l’esame da non frequentante. Anche io faccio parte della numerosa schiera dei non iscritti al suo corso, vivendo ormai piu’ in Inghilterra che a Napoli (quindi fisicamente mi è proprio impossibile essere in facoltà e devo arrangiarmi da sola per quanto posso). Le scrivo ormai scoraggiata e profondamente delusa da questa facoltà, che non mira piu’ a formare bravi architetti ma persone intolleranti all’architettura, per tutti i problemi e gli stimoli mancanti. Mi scusi ma ormai i toni sono questi, vi è sconforto, si percepisce tra i corridoi, ma l’università non dovrebbe essere un luogo stimolante, non dovrebbe attirare a se le giovani menti curiose e felici di imparare? Questo messaggio dunque lo scrivo perché non potendo sostenere l’esame da “non frequentante”, ci tenevo molto ad esporre, anche se non dal vivo, delle semplici considerazioni su quello che ho letto, che avrei letto anche se non ci fossero stati i “famosi 3 crediti”. Il suo libro mi ha incuriosita, era da anni che un libro “universitario” non mi trasportava (anche perché la vedo difficile provare piacere nel leggere un libro di scienza delle costruzioni). Da un po’ ho deciso di avvicinarmi e capire la cultura del mio popolo, ho cercato di tornare alle origini, di capire il perché di molte cose che ci caratterizzano e che fanno parte anche di me. Dalle credenze religiose al perché gesticoliamo così tanto. Fino a qualche anno fa parlavo di scappare dal mio paese, abbandonarlo e voltargli le spalle, e quando finalmente è successo ho cominciato a sentire la mancanza della mia terra, ho cominciato a capire, a sentirmi male guardando dal finestrino dell’auto quella che un tempo era la Terra Felix, sentendo John Turturro dire: “Ci sono posti in cui vai una volta sola e ti basta e poi c’è Napoli”, e ascoltando le classiche canzoni del repertorio napoletano ho cominciato ad andare oltre, a sentire le storie che volevano raccontare quelle melodie, l’amore per la terra, l’odio, il dolore, la superstizione. Ho cominciato a sentire la mancanza delle piccole cose, la complicità che nasce tra gli abitanti di una via, la grande famiglia, il conoscersi tutti, il fruttivendolo che passa di casa in casa urlando il suo arrivo. Dunque partire per capire? un po’ come l’Alchimista di Paulo Coelho. I napoletani non si rendono conto della storia millenaria che hanno alle spalle, ignorano che tipo di sangue scorre nelle loro vene, non hanno ancora preso piena consapevolezza dell’oro che li circonda. Ma come lei ha ben detto: “Poche volte il popolo napoletano è sceso in piazza per arrivare allo scontro diretto. Nonostante tutto, a dispetto della sua storia tormentata, non ama le rivoluzioni”.Penso che questo genere di libro, così scritto, così semplice, fluido ma ben costruito sia quello che ci vuole per avvicinare il popolo alla storia della propria terra. Raccontare Napoli attraverso una storia di narrativa, un giallo, riuscire ad unire il tutto non rendendo la lettura noiosa. L’ignoranza ormai divaga, e fa comodo, ma tutti dovrebbero conosce la propria storia. Quest’estate leggendo “Il resto di niente” di Striano ed alcuni estratti de “Il ventre di Napoli” di Matilde Serao sono riuscita a non percepirli come semplici storielle su una rivoluzione, e su cosa piace fare ai napoletani, questi due libri sono riusciti a fortificare il mio legame con Napoli, a farmi guardare vicoli, e palazzi signorili in modo diverso. No, non si sono limitati solo a raccontare, sono andati ben oltre, facendomi ricercare, informare, studiare volontariamente, e la stessa cosa lo ha fatto il suo libro, ho cominciato a informarmi sulla Compagnia della Morte, su vicoli e piazze e Masaniello. I libri dovrebbero riuscire a far questo, creare legami, far nascere passione e curiosità. Vorrei parlarle di molto altro, del profondo legame che c’è tra Napoli e chi la vive, del perché siamo una generazione costretta a scappare dalla propria terra e vivere nel ricordo, allontanarci dalle tradizioni, dei “lazzari” di allora a quelli del 2012. Ma non mi divulgo altrimenti potrebbe uscire un messaggio chilometrico davvero noioso da leggere. Ci tenevo solamente a dirle quanto il libro mi fosse piaciuto, e che mi ha lasciato riflettere, ancora ora. E se l’anno prossimo rifarà il corso (ero presente alla seduta della volta scorsa in cui si è dichiarato ormai scoraggiato anche lei) lo seguirò, o almeno tenterò, posizione geografica permettendo, perché i giovani, gli studenti, non hanno bisogno di persone che parlano dal pulpito, ma di persone che fanno con passione ciò che fanno, e che amano condividerlo con gli altri. Potrà sembrare un po’ melenso ma è effettivamente così. Intanto le auguro di passare un ottima giornata, e di pensare che a prescindere dall’università ci sono giovani studenti che hanno molto apprezzato il suo pensiero, il suo lavoro. 

Grazie ancora.
(messaggio firmato)

La mia risposta:

Cara allieva, 

bello il tuo messaggio. Scritto bene, aperto, sincero, con una punta di risentimento ben dissimulato e, come dire?, “digerito”.
Che cosa devo risponderti?
Insistere un momento sul perché della situazione. 
Io non ho mai chiesto la frequenza, anche se i tuoi colleghi, diligenti, seri, mi hanno depositato ogni volta il foglietto con i loro nominativi, il numero di matricola e la firma autografa, come a dire “Guarda, non ho detto a un altro di firmare al posto mio. Sono proprio io”. 
E io diligentemente li ho raccolti, ordinati in senso cronologico, piegati riposti, conservati. Sono tutti lì, in bell’ordine nella cartellina del corso, assieme agli esami, ai vostri elenchi di richieste d’esame, ai nomi di quelli che l’hanno superato e così via. 
Ma poi ho sempre detto che me ne fotto della frequenza. Che se uno è bravo ha diritto all’esame anche se non ha potuto frequentare il corso. 
C’è una palese contraddizione in tutto questo? Sì, è ovvio. 
Da un lato un gruppo (di circa settanta persone) che hanno frequentato quasi sempre (me ne ricordo anche i volti) che hanno seguito le mie riflessioni, che hanno partecipato a quello che dicevo, che hanno riso alle mie battute, che si sono arrabbiati quando ascoltavano delle (numerose) ingiustizie che caratterizzano la storia di Napoli, che hanno gioito quando il popolo oppresso s’è incazzato ribellandosi, che si sono intristiti quando hanno ascoltato della fine miserevole di Masaniello, che hanno odiato quel soldato spagnolo raffigurato di spalle da Salvator Rosa, vecchio, ipertrofico, debosciato, pingue e con le gambe robuste ma divaricate dallo sforzo di portare un’alabarda lunga e pesante. Era vecchio a non faceva pena perché sfruttava una famiglia napoletana, mangiando in casa, scoreggiando alla faccia di tutti, approfittando delle donne (e delle bambine) e menandole alla prostituzione. 
Dall’altro io con la mia voglia anarchica di andare contro le regole quando (e succede troppo spesso) sono stupide e inutilmente restrittive. Come la frequenza obbligatoria, come il numero chiuso, come l’accertamento basato su quiz di accesso (che maschera, alla fine, soltanto uno sporco affare di strafottenza, ignoranza, incapacità di pensare e di soldi, un grande affare per chi prepara i quiz a livello nazionale), come la strafottente ignoranza di molti miei colleghi che tutto dovrebbero fare tranne che i prof universitari eccetera. 
Una contraddizione che, però, deve essere risolta a vantaggio di chi segue le regole. 
Perché questo è il punto.  Se le regole ci sono vanno rispettate. Perché se le regole sono raggirate saltano gli schemi e il funzionamento. 
Io, di natura, vi avrei fatto fare l’esame a tutti. Basta essere in sintonia, leggere, studiare, che conta poi tutto il resto?
Il particolare è che gli iscritti al corso sono 377
E veniamo al nodo: che cos’è l’iscrizione al corso? Un elenco, nel quale gli allievi comunicano al loro professore questi dati:
io mi chiamo Tizio, questo è il mio numero di matricola, questa è il mio indirizzo mail. 
Cioè, in soldoni, il professore è messo in condizione di sapere:

  1. quanti sono gli iscritti
  2. chi sono
  3. il loro corso di laurea
  4. la loro mail.
Per fare cosa?
Gesù, per organizzarsi, no?
Se, per esempio,  gli iscritti sono 377 e tutti vorranno sostenere l’esame è necessario predisporsi per un lavoro duro e lungo perché se un esame, a farlo in un lampo con grandissima sintesi ed esperienza, ci si impiegano 15 minuti (mediamente) per farne 377 ci vogliono 377 x 15 = 5655 minuti e cioè:
5655 : 60 = 94.15 ore
e cioè: 
94.15 : 4 = 23,5625 giorni (considero una seduta di esami di 4 ore, di più non è possibile, il cervello va in tilt) che, arrotondando fanno =24 giorni. 
Cioè se si fa una seduta a settimana:
24 settimani pari a 
24:4 = 6 mesi, sei mesi!!!! Continuativi, di seguito!!! Da luglio a gennaio (ho tolto agosto, per ovvi motivi)!!
Hai capito il piano che il sottoscritto si è visto costretto ad allestire?
Cioè, se io voglio fare esami di un quarto d’ora l’uno e tutti gli iscritti mi chiedono di farlo io ci metto, da solo, sei mesi!
Insomma per un semestre faccio il corso e per l’altro semeste faccio esami. 
Allora puoi ben capire, anche se i numeri e le formule come scrivi tu,  non destano sentimenti, che un sentimento di scoramento mi prende e che l’unica cosa che mi sento di dire è: “CAZZO!”
e chiedo scusa per la volgarità. Ma come dice don Gaetano, irreprensibile custode tra i protagonisti di Lazzari che tu citi, “Quanno ce vo’ ce vo’!”.
Allora se, alla faccia di tutto lo spirito anarchico che mi contradistingue nel mese di settembre vedo aggiungersi ai 377 di cui sopra (di stramacchio, mai visti e sentiti, mai conosciuti) ben altri 225  e passa che non si sono mai degnati di mettersi nell’elenco, facendo un rapido calcoletto mi rendo conto che il mio tempo disponibile per fare esami si esaurisce e io rischio di far fallire un corso che, invece, proprio per tutte le ragioni che tu scrivi e che mi lasciano molto lusingato (il corso, i lazzari, il popolo napoletano, le ribellioni, la Serao, Paolo Spriano, Il resto di niente al Pimentel Fonseca, Napoli disperata, la delinquenza, l’ignoranza ecc. ecc.) merita di essere condotto in porto. 
Allora va bene tutta la cultura che vuoi ma anche un vecchio anarchico come me deve sostenere con forza che le regole, se ci sono, devono avere una ragione e che questa ragione dev’essere valida e che, quindi, in conclusione, VANNO RISPETTATE.
Se io infrango le regole mando a monte tutto il mio lavoro. E come dici proprio tu, non ne vale  la pena. 
Anche perché l’anno prossimo, anche se prevedo con sostanziali modifiche di comportamento, il corso ci sarà e io farò l’esame a tutti. 
Basta che ne abbia materialmente il tempo. 
Scusami se volutamente non parlo dei temi che ti stanno a cuore e che, come puoi ben capire, sono quelli che vibrano all’interno di me. 
Ma l’intelligenza di una persona dev’essere duttile. E i numeri, nonostante sembrino non possedere una poesia, hanno certamente una ragione. 
Tra l’altro servono agli uomini per progettare le proprie azioni, proprio come dovrebbe fare la Scienza delle Costruzioni. Anche se c’è da discutere sul come e sul perché. 
Ma questo è un altro discorso. Mi scuserai mai io la tua lettera e la mia risposta le pubblico sul web perchè sia chiaro a tutti l nostro ragionare. 
Ti ringrazio di cuore per aver apprezzato il mio lavoro. E spero di poterne discutere con te in una prossima occasione quando vedrò il tuo nome iscritto in una lista di iscritti ufficiali al corso e facente parte di una mailing list che è una grande invenzione della tecnologia per rendere più facili le nostre comunicazioni e poter evitare equivoci. Come quello del quale qui ci stiamo occupando.

Grazie di tutto

Il tuo prof. Giacomo Ricci